sabato 12 giugno 2021

Facciamo acqua da tutte le parti! [A dieci anni dalla vittoria referendaria]

Dieci anni fa il referendum del 12 e 13 giugno 2011 ha sancito, in modo netto come da tempo non accedeva, il no alla privatizzazione dell’acqua. 27 milioni di persone hanno deciso che l’acqua è un bene comune, fuori dalle regole del mercato e del profitto. Ad oggi, quel risultato è costantemente ignorato ad ogni livello politico e istituzionale: tanto dai governi centrali (UE e italiano) e dalle giunte locali pentastellate, di centrodestra, di centrosinistra.  

Roma, Acea. Profitto per pochi, disservizi per molti
L’azienda pubblica fornitrice di acqua è, già da anni, impegnata in una missione privatistica e aziendalistica. Acea viene definita uno “strano animale”: è una società per azioni quotata in borsa e la maggioranza è del Comune di Roma ma a decidere le strategie ci sono i soci privati, i francesi di Suez (23,3%) d’intesa con Francesco Gaetano Caltagirone (5%). Come società a maggioranza pubblica dovrebbe fare gli interessi del pubblico: non si tratta di proprietà pubblica o privata ma di inalienabile diritto alla vita per migliaia di persone. Acea, di fatto, si comporta come un’azienda privata e, dunque, la sua missione è massimizzare i profitti e dare dividendi ai soci, sfruttando la posizione di monopolio di cui gode, violando palesemente il risultato e la volontà popolare del referendum sull’acqua del 2011. Tutto ciò significa che in questi anni si è speso pochissimo per migliorare il servizio e mettere in atto investimenti che migliorassero la situazione delle condutture idriche e sistemasse disservizi già noti, come anche il CRAP ha denunciato a più riprese ed incessantemente.

Dispersione idrica: zero investimenti
Acea Ato 2 è la società operativa del Gruppo Acea che gestisce il servizio idrico integrato nell’Ambito Territoriale Ottimale (Ato, per l’appunto) del Lazio centrale, comprensivo di Roma e altri 111 comuni della regione. L’ATO2, con un’estensione territoriale superiore a 5.000 chilometri quadrati e a circa 3.600.000 abitanti, è il più grande in Italia e gestore del servizio idrico integrato dal 26/11/2002. La quota di partecipazione di Acea SpA è pari al 96.46% e «secondo i dati Mediobanca, nel 2016 Acea Holding ha registrato un risultato netto positivo di ben 643 milioni. Di questi guadagni, 90 milioni sono venuti dall’attività di Acea Ato2». Nell’attuale fase dovremmo discutere di come usare gli utili di Acea per il bene comune e non pensare ai dividendi dei suoi azionisti privati. Nel 2017, quando la crisi idrica del razionamento dell’acqua era alle porte Acea staccò assegni di dividendi milionari ai suoi soci (su tutti Comune di Roma e GDF-SUEZ dopo lo scambio di azioni col gurppo Caltagirone) ma la dispersione di acqua nelle tubature di Acea Ato2 era di appena il 25% nel 2007 salendo al 35% sei anni dopo per toccare il 45%.

Cosa pensiamo

Ribadiamo che di fronte agli inganni della politica del capitalismo italiano, europeo, mondiale, che si rincorrono e si danno spallate per privatizzare il più possibile, c’è una soluzione. Dobbiamo rispondere in modo netto a questo affronto ridicolo e surreale con una politica netta e di classe. Uniamo la lotta per l’acqua con la lotta per l’estensione dei diritti civili e sociali; con la lotta per la nazionalizzazione delle banche strozzine e porle sotto il controllo dei lavoratori. Dobbiamo uscire dalla logica della “correzione” del sistema: il sistema capitalistico è incorreggibile. Questo sistema basato sul profitto e l’anarchia di produzione: va superato, un altro mondo è possibile e si chiama socialismo! 

1. Esigiamo che venga rispettata la volontà referendaria di dieci anni fa a cui non è mai stato dato seguito 

2. Contro le privatizzazioni dei beni comuni 

3. Per un'altra gestione delle risorse e dell’economia. 

Per un governo dei lavoratori! Per il socialismo!

martedì 1 giugno 2021

Ancora sulla Palestina: antisionismo non è antisemitismo!

