giovedì 30 maggio 2013

Anche il voto amministrativo di Roma sancisce la crisi dei riformisti

È giunta l'ora di abbandonare ogni  illusione!

È giunta l'ora di unirsi al PCL!

Lo stato di crisi senza sbocchi della sinistra riformista trova ulteriore conferma dai risultati elettorali di Sandro Medici alle elezioni comunali di Roma. Le preferenze all'ex presidente del X municipio si attestano su un esangue 2,2 per cento, mentre il voto alla coalizione che lo sosteneva, parte preponderante della quale era rappresentato da PRC, PdCI e Sinistra Critica, non raccoglie nemmeno il due per cento.
La campagna elettorale della coalizione di Medici, tutta incentrata su pratiche e modalità poco incisive in termini di mobilitazione e di denuncia, si è tenuta ben distante dai veri gangli della lotta di classe e delle sofferenze di Roma, rivelando assenza di interlocuzione e di contatto con quelli che sarebbero dovuti essere i propri referenti sociali.
Ma ricercare la causa di questa sconfitta - o per meglio dire, considerate le cifre di PRC e PdCI nelle ultime tornate elettorali, di questo vero e proprio ristagno - nella episodicità di una singola campagna elettorale o di un insieme di circostanze contingenti significherebbe tuttavia non cogliere la portata della vera e propria rovina, organizzativa e politica, dei partiti riformisti (in primo luogo di Rifondazione Comunista) e del dissolvimento della loro stessa ragion d'essere. Questo dissolvimento coincide e ha profonde connessioni con la fase storica della più grande crisi capitalista degli ultimi ottant'anni, e più esattamente con le sue terribili, ultime convulsioni.
Ciò che non può essere ormai disconosciuto è un processo che quindi va ben al di là della tattica e dell'orientamento di questo o quel momento della vita dei partiti riformisti. Non si tratta di (sempre più numerose) "scelte sbagliate" o di (sempre più gravi) "errori dei dirigenti". Si tratta, più semplicemente e più drammaticamente - a Roma come altrove, a livello locale come a livello internazionale - di tutte le insufficienze di un progetto strategico, quello riformista, che si rivela inutile perché impraticabile, impraticabile perché non all'altezza della radicalità della violenza della crisi capitalista. 
Ciò che occorre urgentemente, quindi, è la presa d'atto politica dell'esaurirsi storico del lungo ciclo riformista, e della sua stessa possibilità di sussistenza o di ripartenza, al di là di scorciatoie elettoraliste che potranno forse, in futuro, vedere invertirsi i risultati, ma che di sicuro non invertiranno le sorti di quei partiti, né tantomeno dei lavoratori. Occorre riuscire a guardare impietosamente un campo di macerie sotto il quale restano sepolte da troppo tempo le ragioni di milioni di sfruttati, che non potranno essere riscattate se non quando quelle macerie saranno rimosse. Occorre unire, fin da ora, tutte le forze al servizio dell'unica opposizione possibile al capitalismo, ai suoi governi, alle sue giunte: quella rivoluzionaria, cioè comunista.
Anche a Roma, chiunque dovesse essere il prossimo sindaco, è e sarà questo l'obbiettivo del PCL.
Partito Comunista dei Lavoratori
Sezione di Roma