sabato 29 dicembre 2012

ARANCIONI O ROSSI ?




Preservare un’identità comunista -non si sa bene quale- e salvaguardare l'opposizione comunista in Italia (non si sa bene come, visto le alleanze sul piano locale) è la motivazione che più spesso Ferrero, segretario del PRC, porta avanti per difendere la sua organizzazione.

Qual è il significato indiretto che Ferrero vuole mandare al popolo della sinistra? La critica abbastanza netta e legittima riguarda, senza ombra di dubbio, la parabola di Vendola che da comunista "d'opposizione" si è "evoluto" in costola del PD accettando le regole della borghesia italiana ed europea (fiscal compact). Ma tutto questo non è sufficiente per descrivere il PRC, i simboli certo hanno una loro valenza, dietro vi dovrebbe essere la sua essenza, indicano uno stato, un progetto di critica al sistema capitalistico e la volontà di superarlo per instaurare il socialismo.
Ma tutto questo non rappresenta la verità, il PRC utilizza la falce e martello come mero strumento pubblicitario nella speranza d'intercettare quel richiamo ideologico (spesso sbagliato, stalinismo) che ancora fa presa nel popolo della sinistra italiana. È vero anche, per onestà, che la base del PRC, eludendo inutili radiografie ideologiche in questo momento, è realmente comunista come la corrente di Falce Martello (nonostante il suo revisionismo trotskysta).
Oggi il PRC , ad esempio, si presenta in un cartello elettorale per usare un eufemismo variegato.... La centralità della classe operaia come mezzo per superare il capitalismo è sostituita da una sorta di "social questurismo" ove new deal e legalità (Ingroia e Di Pietro) sono alla base di questo cartello (arancioni).

“A Bersani” recita Ingroia “dico che siamo pronti al confronto purché il PD non faccia una politica di conservazione come è accaduto quando ha sostenuto il governo Monti".
IL Riformismo è il collante di questo cartello elettorale che gonfia di prospettive questa formazione... Proprio mentre tutte le esperienze del riformismo hanno fallito (tra cui quella di cui son stati protagonisti Diliberto, Ferrero e Di Pietro), si ripropone l'ennesimo canovaccio:
si rivendica “un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista”;
indica come suo fondamento la Costituzione italiana del 1948;
propone “il Welfare” come “la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso”;
si diffonde in un lungo elenco di “possibili” azioni virtuose in fatto di politiche solidali, di cura dell'ambiente e dei beni comuni, di onesta amministrazione della cosa pubblica;
propone infine “una nuova rappresentanza politica, preparata, capace e disinteressata al servizio della comunità”.
La fisionomia d'insieme di questa impostazione è inequivocabile: si tratta di un tradizionale appello democratico progressista. Il socialismo non viene menzionato, non si parla di lotta di classe, di anticapitalismo....
Insomma è, ancora una volta, un mercanteggiamento ideologico adoperato dal PRC per sperare di poter entrare nel parlamento. Insomma la lotta di classe è subordinata, in parole povere, alla sopravvivenza dell'apparato. Sbagliato e triste per definirsi comunisti....
Rifondazione si definisce marxista, ma è giunto il momento di fare chiarezza su tali affermazioni: " Ciò che gli uomini sono non dipende da quello che dicono”... Ciò che il PRC dice di essere viene smentito dalle azioni del suo gruppo dirigente.
IL PRC nega, anche con questo cartello, l'essenza del Manifesto del Partito Comunista: la storia è la storia della lotta di classe! Si può fare la lotta di classe con chi come Di Pietro ha balbettato sui fatti del G8 di Genova? Si può fare la lotta di classe con chi è tutto fuorché comunista? Il comunismo non è un simbolo per fare iscritti, ma un reale movimento di cose che dovrebbe cambiare lo stato di cose presenti. Si può cambiare questa società se si governa nelle regioni con l'UDC o si sostiene la filosionista, atlantisma e turboliberista della Bonino?
No car@ compagn@, il PRC ha un gruppo dirigente che non solo ha sbagliato in passato (non per caso, ma per un metodo sbagliato), ma che ha come unico scopo la sua autoconservazione.

