lunedì 16 aprile 2012

Suicidi operai: un'analisi politica


Relegati ai fatti di cronaca, tenuti ben lontani, nelle pagine di quasi
tutti i giornali, dalle notizie sulle manovre economiche firmate
Monti-Fornero-BCE, moltissimi uomini da mesi si suicidano. Nella maggior
parte dei casi le cause del gesto vengono ricondotte alla loro
situazione lavorativa ed economica, ma un'analisi seria non viene mai
esplicitata: senza il supporto di un ragionamento adeguato questi
suicidi non usciranno mai dalla sfera del personale per entrare in
quella politica. Questa lettura della realtà vuole quindi essere
esplicitamente d'aiuto ai lavoratori che non ce la fanno più. Vuole
anche essere prevenzione, perché parlare delle cose, dar loro un nome,
significa smettere di essere complici di quel sistema in cui, se gli
operai si suicidano, va bene così. Vuole ribadire, inoltre, che a
decidere del presente e del futuro siamo noi: la Storia si fa nelle
strade e nelle piazze, non di certo attraverso manovre e riforme decise
dall'alto.
Un gruppo di burattini chiamato governo tecnico è stato messo lì dalla
BCE, con la lacrima a comando, per adattare l'Italia ai famosi “standard
europei”. Dopo venti anni di berlusconismo che ha ammazzato qualsiasi
lotta esistente in Italia, e in cui le poche rimaste sono isolate, non
c'è da stupirsi che il movimento dei lavoratori faccia fatica ad imporsi
come opposizione (per non parlare di quello precario), sebbene questa,
ribadiamo, sia l'unica legittima. Ma i lavoratori, quelli che non
riescono a condividere il malessere, pratica, quest'ultima, anch'essa
atomizzata dal berlusconismo, si uccidono, si danno fuoco, si impiccano:
fenomeni al limite del prevedibile, ma da analizzare. Perché se il
lavoro, infatti, finisce per coincidere con la vita, è naturale che
senza lavoro la vita perde di senso. E le conseguenze sono scontate.

Ciò che distingue questo periodo storico, però, è la difficoltà a
coinvolgere i lavoratori e le lavoratrici all'interno di un programma di
lotta. Gran parte dei mezzi di comunicazione di massa hanno fatto
passare l'equazione che la “casta politica”, espressione con cui si
designa l'insieme dei rappresentanti dei cittadini italiani nelle
istituzioni che guadagna un salario spropositato, sia uguale a
“politica”, generando così due fenomeni: il primo, un disinteresse
generale al limite dell'indifferenza nei confronti della realtà, che
spesso sfocia in atteggiamenti nichilisti e rassegnati. Il secondo, un
(ma neanche troppo) latente razzismo: siamo noi, in quanto “cittadini
italiani” a dover dire che non ci stanno bene i “nostri” politici. I
non-italiani sono naturalmente esclusi dal discorso, oppure trattati
come un fastidioso problema secondario, sebbene con coloro i quali
emigrano in Italia, allo stato attuale, la classe lavoratrice ha
moltissimo in comune, e sebbene i non-italiani abbiano moltissimi
problemi politici a causa di leggi tipo la Bossi-Fini.
Allo stato attuale delle cose, i lavoratori, i precari, gli studenti,
si rivolgono al Santoro di turno: ad una casta, se n'è sostituita
un'altra, quindi, quella dell'informazione-spettacolo.


I suicidi di questi mesi hanno però avuto l'effetto di riportarci
drasticamente alla realtà e di confermare l'ipotesi secondo cui non solo
il “discorso sulla casta” non giova a nessuno se non a chi lo fa, ma ha
anche indebolito i vari movimenti, facendo loro credere che,
sostanzialmente, è inutile lottare, tanto della tua vita non sei tu a
decidere, perché esiste la politica rappresentativa. Quello che conta,
improvvisamente, è trovare visibilità in questi teatrini
dell'informazione, lottare a chi urla di più, riducendo la propria vita
e la lotta, infine, a qualcosa di esclusivamente spettacolare.

Martedì 10 aprile “il manifesto” ha pubblicato un'inchiesta molto
importante di John Endelson: in una fabbrica della Apple ad Hong Kong,
famosa per i suoi suicidi e dove addirittura i lavoratori usano questo
come un ricatto (o lavoro o morte, insomma), la Apple stessa ha fatto
intervenire la FLA (Fair Labour Association) per indagare sulle
condizioni dei lavoratori, che, a leggere la FLA stessa, sarebbero “di
prima classe”. Ma la FLA, come si legge nell'articolo, è dalla parte
delle multinazionali, e i suoi componenti sono tenuti al guinzaglio
dalle aziende stesse. Questo vorrebbe fornire un esempio estremo, ma
forse non troppo, di quello che potrebbe accadere in un futuro senza
lotte. Anche i lavoratori in Italia, infatti, si suicidano se perdono il
lavoro. Ancora non è un'arma di ricatto, però. La differenza? A Hong
Kong c'è più consapevolezza di quanto la forza del proprio corpo valga,
in Italia no.

Vogliamo, noi del PCL, dirottare questa consapevolezza verso la lotta e
la politica, mai ridotti a teatrini spettacolari o a brutte copie di
reality show scadenti, ma alla lotta per un presente ed un futuro
migliori, che ci appartengano e di cui siamo gli artefici: alla vita,
insomma.

Serena Ganzarolli, PCL Roma