Antisionismo non è antisemitismo, è bene dirlo chiaramente senza se e senza ma!
E' bene porsi di traverso al tentativo ignobile e squallido di equiparare l'antisionismo con l'antisemitismo. Le stampelle politiche e culturali di Israele tentano di sviare l'attenzione popolare dal tema della Palestina con la falsa accusa di praticare l'antisemitismo. Il sionismo è praticato da uno stato razzista e bugiardo, cosciente di mentire. Appoggiato da una disinformazione capitalista, prona ai loro interessi di dominio dell'intera Palestina. Paragonare l'antisionismo e l'antirazzismo con l'antisemitismo, è da banditi reazionari e xenofobi. Il sionismo provoca la Resistenza Palestinese sapendo che non esiste esercito, né aviazione, che possa sostenerla. Si prova a provocare citando Hamas, ma si è ben coscienti che la Palestina non è Hamas. Lo sanno bene gli Ebrei per la Pace e Antisionisti, che aprono le manifestazioni solidali per una libera Palestina. Solo una intifada delle sfruttate e degli sfruttati potrà opporsi al capitale sionista.
Solo se essa imporrà politiche di classe e anticapitaliste, potrà opporsi alla violenza del potere sionista, reazionario e razzista. Respingiamo chi tenta falsamente e provocatoriamente di silenziare la controinformazione sulla questione Palestina.
Difendiamo con forza la Resistenza Palestinese e il suo contrastare la violenza di una occupazione che provoca quotidianamente morti e feriti.
Per una Palestina libera! Per una Palestina rossa!

Enrico Biso

 

Di seguito, riportiamo il testo del volantino diffuso nel corso della manifestazione in solidarietà con il popolo palestinese (maggio) e che torneremo a distribuire sabato 5 giugno. 


Come sempre, sono piccoli episodi a innescare grandi avvenimenti.
Israele intendeva tenere l'annuale Marcia delle bandiere nella città vecchia di Gerusalemme per celebrare la propria conquista. A tal fine il governo di Tel Aviv ha transennato la piazza antistante la Porta di Damasco per impedire che potesse diventare un luogo di concentrazione della protesta palestinese contro la marcia. Ma il blocco degli accessi alla Spianata delle moschee è apparso un affronto alla popolazione araba, tanto più dopo il lungo periodo di limitazioni imposto dalla pandemia. La ribellione palestinese, al prezzo di 278 feriti, ha costretto le autorità sioniste a cambiare il percorso della marcia. Una piccola vittoria.

Negli stessi giorni nel quartiere arabo di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, il piano di demolizione delle case palestinesi, spaventosamente incrementato sotto la pressione dei coloni, è inciampato nella volontà di resistenza di ventotto famiglie palestinesi che rivendicano i propri diritti di proprietà sulle case abitate e rifiutano di sloggiare. Una piccola resistenza che diventa il simbolo della volontà di ribellione al sionismo. La Corte suprema israeliana ha dovuto sospendere la sentenza per evitare di dar fuoco alle polveri, ma così ha confermato le difficoltà di Israele.


I NODI AL PETTINE

In realtà molti nodi stanno venendo al pettine. Gli “accordi di Abramo” tra Stato sionista e Stati Uniti, che sanciscono l'annessione della Cisgiordania e fanno di Gerusalemme la capitale d'Israele, sono stati celebrati troppo presto dalle potenze imperialiste.
Trump ha pensato di risolvere una questione storica incoronando l'onnipotenza di Israele in cambio di una manciata di soldi ai “vinti”. Biden non sembra avere intenzione di modificare gli accordi. Le borghesie arabe di diversi paesi si sono strette alla corte del sionismo incassando la contropartita di concessioni finanziarie e commerciali. Gli imperialismi europei hanno avallato il tutto col proprio silenzio, cercando di ricavarne un utile per i propri interessi.
Ma il quadro si va complicando in fretta su ogni versante.

Lo Stato d'Israele sta conoscendo una crisi politica interna senza precedenti. Quattro elezioni politiche in due anni misurano la difficoltà di trovare una stabilizzazione di governo. Il premier Netanyahu non riesce a trovare una maggioranza parlamentare nel mentre è inseguito da scandali finanziari e processi. Il rafforzamento delle organizzazioni di estrema destra sionista, incoraggiate dagli accordi di Abramo e dunque dallo stesso premier israeliano, complica ogni soluzione politica. Il fatto che oggi la ricerca di una maggioranza alternativa al Likud debba affidarsi ad un tentativo di accordo tra un'organizzazione reazionaria di coloni ipersionisti e un partito arabo israeliano dà la misura delle difficoltà. Netanyahu cerca di drammatizzare lo scontro militare con Hamas con tanto di bombardamenti su Gaza per restare in sella nel nome dell'emergenza nazionale contro “il nemico”. Ma è un gioco troppo ripetuto, in un contesto troppo logorato, per funzionare come in passato.