Noi come PCL rivendichiamo altro, non crediamo nelle “rivoluzioni pacifiche” che sono una pigra falsità ideologica, ma:
vogliamo nazionalizzare le banche (che sono delle vere e proprie strutture di usura legalizzata) sotto il controllo operaio, vogliamo abolire tutte le leggi precarizzanti che i molti “alternativi” del cartello arancione hanno votato, vogliamo un salario minimo garantito per tutti;
vogliamo abolire i privilegi del clero;
vogliamo nazionalizzare la Fiat che con Marchionne ha massacrato il mondo del lavoro e, nei fatti, ha messo fuori legge dai suoi stabilimenti la FIOM;
vogliamo lanciare delle campagne contro il fascismo. È inammissibile che le varie formazioni di estrema destra serpeggino ancora su suolo italiano;
vogliamo lanciare una campagna per i diritti civili, obiettare gli obiettori di coscienza (è inconcepibile girare per molti ospedali per potere ricevere una pillola abortiva);
vogliamo un ambiente diverso, sensibile al bene dell'ecosistema;
vogliamo lavoro e casa per i disagiati.

La nostra unità di misura, a differenza di Grillo e Ingroia, non è la giustizia iniqua borghese, ma i bisogni della povera gente.
Queste rivendicazioni, patrimonio di un vero partito Comunista, le avanziamo solo noi.
L'organizzazione che stiamo costruendo è un organizzazione leninista-trotskysta saldata sul metodo e principi di più di 150 del movimento operaio e del marxismo rivoluzionario. Essi non sono una cornice generica, ma le basi e l'azione della sua politica. Per questo invitiamo tutti i sinceri comunisti a votare, nelle prossime elezioni, il PCL non per una sciocca convenienza sciovinista, ma perché siamo convinti che l'opposizione di classe sia l'unica soluzione a questo sistema.

Eugenio Gemmo D.N. PCL

domenica 16 dicembre 2012

INTERVENTO DEL PCL ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE DEL COMITATO NO MONTI


Il piano che fu varato a Bruxelles ha avuto come fine ultimo quello di proteggere le banche continentali, addossando ai salariati i costi dell’operazione. Il capitalismo europeo ha offerto solo sacrifici al mondo del lavoro. Come fu prima per entrare nell’Euro, a vantaggio di banchieri e grandi imprese. Poi venne l'ora delle finanziare per il salvataggio pubblico dei banchieri, tutto questo è accaduto per salvare le loro truffe ai danni della povera gente. Gli interessi delle Banche, a scapito dei salariati, sono l’alfa e l’omega dell’Europa capitalista...come hanno dimostrato le riforme reazionarie sulle pensioni e art 18.
Dopo aver massacrato il mondo del lavoro Pierluigi Bersani si trova oggi a rivestire il ruolo del salvatore della patria...

Leggere nel successo di Pierluigi Bersani alle primarie “l'onda vincente della sinistra”, come fa Nichi Vendola (dopo aver abbandonato i testi di Marx per quelli del Cardinal Martini), significa confondere la realtà con l'aspirazione di tanti elettori.
Il segretario del PD è stato il principale garante della nascita del governo Monti, il sostenitore determinante delle sue peggiori misure antioperaie (su pensioni e articolo 18, di nuovo), il garante dell'assenza di una reale opposizione sociale al governo grazie alle procurate disponibilità della CGIL.

