giovedì 16 giugno 2016

Sulle comunali di Roma: la situazione generale, i motivi dell'astensione

Le elezioni comunali di Roma restituiscono uno scenario senza dubbio critico dal punto di vista del peso delle forze in campo, ma forse non così anomalo, stando agli sviluppi della sua situazione politica negli ultimi anni e a ciò che si muove oggi a livello profondo tra i settori e le classi sociali a Roma.
Il PD, vero sconfitto delle elezioni, cala bruscamente ed inevitabilmente dopo le vicende della cosiddetta "mafia capitale", che hanno travolto in pieno, con la caduta di Marino, anche le ultime illusioni riformiste su una giunta "progressista" dal profilo civico e moralizzatore, che avrebbe liberato l'amministrazione dalle spire profittatrici del clientelare Gianni Alemanno.
Ciò che rimaneva della sinistra ex radicale (raccolta intorno a SEL), avvinghiata a Marino fino all'epilogo, non è stato capace di rompere con il centrosinistra nemmeno a Roma e nemmeno con un PD ormai pienamente e irreversibilmente "renzizzato".
La vicenda della candidatura Fassina, con il contorno tragicomico delle liste prima respinte e poi riammesse, è il segno di un'incapacità eclatante dei residui della sinistra riformista anche semplicemente di apparire (figuriamoci di essere!) come un qualcosa dotato di riconoscibilità e di alternatività rispetto al PD, dopo vent'anni e oltre di subalternità sempre più oscena. I voti raccolti non potevano che sancire questa triste realtà.
La destra di Giorgia Meloni, tra ricomposizioni identitarie postberlusconiane e ammiccamenti postneofascisti (tributi ad Almirante), è riuscita in un certo senso a tamponare il ricordo e lo spettro della catastrofica esperienza della giunta Alemanno, e a capitalizzare la rappresentanza del vecchio centrodestra unitario attingendo al serbatoio di voti e di interessi della destra profonda romana.

A beneficiare del tutto sicuramente il Movimento 5 Stelle, probabile vincitore del ballottaggio, con un programma ambiguo (molto lontano dalla chiarezza che si aspettava chi ad esso guardava con favore, primi fra tutti i lavoratori comunali) e reticente su tutte le questioni calde riguardanti l'amministrazione di Roma, questioni che hanno segnato e segnano (e segneranno!) le lotte dei lavoratori di questa città: municipalizzate, privatizzazioni, Salva Roma, lotta per la casa.

Il M5S ha dimostrato sufficientemente, in questi tre anni che segnano la sua ascesa a fenomeno stabile e riconosciuto della politica nazionale, le sue posizioni antioperaie e totalmente indifferenti - quando non nemiche - a ciò che riguarda la giustizia sociale. Nel metodo del dare un colpo al cerchio e uno alla botte, si presenta - anche sul terreno delle politiche sociali - come il nuovo che si contrappone al vecchio.
Sostiene di voler difendere i lavoratori quando i suoi dirigenti sostengono l'inutilità dello strumento sindacale in quanto tale, proponendone il suo scioglimento.
Sostiene che non permetteranno il licenziamento dei tanti precari e precarie comunali, per poi rinviare la soluzione all'attesa di normative e di leggi nazionali.
Sostiene il diritto all'abitare, ma condanna le occupazioni a scopo abitativo.
Sostiene la salvaguardia dei beni comuni, ma dichiara la propria contrarietà a difenderli anche con la forza (essendo la "legalità" il suo unico criterio regolatore).
Sostiene la lotta alla speculazione, ma si ferma ogniqualvolta venga minacciata la sacralità della proprietà privata.
Innalza ad ogni stante il vessillo di una (genericissima) giustizia, ma non dice una parola sulle condizioni di immigrati e profughi.
La campagna elettorale delle amministrative, e quella romana in particolare, ha fatto emergere ancora più nettamente la natura aclassista del M5S, e il profilo in ultima analisi reazionario del suo progetto politico complessivo, che, anche quando si spinge a riconoscere l'esistenza di interessi contrapposti, e quindi a chiamare i lavoratori con il loro nome (invece che "cittadini"), non fornisce nei suoi programmi nessuna reale soluzione ai problemi della stragrande maggioranza di coloro che, a Roma come altrove, vivono sulla loro pelle i problemi causati da un sistema del quale il M5S non vede che l'involucro e le storture esteriori, nella migliore delle ipotesi.

È evidente quanto questo progetto politico trascini e riconduca i lavoratori e le masse dalla parte della compatibilità e della conciliazione con il sistema capitalistico, invece di sospingerli verso un'alternativa complessiva che guardi alle basi dello sfruttamento capitalistico, individuando qual è la vera radice delle ingiustizie e della corruzione dilaganti.
La risposta del M5S, al contrario, non sapendo riconoscere e non volendo nemmeno ammettere il fondamento di classe delle rivendicazioni e dei diritti con i quali è costretto a fare i conti, non può che limitarsi a sbatacchiare ossessivamente e inutilmente il futile ciarpame della "legalità", dell'"onestà", della "trasparenza", fino all'ottundimento.

Come ci insegna in questi giorni la classe lavoratrice francese, solo ponendo al centro potentemente la questione di classe, i lavoratori e gli sfruttati, attraverso le proprie parole d'ordine e le proprie organizzazioni di classe, possono fermare l'attacco capitalista e conquistare con la lotta condizioni di vita migliori per sé stessi e per la stragrande maggioranza della società. 

A fronte di questa situazione, la scelta del Partito Comunista dei Lavoratori non può che essere un convinto appello all'astensione.
Contro due opzioni entrambe in continuità con le politiche economiche e sociali fin qui perseguite, a livello locale e a livello nazionale.
Contro due candidati espressione di una classe avversaria dei lavoratori.
Contro due programmi entrambi ugualmente rovinosi per gli interessi e le aspirazioni dei lavoratori, dei disoccupati, degli immigrati, dei giovani di questa città.
Ma anche contro quella sinistra e quelle burocrazie politiche e sindacali in disarmo che, paralizzando il movimento e la lotta di classe, nella loro incapacità di trovare una soluzione allo stato di arretramento e confusione e di farsi carico della rappresentanza dei lavoratori, in definitiva li ingannano proponendo ad essi il populismo reazionario a cinque stelle come la soluzione, o quantomeno la compensazione, dei loro mali.

Se, come è probabile ad oggi, il M5S vincerà le elezioni comunali di Roma e Virginia Raggi diverrà sindaco, ci piacerà poter ricordare soprattutto a loro il vero programma di Grillo, rilasciato da lui stesso al quotidiano La Repubblica l'11 aprile di quest'anno, in cui senza troppi problemi e scrupoli dichiara riguardo al comune di Roma: «Gli esuberi di personale dentro gli uffici ci saranno per forza» (...) «avremo, e i romani devono saperlo, scioperi, gente che verrà in Comune a chiedere perché, persone che perderanno il lavoro. Non abbiamo il reddito di cittadinanza: se lo avessimo andremmo alla grandissima. Ma devono capire i romani che miracoli qui non li fa nessuno.» (1)

A prescindere da chi sarà il nuovo sindaco e dalla composizione del prossimo consiglio comunale, sappia Grillo fin da ora che in piazza, fra chi lotterà e sciopererà contro i suoi propositi padronali, ci sarà come sempre, ancora una volta, il Partito Comunista dei Lavoratori.

(1)http://roma.repubblica.it/cronaca/2016/04/11/news/campidoglio_beppe_grillo_sui_dipendenti_negli_uffici_comunali_ci_saranno_esuberi_-137415085/

Partito Comunista dei Lavoratori - Roma