Problemi non meno gravi si pongono per la politica palestinese.
Il governo corrotto dell'ANP ha voluto rinviare le elezioni palestinesi nei territori occupati per timore di un esito catastrofico per al-Fatah, ma così perpetua una situazione di manifesta illegalità. Il mandato di Mahmoud Abbas è infatti scaduto nel 2009. Questa situazione sta disgregando l'unità interna di al-Fatah. La candidatura di Mohammed Dahlan, ex capo dei servizi segreti dell'ANP, da dieci anni in esilio, ha l'appoggio degli Emirati e di al-Sisi. Al polo opposto la candidatura di Marwan Barghouti, prigioniero da anni nelle carceri sioniste, richiama agli occhi dei palestinesi la domanda di rottura con le politiche collaborazioniste di Abbas. Il rinvio delle elezioni a data da destinarsi è il tentativo di sottrarsi all'esplosione interna di al-Fatah, ma contribuisce di fatto a radicalizzarla.
Quanto ad Hamas, l'unico vero obiettivo è preservare il proprio controllo su Gaza, costi quel che costi, coi metodi dell'integralismo confessionale e del dispotismo. La polarizzazione dello scontro con Israele serve solo a intestarsi il primato simbolico della contrapposizione al sionismo in funzione dello status quo.


UNA PROSPETTIVA DI LIBERAZIONE

Di certo nessuna delle componenti del gruppo dirigente palestinese avanza una prospettiva di liberazione del proprio popolo. Ciò proprio nel momento in cui si stringe la morsa degli accordi di Abramo e al tempo stesso si moltiplicano le difficoltà della loro attuazione.
In queste condizioni, uno spettro si aggira nella Spianata delle Moschee e per i vicoli di Gerusalemme: quello di una terza intifada. Fu nel miglio sacro di Gerusalemme che presero slancio l'intifada degli anni '80, e quella degli anni 2000, quando una grande massa di palestinesi si sollevò contro l'occupazione per chiedere la liberazione della propria terra. Questa è oggi la vera preoccupazione dei circoli sionisti e delle potenze imperialiste. Non temono né al-Fatah né Hamas, temono la sollevazione della giovane generazione palestinese. Un timore che percorre le élite al potere nei paesi arabi, asservite all'imperialismo, perché sanno che una sollevazione palestinese potrebbe richiamare, come già in passato, la mobilitazione della popolazione araba e scuotere di conseguenza il loro potere.

Certo proprio l'esperienza delle grandi intifade mostra la necessità di una prospettiva strategica verso cui indirizzarle. Non c'è possibile soluzione storica della questione palestinese senza il diritto al ritorno nella propria terra. Non c'è diritto al ritorno nella propria terra senza la dissoluzione rivoluzionaria dello stato d'Israele, con la distruzione delle sue basi confessionali, giuridiche, militari. L'idea dei “due popoli, due Stati” su cui si sono abbarbicate le sinistre riformiste di tutto il mondo, ha rappresentato per lungo tempo una mistificazione insostenibile: l'idea della possibile soluzione della questione palestinese all'ombra del sionismo. Oggi è morta la stessa credibilità di quella illusione.
Non c'è soluzione della questione palestinese fuori da una prospettiva di rivoluzione, che unisca la ribellione delle masse palestinesi e delle popolazioni arabe con la mobilitazione antisionista della parte migliore della popolazione ebraica. Per una Palestina unita e socialista, dentro una federazione socialista araba, nel rispetto dei diritti della minoranza ebraica: la prospettiva strategica della Terza Internazionale comunista dei suoi anni rivoluzionari. La prospettiva della Quarta Internazionale delle origini.

