giovedì 15 marzo 2012

IL NOSTRO RISORGIMENTO


Le celebrazioni del 150 anniversario dell’unità d’Italia hanno visto una profusione ampia di retorica “patriottica”, in cui l’ineffabile presidente della repubblica Napolitano ha messo lo stesso impegno che ha poi profuso nell’appoggiare il governo antioperaio di “macelleria sociale” di Monti, del resto sua creatura politica.
Molti nel “popolo di sinistra” si sono adattati ideologicamente a questo clima, vedendovi erroneamente una forma di opposizione all’allora governo Berlusconi-Bossi.
La CGIL stessa sì è sostanzialmente conformata a questo clima di “unità nazionale”, dimentica della realtà di lotta e anche guerra di classe che ha contraddistinto i 150 anni dello stato borghese unitario.
Nessuno, salvo il nostro partito, ha ricordato gli elementi importanti di sollevazione di massa popolare e di lotta cosciente per una rivoluzione al contempo democratica e sociale di cui fu impregnato il “risorgimento”, prima della sua truffaldina e conservatrice soluzione sabauda.
Per questo, in occasione di questo evento conclusivo delle celebrazione del 150° da parte della CGIL, riteniamo cosa utile diffondere qui la nostra commemorazione alternativa, quale apparsa nel 2011 nell’organo centrale del PCL, “Il Giornale Comunista dei Lavoratori”, con un articolo a firma di Franco Grisolia

IL NOSTRO RISORGIMENTO

L'unità d'Italia del 1861 fu la subordinazione del Risorgimento italiano agli interessi di Casa Savoia e del blocco industriale ed agrario: in funzione dello sviluppo del capitalismo nazionale entro un mercato unificato, e della subordinazione sociale del mezzogiorno. E' dunque naturale che le stesse classi dominanti che oggi accentuano il proprio sfruttamento sulla classe operaia e le masse del Sud, celebrino la propria vittoria di 150 anni fa, avvolgendola nel tricolore e negli inni patrii. Come è naturale da parte loro il coinvolgimento solenne nell'evento della Chiesa papalina: che prima sparò per decenni sui patrioti del Risorgimento, poi scomunico' il Regno d'Italia, ma infine si riconciliò con le sue classi dirigenti nel nome dei comuni interessi finanziari, agrari, immobiliari.
Per la stessa ragione i comunisti non hanno avuto nulla da celebrare il 17 Marzo scorso, quando è risuonata alta la demagogia del guerrafondaio Napolitano.
Questo non significa che, rifiutando ogni concessione al patriottismo e sapendo che il tricolore è da molto tempo solo il simbolo dell’imperialismo italiano , i comunisti non debbano ricordare il risorgimento come incompiuto e sconfitto moto rivoluzionario democratico di popolo, con insite in sé anche istanze sociali.

Un movimento popolare e proletario

Un mito reazionario opposto a quello “patriottico” borghese e riformista ufficiale è anche quello che vuole presentare il risorgimento come un puro movimento d’elite senza basi popolari, un movimento di borghesi e nobili “illuminati” e isolati.
Basterebbe pensare ai moti del 1848-49, inseriti nel quadro di una situazione rivoluzionaria europea, per smentire queste analisi. La Milano insorta delle cinque giornate, in cui non erano certo le masserizie dei nobili quelle che costituirono le barricate su cui si spezzò la resistenza asburgica(Carlo Cattaneo nel luglio 1848, nel suo giornale “L’Italia del popolo” dopo aver ricordato che “la maggior turba delli uccisi doveva essere tra li operai: le barricate e li operai vanno insieme ormai come il cavallo e il cavaliere” dà l’elenco dei caduti con il loro lavoro e la suddivisione per classi sociali: “Proletariato: 330 morti e 773 feriti. Ceti medi 86 morti 141 feriti. Aristocrazia: 47 morti e 65 feriti”). La misconosciuta Palermo iniziò per prima il ciclo delle rivoluzioni con un insurrezione popolare che cacciò i Borbone da tutta la Sicilia (e del resto senza l’apporto decisivo di migliaia di “picciotti” mai i mille di Garibaldi nel 1860 avrebbero potuto vincere da soli). Roma e Venezia con le loro rivoluzioni repubblicane sconfitte dalla reazione europea. O la Genova che nel 1849 si ribellò alla resa sabauda dopo la sconfitta di Novara e pagò con i massacri compiuti dai bersaglieri contro la sua popolazione. No; le classi popolari furono, accanto alla “meglio gioventù” proveniente dalle classi dominanti, ma allora (molti cambiarono in seguito) intrisa di ideali democratici, protagoniste del risorgimento. Questo soprattutto nelle città, con lavoratori che avrebbero dato origine al futuro proletariato industriale. Molto meno furono partecipi i contadini, ma con importanti eccezioni in varie zone d’Italia come la Carnia, la Romagna e la Sicilia.

