venerdì 2 novembre 2012

IL PCL AL NO MONTI DAY

Per giorni in ansia per il cattivo tempo, a guardare le previsioni per il 27 ottobre, giorno della manifestazione “NO MONTI DAY”.  Finalmente è arrivato il giorno, il tempo è stato clemente e, anche se è nuvoloso, non sembra voglia piovere. L’appuntamento con i compagni della sezione di Roma del PCL  è alle 11:30 davanti alla chiesa, che si trova in Piazza della Repubblica. Arriviamo alla spicciolata, ma per le 12:30 ci siamo tutti e già abbiamo montato striscioni, bandiere e il banchetto con volantini e giornali del partito. Man mano arrivano anche i compagni da fuori, comunque la macchina organizzatrice della sezione Vito Bisceglie di Roma viaggia a pieno regime, in poco tempo riusciamo a sistemare il camioncino che ci accompagnerà durante il corteo, a preparare le bandiere del partito per tutti i partecipanti  e, cosa più importante, ci organizziamo per il servizio d’ordine. Alcuni di noi vengono inseriti nel servizio d’ordine unificato, altri compagni, precedentemente scelti, si occupano del servizio d’ordine interno del partito. Pian piano la piazza si riempie e si colora, specialmente di rosso. Sono presenti  i Cobas, i No TAV, i No Debito, la Rete 28 Aprile, l’USB, i centri sociali, i Carc, Sinistra Critica, Rifondazione Comunista e, naturalmente, noi del PCL, insieme ad altre realtà della Sinistra extraparlamentare. Gli studenti si aggregheranno in un secondo momento, giungendo a loro volta in corteo dall’Università. Poco dopo le 15, finalmente il corteo si muove, in base agli accordi precedentemente stipulati ci inseriamo nel corteo subito dopo Rifondazione Comunista, grazie anche all’operato dei compagni della Toscana. I nostri compagni Max e Lev seguono il corteo dal camioncino gestendo la musica, l’acustica e l’organizzazione materiale. Alcuni compagni particolarmente agguerriti e ben organizzati si schierano dietro lo spezzone del PCL , per isolare la coda del nostro corteo dal resto dei partecipanti. Si procede tranquillamente e senza particolari precauzioni. Giunti all’altezza di Via Nazionale, come da accordi precedentemente stabiliti, ci schieriamo intorno al nostro spezzone con un servizio d’ordine imponente e ben organizzato. Alla testa del corteo i compagni del servizio d’ordine si uniscono con gli altri compagni schierati ai lati, creando un unico cordone intorno al nostro spezzone. Avanziamo così agguerriti e organizzati, gridando gli slogan e le canzoni diffuse dagli altoparlanti del camioncino. Ogni tanto alcuni compagni, di propria iniziativa, cominciano a cantare o a gridare slogan, prontamente seguiti dal resto dei compagni. Giunti all’altezza di una via da cui proveniva del fumo a causa di un piccolo incendio, credendo che potesse esserci anche un minimo pericolo, i compagni del servizio d’ordine schierati davanti, con movimento organizzato fanno indietreggiare i compagni del servizio d’ordine laterale e si schierano al loro fianco, per costituire un blocco consistente a protezione del passaggio dello spezzone del nostro partito. Una volta superato l’ipotetico pericolo, il servizio d’ordine ritorna allo schieramento iniziale. Continuiamo ad avanzare verso Piazza San Giovanni distinguendoci dal resto del corteo per organizzazione, per impeto e per parole d’ordine veramente rivoluzionarie e trotskiste. Irrompiamo alla fine in Piazza San Giovanni al grido “RIVOLUZIONE, RIVOLUZIONE!!!” e, dopo aver ascoltato gli interventi dei rappresentanti dell’organizzazioni, ci avviciniamo al palco per ascoltare il discorso del nostro portavoce nazionale Marco Ferrando. Nonostante fossimo numericamente, ma non certo ideologicamente, inferiori a Rifondazione, scateniamo grida di incitamento e di gradimento verso il palco come nessun altro nella Piazza. Finita la manifestazione tutti insieme rimettiamo a posto sul camioncino il materiale del partito, mentre ci scambiamo commenti sulla manifestazione e battute tra di noi. È l’ora dei saluti intorno al camioncino passano i compagni per salutarsi e darsi l’arrivederci ad un'altra occasione. Sono presenti inoltre Marco Ferrando e Franco Grisolia con la loro disponibilità e accortezza nei confronti di tutti i compagni. Torniamo infine a casa, certi di aver dato un grande contributo nei contenuti alla manifestazione e orgogliosi di far parte di un partito veramente rivoluzionario, il Partito Comunista dei Lavoratori.