La storia reale riporta le cose ai fondamentali. Senza ripartire da lì, senza ricostruire una direzione rivoluzionaria del popolo palestinese e della nazione araba che sappia battersi per la grande causa della liberazione dall'oppressione sionista e dall'imperialismo, la storia della Palestina e del Medio Oriente resterà segnata dalla barbarie.

sabato 15 maggio 2021

Palestina libera, Palestina rossa

Nel corso della manifestazione di oggi 15/05/2021, convocata dalla comunità palestinese di Roma, dimostrazione che cade nel giorno della Nakba, prima di partire in corteo, si sono avvicendati al microfono del piccolo palco allestito in Piazza Esquilino numerosi esponenti politici, studenteschi, sindacali, di altre comunità nazionali.

Care sorelle e cari fratelli,
Care compagne e cari compagni, 

oggi siamo qui in Piazza Esquilino in piena solidarietà con il popolo palestinese che lotta per la propria sopravvivenza ed esistenza dal 1948. Abbiamo ascoltato, in questi giorni e settimane, narrazioni che distorcono la realtà dei fatti, abbiamo ascoltato fonti unilaterali, abbiamo visto modificare oppressi e oppressori.
Abbiamo visto esponenti politici dell’arco parlamentare tutto, dalla Lega al PD, da Forza Italia a Italia Viva passando per Fratelli d’Italia, sostenere esattamente il contrario di quello che stiamo dicendo in questa piazza: ricordiamocelo tutti noi quando dovremo presentare loro il conto, ricordiamocelo quando verranno a pulirsi la faccia chiedendo i voti per battere “il mostro” di turno. Ebbene: loro sono il peggio, non esiste meno-peggio.
Noi sappiamo, infatti, che la realtà dei fatti è un’altra. Sappiamo che non ci possono essere due popoli e due stati.
Abbiamo ascoltato le rivendicazioni di associazioni e singole persone che da questo palco hanno invocato l’aiuto e l’ascolto dell’Unione Europea e dello Stato Italiano. Ma le loro orecchie sono e saranno sorde a ogni vostra e nostra richiesta: non c’è ascolto e non ci potrà mai essere con chi riconosce lo stato d’Israele tacendo sulla Palestina mentre compie accordi milionari per vendere armi in Arabia Saudita e Turchia.
Non c’è e non ci deve essere fiducia di chi esporta armi, guerre, nei confronti dell’imperialismo, del capitalismo, di cui Israele, gli USA, l’UE sono portatori sani.

Viva l’indipendenza e l’autodeterminazione del popolo palestinese!
Palestina libera, Palestina Rossa!



 


martedì 4 maggio 2021

PCL Roma solidale con chi lotta per difendere lavoro e diritti

Stamattina, martedì 4 Maggio, abbiamo partecipato come sezione romana del Pcl al presidio presso il Mise convocato dall'organizzazione sindacale Si Cobas e dai disoccupati napoletani del Movimento di Lotta 7 Novembre. Era importante esserci e dare il chiaro segnale che il Partito Comunista dei Lavoratori è al fianco di chi compie le lotte e le vertenze, di chi si ribella alla sua oppressione per il profitto capitalista, per affrontare frontalmente l'offensiva padronale e reazionaria, propria di una borghesia patriottarda che reprime. Per l'unità di tutte le lotte e tutte le vertenze di chi, con il proprio lavoro, si vede sempre più messo in discussione dal potere. Di un capitalismo che, in questa maniera antidemocratica, vuole affermare ancora più egoismo, ancora più privilegio. Il presidio si è svolto con notevole partecipazione solidale, davanti al MISE, avendo prima convocato una manifestazione sotto il parlamento a Piazza Montecitorio, che si poi spostata sotto il Ministero. Si è poi imposta con la lotta classista e combattiva, un interessamento del ministro per convocare la FEDEX al tavolo di discussione. E l'impegno a creare un tavolo anche per risolvere i problemi posti dai disoccupati in lotta. Certi che solo con la lotta, la più partecipata possibile, si riuscirà a imporre la difesa del lavoro e dei diritti. 
 
Ci dichiariamo solidali, e non può essere altrimenti, con i lavoratori della FEDEX che per partecipare con lo sciopero alla lotta di classe, si sono visti recapitare repressivi fogli di via, che vanno ad aggiungersi ad arresti immotivati e punitivi.
Il PCL è proiettato a contribuire a costruire il Patto D'Azione Anticapitalista per il Fronte Unico di Classe, il più partecipato possibile. Solo con la lotta si possono creare soluzioni ai problemi della classe delle sfruttate e degli sfruttati.
E a tal fine, ci sentiamo impegnati a lavorare per la più larga e ampia solidarietà possibile.