Il nostro risorgimento

Fu la sconfitta delle rivoluzioni del ’48- 49, che portò al trionfo della soluzione sabauda, con le guerre del 1859-60. Ciò anche grazie all’adattamento di una larga parte della sinistra piccolo borghese, in nome della priorità dell’unità della patria sulla democrazia repubblicana, a partire dal Garibaldi che rifiutò ogni ipotesi di trasformazione sociale nel mezzogiorno, e invio il suo feroce Bixio a reprime i moti dei contadini, minatori e financo patrioti democratici dell’Etna. Mentre Mazzini e quella minoranza di democratici piccolo borghesi che gli restavano fedeli, in nome di “Dio e Popolo” si privava, con un progetto di totale collaborazione tra le classi, di ogni richiamo sociale per gli oppressi.
Il Risorgimento che noi rivendichiamo è quindi quello che fu sconfitto nelle sue prospettive non solo e non tanto dalla reazione asburgica o papalina, ma dal “compromesso” monarchico e sabaudo, che sulla base di quelle sconfitte e col concorso della Francia di “Napoleone Bonaparte” il piccolo, trionfò nel 1861. Ma soprattutto noi rivendichiamo quello che cercò, di connettere la battaglia risorgimentale ad una prospettiva di liberazione sociale degli sfruttati e degli oppressi, contro la borghesia liberale e lo stesso campo democratico mazziniano.

I comunisti Filippo Buonarroti e Carlo Pisacane

Due nomi risaltano tra i militanti e dirigenti del risorgimento popolare che volevano quello sbocco alla liberazione d’ Italia: Filippo Buonarroti e Carlo Pisacane.
Il primo, compagno in Francia di Gracco Babeuf nell’organizzare il primo tentativo di rivoluzione comunista della storia (“La congiura degli Uguali” del 1796),fu il principale organizzatore ed dirigente, fino alla sua morte nel 1837, delle società segrete “giacobine rivoluzionarie” in tutta Europa. In Italia ciò si espresse in quella che fu, fino allo sviluppo della democratico piccolo borghese Giovane Italia di Mazzini, la più importante società segreta “carbonara”: i “Sublimi Maestri Perfetti”, il cui terzo e massimo grado implicava il giuramento dell’impegno alla realizzazione dell’uguaglianza sociale con l’abolizione della proprietà privata. In realtà tutte le principali rivolte del periodo precedente il 1840, videro la partecipazione importante o la direzione (a volte occulta) dei buonarrottiani. Certo la struttura di setta fu il grande limite di Buonarroti. E fu ciò che permise al “democratico” Mazzini di vincere , negli anni ’30 dell’800, la sfida con i “ Veri Italiani” (forma nuova e semplificata di organizzazione assunta dai “Sublimi Maestri Perfetti”), grazie alla più moderna, popolare, e “movimentista” Giovane Italia, dal programma più semplice e non divisa in “gradi” di stampo massonico.
Contribuì a questo anche il concentrarsi di Buonarroti sulla più avanzata situazione francese dove il nostro passò direttamente il testimone a Auguste Blanqui e alla sua “Società delle Stagioni”. E, come ci ricorda Engels nel suo “ Per la storia della Lega dei comunisti” “dalla lega segreta democratica repubblicana dei proscritti , fondata a Parigi nel 1834 da profughi tedeschi si scissero gli elementi estremisti, per lo più proletari, e fondarono la nuova “Lega dei Giusti”[….] In origine essa era una propaggine del comunismo operaio francese legato a ricordi babuvisti [….]. La Lega in quell’epoca non era molto di più di un ramo tedesco […] della “società delle Stagioni” diretta da Blanqui e Barbes”Sarà la lega dei Giusti che nel 1847 si trasformerà nella lega dei Comunisti e adotterà nel ’48 il Manifesto di Marx ed Engels come suo Programma.
La seconda grande figura di comunista fu Carlo Pisacane, l’eroe dello sfortunato tentativo di Sapri del 1857, che lottò per la costruzione di un partito “socialista rivoluzionario” e il cui pensiero comunista si può ben vedere da questa frase dei suoi saggi: “la causa che volge tutte le riforme in danno del povero; la causa che accrescendo continuamente la miseria , mena […] alla decadenza, alla dissoluzione sociale e contrasta allo scopo principale che si propone la società, il benessere di tutti, o almeno dei più, è il mostruoso diritto di proprietà” Colui che dimostrò, da rivoluzionario sociale, di subordinare (al contrario di Garibaldi) la lotta per la liberazione d’Italia a quella per una rivoluzione sociale, dichiarando di non preferire i Savoia agli Asburgo e polemizzando contro il repubblicanesimo democratico di Mazzini e la sua parola d’ordine “Dio e popolo”, in nome della lotta tra le classi e della rivoluzione sociale contro “proprietari e capitalisti”. Una figura oggi dimenticata ma di grande spessore politico e militare.