domenica 28 ottobre 2012

Reddito minimo? No, lavoro per tutti

Dall'inizio di quest'ultima fase della crisi economica, si sente spesso parlare di reddito minimo, reddito di cittadinanza o altri concetti del genere. Si tratterebbe, se capisco bene i discorsi spesso confusi dei fautori di tali provvedimenti, di fornire un reddito a delle categorie che ne sono prive. In questo articolo vorrei  esaminare questa idea da un punto di vista marxista, l'unico punto di vista che dovrebbe interessare chiunque pretenda di dirsi comunista. Tralasciando la categoria degli studenti, che merita un discorso a parte, si tratterebbe essenzialmente di provvedere ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione.
Il problema che si vuole affrontare, l'enorme aumento della massa dei disoccupati provocato dalla crisi, è in effetti grave e reale. Tuttavia tentare di  risolverlo distribuendo ai disoccupati un reddito non derivato dal lavoro allorché i padroni spingono per far lavorare di più coloro che hanno un lavoro lo hanno, guardandosi bene dall'assumere altri lavoratori —vedi ad esempio la recente richiesta rivolta alla Grecia di aumentare a 48 ore la settimana lavorativa—, mi sembra più vicino alle idee kenesiane che a quelle marxiste.
In effetti, se visto da un punto di vista kenesiano, il concetto di reddito minimo ha sicuramente i suoi pregi. La concessione di un'elemosina —che di questo si tratta— ai disoccupati, ai membri di quello che Marx chiamava «l'esercito di riserva» del capitale, assolverebbe egregiamente il compito di sterilizzare le lotte e di  quietare la coscienza della borghesia. Avrebbe inoltre il vantaggio, sempre da un punto di vista capitalistico, di dare potere d'acquisto a persone che ne sarebbero altrimenti prive concorrendo così ad una ripresa della domanda che potrebbe —il condizionale è d'obbligo— contribuire all'uscita da questa crisi che, come tutte le crisi capitalistiche, è una crisi di sovrapproduzione.
Aggiungiamo ai vantaggi  qui ricordati il suo sapore socialisteggiante legato all'idea di far pagare i ricchi, finanziandolo —come fu il caso in Francia per il R.M.I.— con un'imposta patrimoniale o con l'aumento delle aliquote sui redditi più elevati, e forse possiamo capire il fascino che tale provvedimento esercita su molti compagni. Specie su quei compagni  che citano più volentieri Keynes che Marx, come il segretario del PRC Ferrero o molti di coloro che scrivono di economia su un giornale che si dichiara quotidiano comunista come «Il Manifesto».
Ma cerchiamo di lasciar perdere Keynes, le cui teorie non sono state fatte a pezzi  da Marx come quelle di Adam Smith o di Ricardo per il solo motivo che egli ha avuto la fortuna di tirarle fuori  molto dopo che «[aveva]  cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra» per esprimersi con le parole di Engels. Invece di guardare a questo provvedimento tramite le lenti rosa dell'economia volgare usiamo la lente d'ingrandimento e la luce della teoria economica formulata da Marx e vediamo cosa ne viene fuori.
Mi si dice che il reddito minimo sarebbe finanziato facendo «pagare i  ricchi». Ah! Ma se escludiamo delle categorie insignificanti tanto dal punto di vista statistico quanto da quello economico —vincitori al superenalotto, giocatori di calcio, parlamentari e alcune altre— i ricchi sono i padroni —coloro che posseggono o controllano i mezzi di produzione—, le banche —che controllano i finanziamenti necessari all'industria— e i  grandi proprietari immobiliari e fondiari.
Da dove tirano fuori il loro reddito queste categorie? Da dove viene il loro patrimonio? Come sa chiunque abbia fatto la fatica di leggere Marx —non dico «Il Capitale» ma anche solo «Prezzo, Salario, Profitto»— tutto viene dal lavoro umano. Il lavoro umano è ciò che produce valore. Questo valore si divide in valore necessario, che corrisponde al prezzo della forza lavoro —ossia al salario netto pagato al lavoratore—, e in plusvalore. È dal plusvalore che viene in primo luogo il profitto del padrone, del datore di lavoro, per usare un'espressione fuorviante (l'espressione prenditore di pluslavoro sarebbe senza dubbio più corretta). Ma non è solo il padrone ad appropriarsi del plusvalore prodotto dai propri lavoratori, vi sono anche altri  che reclamano una fetta della torta.
In primo luogo le banche, le quali pretendono di essere retribuite per il denaro prestato all'imprenditore per finanziare la produzione. Ma anche i proprietari fondiari e immobiliari, che affittano all'imprenditore gli edifici  in cui  si svolge la produzione e/o il terreno su cui essi sorgono traggono il loro profitto da una quota-parte di plusvalore. Quindi, il reddito  di padroni, banchieri e proprietari  fondiari viene dalla ripartizione del plusvalore. Quanto al patrimonio  di questi signori esso è costituito, ovviamente, dall'accumulazione del plusvalore estorto ai lavoratori nel corso del tempo.