Enrico Biso

Pillole di storia: ricordiamo l'esperienza del Poum

Il 26 Settembre 1935, si formava il P.O.U.M. - Partido Obrero de Unificaciòn Marxista - ( Partito Operaio di Unificazione Marxista). 

Uno scatto fotografico ne testimonia l'importante partecipazione al suo Atto di Fondazione.
La sua esistenza in seguito fu di notevole importanza nella Guerra Civile Spagnola e nella lotta al Fascismo Iberico - il Franchismo Reazionario e Nazionalista. Il P.O.U.M. fu avversato al tempo stesso anche dallo Stalinismo Totalitario ed Antidemocratico, che lo represse con il timore che potesse seminare ed attuare sentimenti Internazionalisti, Rivoluzionari e Anticapitalisti. Una delle più importanti esperienze antifasciste e al tempo stesso antistaliniste, nella Spagna di quegli anni di formidabili esperienze Rivoluzionarie. Il Marxismo Rivoluzionario della Quarta Internazionale di Trotsky ne fu fondamentale interlocutore, con punte di polemica politica e culturale, quando il P.O.U.M. purtroppo entrò nel Governo Borghese del Fronte Popolare. Purtuttavia l'esperienza del P.O.U.M. è stata una fondamentale palestra politica, per chiunque faccia riferimento alla Rivoluzione nella Spagna Comunista e Proletaria. 

 

Enrico Biso

martedì 2 febbraio 2021

2 febbraio 1944: fucilati a Forte Bravetta 11 partigiani di Bandiera Rossa

Pubblicato dal blog dell'Anpi di Roma il 2/2/2021

Il 2 febbraio 1944, a Roma, sul terrapieno del Forte Bravetta, furono fucilati undici partigiani appartenenti al Movimento Comunista d’Italia. L’esecuzione fu affidata dal Comando tedesco a un plotone di militi della Polizia Africa italiana comandato dal colonnello Nino Toscano come si apprende da un documento redatto dalla segreteria del carcere di Regina Coeli e conservato nell’Archivio di Stato di Roma:


Domani 2 febbraio ore 11, al forte Bravetta sarà eseguita la sentenza di condanna alla pena capitale 
pronunziata nell’udienza del 27 gennaio scorso dal Tribunale di campo tedesco di Roma a carico dei seguenti individui:
1. Iacopini Romolo fu Nazzareno             nato il 9/2/1898 a Roma
2. Malatesta Ezio di Alberto                      “ “       22/10/1914 Apuania
3. Zolito Filiberto d’Ignoto                          “ “      15/10/1894 Roma
4. Branko Bitter [recte Bitler] di Gabriele   “ “      5/1/1905 Strokovoi
5. Rossi Gino fu Silvio                               “ “      16/3/1893 Padova
6. Arena Ettore di Luigi                              “ “       17/1/923 Catanzaro
7. Sbardella Quirino di Pietro                    “ “       4/1/1916 Roma
8. Paroli Augusto di Rizziero                     “ “       17/6/1913
9. Badiali Benvenuto fu Giovanni              “ “       24/7/1905 Castel S. Pietro
10. Merli Carlo di Ernesto                          “ “       2/1/1913 in Mailand
11. Cirulli Ottavio fu Michele                      “ “       2/10/1906 Foggia