Per una terribile rivoluzione delle classi oppresse.
Per la dittatura rivoluzionaria del proletariato

I tempi storici erano allora immaturi per la vittoria di quei generosi tentativi. Ma essi prefigurarono nelle pieghe del Risorgimento il futuro del movimento operaio rivoluzionario italiano: quello di Antonio Gramsci e del Partito Comunista d'Italia del 1921.
Per questo, solo un governo dei lavoratori che liberi l'Italia dalle classi dominanti potrà recuperare il filo storico del comunismo risorgimentale e dei suoi eroici pionieri. Portando al potere il risorgimento sconfitto. Realizzando sino in fondo le sue migliori aspirazioni sociali , democratiche, anticlericali. Riscattando nel concreto la memoria di chi già allora diede la propria vita non per una dittatura degli industriali e degli agrari, ma per una rivoluzione sociale, per una “Dittatura rivoluzionaria per instaurare la perfetta Uguaglianza” (Buonarroti); per una “terribile rivoluzione, la quale cambiando l’ordine sociale metterà a profitto di tutti ciò che ora riesce a profitto di alcuni” (Pisacane) .
Partito Comunista dei Lavoratori

mercoledì 14 marzo 2012

PER LA RIVOLUZIONE SIRIANA CONTRO LA REPRESSIONE DEL REGIME DI AL ASSAD



Un vero processo rivoluzionario sta accadendo in Siria, il popolo è spinto, sotto il vento delle rivoluzioni arabe, da uno spirito di vendetta causato da anni di oppressione del regime e dai gerarchi del regime.La violenza della tirannia siriana che da un anno, oramai, reprime nel sangue la voglia di cambiamento del popolo, non si ferma davanti a niente. Sono migliaia le persone che sono state uccise in Siria da quando è esplosa la rivolta contro il regime di Bashar al Assad. Secondo i media fra le vittime ci sono molti donne e bambini. Non contento di questa mattanza il despota siriano ha piazzato mine anti-uomo lungo i confini di Libano e Turchia, ovvero nei pressi delle principali vie di fuga per i rifugiati.L’imperialismo (che vorrebbe sfruttare a proprio vantaggio la situazione) è all’ empasse più totale, sulla questione “siriana” rimane nel limbo. Le potenze imperialiste stanno ancora discutendo come uscirne, non sanno se un intervento militare debba aver luogo e quali ripercussioni l’ipotetico attacco alla Siria avrebbe nella nuova geografia politica, in primis per l'Iran. I veti posti dalla Russia di Putin ad un ipotetico intervento militare dalle potenze occidentali in Siria vanno letti, esclusivamente, come la volontà del mantenimento dello status quo, e non, come pensano le varie organizzazioni dell’arcipelago stalinista, come una sorta di opposizione all’imperialismo USA. Gli stalinisti applicano sempre lo stesso schema “campista”, che si portano addosso a mo’ di mantra, e che li ha portati a sostenere, in passato, i governi borghesi. Noi come PCL, come trotskysti conseguenti, pensiamo esattamente l’opposto: pensiamo che il governo di Assad vada cacciato e vada costruito un regime realmente socialista basato sui consigli dei lavoratori.Il popolo siriano è sceso in strada per chiedere pane, democrazia e migliori condizioni di vita; l’unica possibilità che hanno i lavoratori, donne e studenti siriani, è di vincere, è di cacciare questo oppressore, è di instaurare un governo dei lavoratori. Non vi sono vie d’uscita diplomatiche, non vi sono scelte “di campo”, ma c’è solo la rivoluzione.

Contro l’intervento imperialista in Siria!
Per la rivoluzione permanente in Siria!
Per un Medioriente laico e socialista!

domenica 11 marzo 2012

IL 9 MARZO SIA SOLO L'INIZIO!

Di seguito alcune foto sulla giornata di lotta del 9 Marzo con i metalmeccanici.

Durante il concentramento a Piazza della Repubblica



In testa allo spezzone del comitato NO DEBITO



Sotto il palco, compatti, ad invocare lo sciopero generale prolungato



Ci rivediamo tutti/e alla manifestazione del 31 Marzo a Milano, contro governo, banche e padroni!