Quindi, tanto il reddito quanto il patrimonio dei ricchi sono costituiti dal surplus di lavoro, rispetto alla produzione del valore del proprio salario netto, fornito dalla classe lavoratrice (pluslavoro). Questo ha come corollario che tutte le tasse e le imposte, dirette o indirette, sul reddito o sul  patrimonio, pagate dai ricchi o dai lavoratori, sono costituite da pluslavoro estorto alla classe lavoratrice.
Queste osservazioni, lo ripetiamo, non hanno nulla di nuovo. Si tratta della base della teoria economica marxista come esposta da Marx stesso in numerose opere e dovrebbero essere patrimonio comune di chiunque pretenda di definirsi comunista.
Cosa significano queste osservazioni rispetto al reddito minimo? Semplicemente questo, che il reddito minimo sarebbe finanziato da una parte del pluslavoro. In altre parole, nella settimana lavorativa di 40 ore di un lavoratore il valore prodotto durante alcune ore sarebbe distribuito ai disoccupati. Il fatto che tale prodotto sarebbe stato in ogni caso espropriato dal padrone è secondario. Certo, è senz'altro preferibile che il prodotto delle mie ore di lavoro vada nelle tasche di un disoccupato che in quelle del padrone, di un banchiere o di un proprietario terriero ma... e se invece di cedere al disoccupato il prodotto di alcune ore di lavoro gli dessi le ore di lavoro stesse? Se invece di avere delle persone che lavorano 40 ore (senza contare gli straordinari obbligatori cari a Marchionne e sodali) e altri che non fanno nulla e percepiscono l'elemosina del reddito minimo lavorassimo tutti 35, 32 o addirittura 30 ore settimanali? È il vecchio ma sempre attuale concetto del «lavorare meno, lavorare tutti» o l'ancora più vecchio —e anch'esso attualissimo— concetto della “scala mobile delle ore di lavoro” presentato nel “Programma di transizione” della IV Internazionale nel lontano 1936.
Ovviamente questa riduzione dell'orario di lavoro dovrebbe avvenire a salario costante, anzi gli indecenti salari attuali dovrebbero essere aumentati. Un salario di 800€ o persino 600€ al mese è in contraddizione persino con la Costituzione borghese della Repubblica Italiana, che all'articolo 36 prevede che la retribuzione a cui ogni lavoratore ha diritto debba essere «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Del resto, l'idea di riduzione dell'orario di lavoro con concomitante aumento del salario è perfettamente in linea con la teoria economica marxista. In effetti, nel sistema capitalistico il salario è il prezzo della merce «forza lavoro» che il capitalista acquista e il proletario vende. Tale prezzo deve, come per tutte le merci, essere uguale al costo di riproduzione, ossia deve corrispondere ai bisogni del lavoratore e della sua famiglia, bisogni determinati dalla società stessa (p.es. nella società odierna disporre di un frigorifero deve essere considerato un bisogno allorché 50 o 60 anni fa sarebbe stato un lusso). L'acquisto della merce forza lavoro dà all'acquirente —al capitalista— il diritto di far lavorare il venditore —il proletario— e ad appropriarsi del prodotto di tale lavoro. La legge stabilisce poi dei limiti al quanto e come il capitalista può far lavorare il lavoratore, ma il prezzo della forza lavoro, il salario, non ha nulla a che vedere con la quantità di lavoro fornita.
Vi è anche un altro motivo per cui la redistribuzione delle ore di lavoro è un approccio migliore del reddito minimo al problema di assicurare a tutti e tutte un reddito decente. Parlate con un disoccupato. Chiedetegli cosa vuole. Non vi dirà «voglio dei soldi», vi dirà «voglio un lavoro». Chiunque abbia un minimo di dignità non vuole campare di elemosina —e questo sarebbe il reddito minimo— ma vuole guadagnarsi il pane lavorando. Lavorando il giusto, ovviamente: nessuno che non sia masochista vuole spaccarsi la schiena per un pugno di riso.
Il lavoro, come precisa Marx nel primo libro de «Il Capitale», è il processo tramite il quale gli esseri umani modificano i prodotti della natura per poterli utilizzare nella soddisfazione dei propri bisogni. I progressi della tecnologia consentono di ridurre la quantità di lavoro totale necessaria per soddisfare i bisogni di tutti, nonché di soddisfare nuovi bisogni; ma non consente, non può consentire di azzerare completamente tale quantità di lavoro. Quindi, o abbiamo alcuni che lavorano e altri che non fanno nulla, oppure lavoriamo tutti. Tertium non datur.