Il comandante la Colonna
Col. P.A.I. N. Toscano

Il Mcd’I, noto come Bandiera Rossa, dal nome del periodico che diffondono i suoi
militanti, fin dal 1941 è stata una delle formazioni più attive della Resistenza romana e
ha dimostrato una consistenza organizzativa e una capacità di azione militare almeno
pari, se non addirittura maggiore, in alcuni casi, a quella dello stesso Pci. Ufficialmente,
nei nove mesi di occupazione, ha avuto 186 morti, 137 arrestati e deportati, con 1183
combattenti riconosciuti. La formazione è stata per molto tempo definita trotzkista
soprattutto dai militanti del Pci quando la polemica fra i due movimenti era più aspra,
ma il trotzkismo con Bandiera Rossa non c’entra nulla: dividono i due partiti il rifiuto,
da parte del Mcd’I, di fare parte del Comitato di Liberazione nazionale e la sua volontà,
in caso di fusione da molti suggerita, di confluire nel Partito comunista come
organizzazione e non con adesioni individuali.
Una delle tante azioni attribuite alla formazione, probabilmente la più clamorosa,
avviene il 6 dicembre 1943.
Quel giorno, di pomeriggio, all’altezza di ponte Garibaldi, poco distante dal
Ministero di Grazia e Giustizia e dalla Sinagoga ebraica, tre uomini entrano nel Caffè
Grandicelli, ritirano dei pacchi che nascondono negli impermeabili e si allontanano
rapidamente. Nel giro di un'ora altri gruppi ripetono la stessa operazione. Poco dopo,
all'interno di numerose sale cinematografiche è distribuita un'ingente quantità di
volantini che informano la cittadinanza dei delitti commessi dalla «Polizia federale» di
Gino Bardi da poco sciolta. Anche in questo caso l’azione è registrata dalle carte
d’Archivio:

Ieri sera, durante lo spettacolo, nelle sale cinematografiche Barberini, Moderno, Odeon, Quattro Fontane, Supercinema, Margherita, Tuscolo, Massimo e Tirreno (quartieri di Magna Napoli, Castro Pretorio, Campo Marzio, Appio, S. Paolo) furono lanciati manifestini di contenuto antifascista, a firma del «Comitato Romano per il movimento comunista italiano - Bandiera Rossa». Detti manifestini furono raccolti da agenti di servizio che non poterono però identificare i diffusori data l’oscurità delle sale durante la proiezione. Sono in corso indagini.

L'azione è riuscita in pieno ma non coglie impreparata la polizia tedesca. Davanti al
cinema Principe, subito dopo il lancio dei manifestini, sono arrestati quattro partigiani
da una squadra di SS guidate da Federico Scarpato e da Biagio Roddi, due collaboratori
degli occupanti. Nei giorni successivi, grazie anche alle indicazioni di un altro
collaborazionista, Ubaldo Cipolla, la caccia ai militanti del Mcd’I continua e porta, in
meno di una settimana, all'arresto di una ventina di oppositori:. Il 28 gennaio, nella sede
del Tribunale di guerra tedesco all’Hotel Flora si svolge il processo che termina con la
condanna a morte di undici militanti per «tentati atti di violenza ai danni delle truppe di
occupazione germaniche» e a pene detentive di altri cinque. Fra questi Ettore Arena,
giovane operaio originario di Catanzaro e Ottavio Cirulli, un artigiano proveniente da
Foggia i quali attendono il giorno dell’esecuzione rinchiusi nel carcere romano.

(...)
tratto da "Testimonianze e documenti della Resistenza romana"
a cura di Augusto Pompeo

Nel mese di dicembre 1943 la formazione di Bandiera Rossa, particolarmente attiva sul piano militare, si è resa protagonista di un’iniziativa “clamorosa” nella città: ha diffuso volantini in vari cinema e teatri, che informano la cittadinanza dei delitti commessi dalla banda Bardi/Pollastrini da poco sciolta dalle autorità tedesche.

Davanti al cinema Principe vengono arrestati Romolo Iacopini, Augusto Paroli, Ricciotti de Lellis e Amerigo Onofri. Guerrino Sbardella riesce a sottrarsi alla cattura fuggendo dal cinema, ma viene arrestato dalle SS la sera stessa nella sua abitazione; il 9 viene preso Ettore Arena.

L’11 dicembre vengono arrestati in casa di Enzio Malatesta, dove stanno meditando un attentato contro automezzi tedeschi a Capannelle, lo stesso Malatesta, Carlo Merli, Ottavio Cirulli e Gino Rossi e, nei giorni successivi, Rolando Paolorossi e Filiberto Zolito. L’ondata di fermi continua a colpire la formazione per tutto il mese: nelle mani delle SS finiscono Branko Bitler, Benvenuto Badiali e Herta Katerina Hebering.

Il 2 febbraio 1944 vengono fucilati a Forte Bravetta.

 

Brevi biografie dei partigiani fucilati, in ordine alfabetico:

Ettore Arena - Nato a Catanzaro il 17 gennaio 1923, morto a Roma il 2 febbraio 1944, tornitore, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Giovanissimo si trasferisce in Germania per lavoro ma viene espulso. Nel 1942 è internato a Pisticci. In servizio come allievo elettricista nella Marina militare, si trovava a Venezia al momento dell'armistizio. Sfuggito alla cattura da parte dei tedeschi, riuscì fortunosamente a giungere a Roma, dove risiedevano i suoi famigliari. Nella capitale, prese parte alla resistenza armata militando, sin dall'ottobre 1943, nelle file del movimento "Bandiera Rossa" diventando membro del Comitato Romano della formazione e intimo collaboratore di Romolo Iacopini. In particolare è incaricato di custodire delle armi, che nasconde in un punto del greto del Tevere. Ettore Arena al momento dell’arresto nel dicembre 1943, si trova al caffè Picarozzi in piazza Esedra, assieme ad alti tre compagni con i quali discute sulla scelta della persona che dovrà sostituire Iacopini che è stato arrestato. Un mese dopo fu processato da un tribunale di guerra tedesco. Condannato a morte con altri coimputati, il giovane fu fucilato con loro a Forte Bravetta.


 

Branko Bitler, 38 anni, sposato, del Comitato esecutivo di Bandiera Rossa, è un impresario teatrale di origine croata. Ospita nel proprio appartamento vari prigionieri inglesi, si occupa dei contatti con gli alleati e fa parte del Comando militare per le bande esterne. Durante il processo che lo vede imputato, grida ai giudici che combatte assieme al popolo italiano per gli stessi ideali per i quali ha combattuto nel proprio paese.

Ottavio Cirulli 37 anni, calzolaio, di Foggia durante il fascismo è costretto all’esilio in Russia, per non essere confinato. Dopo un breve periodo torna però a Roma ed entra in Bandiera Rossa già subito dopo il 25 luglio.

Romolo Iacopini - Operaio specializzato, di 45 anni. Nato a Roma il 9 febbraio 1898 da Nazzareno e da Maria Rischione. Fin da ragazzo aveva coltivato la passione della metallurgia, specializzandosi in caldaie a vapore e motori a scoppio. Combatté nella prima guerra mondiale e fu ferito in battaglia. Alla fine del conflitto si specializzò in apparecchi di precisione e fu assunto alla Scalera Film di Cinecittà. Comunista, dopo l'occupazione tedesca della capitale diventò capo di Bandiera Rossa nella V zona (quartiere Trionfale). Insieme ad altri esponenti socialisti e comunisti, organizzò un gruppo di alcune centinaia di partigiani, nascondendo prigionieri inglesi, compiendo colpi di mano contro convogli tedeschi (ad es. fa saltare alla stazione del Littorio un vagone carico di armi), sottraendo armi e munizioni ai nazifascisti, diffondendo stampa clandestina. Il suo coraggio e il suo spirito di sacrificio gli fecero guadagnare l'appellativo di "Comandante di Trionfale". Pochi giorni prima dell’arresto, fu avvertito della presenza di delatori all'interno del suo gruppo, e in particolare di un tale Biagio Roddi. Il 6 dicembre del '43, quando fu organizzata una distribuzione "generale" di volantini in tutti i cinema romani, le SS andarono a cercarlo a casa, in via Leone IV, guidate proprio da Roddi. Iacopini, accortosi del pericolo, avvertì i compagni che si trovavano nel vicino Cinema Principe, salvando loro la vita, ma fu arrestato insieme ad Augusto Latini. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, vi rimase per oltre un mese, subendo 24 interrogatori e la tortura. Trasferito a Regina Coeli, il 28 gennaio fu processato dal Tribunale militare di guerra tedesco e condannato a morte. Fu fucilato il 2 febbraio del ‘44 a Forte Bravetta insieme a Ettore Arena, Enzio Malatesta, Carlo Merli, Gino Rossi, Guerrino Sbardella e altri cinque partigiani.

Enzio Malatesta - Nato ad Apuania (Massa Carrara) il 22 ottobre 1914, fucilato a Roma il 2 febbraio 1944, giornalista, Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria.

Figlio di Alberto Malatesta, ex deputato socialista di Novara. Prima insegnante al liceo Parini di Milano poi direttore della rivista “Cinema e teatro”, all’inizio del conflitto diventa giornalista e redattore capo del “Giornale d’Italia”. Già dal 1942 Malatesta tenta di organizzare, sull’esempio jugoslavo, bande partigiane nella provincia di Roma. La sua casa di piazza Cairoli è un punto d’incontro per tutti gli antifascisti. Durante i “45 giorni” e poi dopo l’8 settembre, avvicina ufficiali dell’esercito rimasti sbandati e intenzionati a combattere. Nei primi di ottobre entra a far parte del Comitato Esecutivo di Bandiera Rossa.

Ha il compito di organizzare e mantenere in contatto le cosiddette Bande Esterne che agiscono nelle zone settentrionali di Roma e nel Lazio e di aiutare i prigionieri inglesi evasi: la sua attività costituisce un anello importante nei rapporti tra il movimento e parte del Cln, in particolare i socialisti.

Catturato dalle SS tedesche l'11 dicembre 1943 ed accusato di aver organizzato formazioni armate, si assunse coraggiosamente ogni responsabilità, scagionando i compagni. Processato, fu condannato a morte e portato di fronte al plotone di esecuzione a Forte Bravetta.

Carlo Merli - Nato a Milano il 2 gennaio 1913, fucilato a Roma il 2 febbraio 1944, giornalista.
Aderente al "Movimento Comunista d'Italia-Bandiera Rossa", nei primi di ottobre diviene componente del Comitato esecutivo e del Comando militare per le bande esterne. Merli fu arrestato dai tedeschi a Roma l'11 dicembre 1943. Rinchiuso nel carcere di via Tasso, il giornalista fu poi condotto davanti a un tribunale nazista che lo condannò a morte per "partecipazione a banda armata". Merli fu fucilato a Forte Bravetta insieme al suo amico Enzio Malatesta.

Augusto Paroli era un operaio dei Monopoli di Stato e sin dal Settembre del 1943, oltre a cooperare con i Compagni di Valle Aurelia, affiancò Romolo Inchini nella lotta antifascista. Augusto Paroli coordina il lavoro delle staffette e custodisce un deposito d’armi. Il 6 Dicembre, dopo aver lanciato dei manifestini antifascisti nei cinema Imperiale, Bernini e Barberini, fu arrestato su segnalazione di una spia. Morì a Forte Bravetta, con altri dieci Compagni di Bandiera Rossa, il 2 febbraio 1944.

Gino Rossi, “Bixio” - medaglia d’oro al Valor Militare. Architetto, sposato, tenente colonnello dell’esercito, si unisce al Mcd’I, assieme ai soldati che riesce a trattenere dallo sbandamento dell’8 settembre e che organizza sul Monte Circeo. Fornisce all’esercito anglo-americano un piano operativo per l’occupazione delle regioni del Lazio e dell’Abruzzo e tenta di organizzare un centro di resistenza a Borgo Vodice, ma senza successo. Entra a far parte del Comitato Esecutivo di Bandiera Rossa. Viene arrestato ad Albano, i primi di novembre, mentre si reca a Roma per incontrarsi con Malatesta.

Guerrino Sbardella - Nato a Colonna (Roma) il 4 gennaio 1916, fucilato a Roma il 2 febbraio 1944, tipografo.

Padre di due figli, quando le truppe tedesche occuparono la Capitale, partecipò ad azioni di sabotaggio organizzate dalle bande di "Bandiera Rossa" (di cui era caposettore per la zona di Torpignattara), combatté con i GAP nel quartiere Trionfale e organizzò un deposito d'armi a Villa Certosa. Il 6 dicembre del '43, Sbardella fu fermato dai fascisti mentre lanciava manifestini "sovversivi" dal loggione del cinema "Principe". Riuscì a fuggire, con l'aiuto dei compagni che erano con lui in appoggio, ma giunto a casa, quella stessa notte, fu arrestato dalle SS su segnalazione di alcuni delatori. Rinchiuso nel carcere di via Tasso e seviziato, Sbardella fu poi trasferito a Regina Coeli. Condannato a morte il 28 gennaio del '44 dal Tribunale militare di guerra tedesco, fu fucilato sugli spalti di Forte Bravetta, insieme ad altri dieci patrioti, tra i quali Ezio Malatesta ed Ettore Arena.

Filiberto Zolito - romano, calzolaio di 49 anni, sposato, usa la cantina della sua abitazione per nascondere le armi del Movimento. Al momento dell’arresto, il 15 dicembre 1943, vengono rinvenute nella sua abitazione due rivoltelle, una scorta di munizioni e una bomba a mano.

A via della Lupa è stata eretta una lapide a suo ricordo.

 


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