Le prime parole di Bersani a poche ore dal suo successo, sono state: “occorrerà vincere e governare dicendo la verità agli italiani, senza demagogie perché la crisi è drammatica” preannunciano in gergo la continuità delle politiche di lacrime e sangue istruite da Monti e già prefigurate dalla Carta d'intenti del Centrosinistra che Vendola ha accettato. Sarebbe questa la sinistra? Mi chiedo. La verità è che Vendola è prigioniero di Bersani, in attesa di contropartite ministeriali. E copre questa realtà con parole alate di fronte alla propria base.
Ma più a sinistra, se così possiamo dire, non va meglio


L'appello “Cambiare si può per una lista alternativa alle elezioni del 2013”, si presenta come “una iniziativa politica nuova, e non come la raccolta dei cocci di esperienze fallite..”. E' una lodevole intenzione. Disgraziatamente il testo dell'appello ripropone esattamente, in forma concentrata, tutti i luoghi comuni delle esperienze fallite del riformismo. Nei loro presupposti teorici. Nella loro traduzione politica. Persino nel loro vocabolario simbolico.

L'appello rivendica “un'alternativa forte, sobria e convincente alla politica liberista”. Indica come suo fondamento la Costituzione italiana del 1948. Propone “il Welfare” come “la strada che ha portato alla soluzione delle grandi crisi economiche del secolo scorso”. Si diffonde in un lungo elenco di “possibili” azioni virtuose in fatto di politiche solidali, di cura dell'ambiente e dei beni comuni, di onesta amministrazione della cosa pubblica. Propone infine “una nuova rappresentanza politica, preparata, capace, disinteressata, al servizio della comunità”.

La fisionomia d'insieme di questa impostazione è inequivocabile: si tratta di un tradizionale appello democratico progressista, ricalcato su un'infinità di appelli analoghi circolati negli ultimi 20 anni. Certo un appello di opposizione a Monti e (oggi) al PD domani. Ma del tutto estraneo sia alla centralità della lotta di classe ( rimpiazzata dall'impegno di un'indistinta “cittadinanza attiva” ), sia, e tanto più, ad una prospettiva anticapitalista.

Il capitalismo non è neppure citato nell' appello. L'anticapitalismo neppure evocato. E non si tratta di lacune letterarie. Siamo in presenza dell'ennesima versione del vecchio canovaccio del progressismo: che da un lato fa la sommatoria delle esigenze e domande reali di trasformazione ( sociali, ambientali, democratiche..), dall'altro le appende all'albero sempre verde del “Keynesismo”. Spiegando che un nuovo New Deal, un nuovo roosveltismo, non solo è possibile ma è la vera “soluzione della grande crisi, come nel 900”. E che dunque un capitalismo riformato dal volto umano è l'unico orizzonte concreto per cui battersi

Ora noi come comitato, che a presto dovrà cambiare nome da NO MONTI ad Opposizione sociale e politica alle politiche dell'imperialismo italiano ed europeo...dovremmo come stiamo facendo proporre una piattaforma di lotta che abbia la vera intenzione di rompere e far cadere i governi della borghesia. A Tutti i levilli...sul piano sociale.
Rivendichiamo la nazionalizzazione delle banche sotto il controllo operaio

La scuola, l'università e la formazione pubblica devono essere rilanciate e rifinanziate cancellando il finanziamento alle scuole private.

Per l'ambiente e i Beni comuni, la salute nel lavoro e nel territorio.

Ci opponiamo ad una crescita distorta fondata sullo sfruttamento dell'ambiente come delle persone, alla politica delle cosiddette Grandi opere che va abbandonata e sostituita da quella delle migliaia di piccole e medie opere davvero necessarie per risanare l'ambiente

Salario garantito

Per le 32 ore

abolizione delle leggi precarizzanti

Per i diritti verso le minoranze sessuali

Proponiamo una grande manifestazione a 60 giorni dal prossimo Governo contro le politiche di austery

Per fare questo serve un grande movimento unitario nelle azioni di lotta, perchè l'unica soluzione è la mobilitazione di masso...Solo la Rivoluzione cambia le cose.

Eugenio Gemmo D.N. PCL

giovedì 15 novembre 2012

CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA


CRONACA DI UNA MORTE ANNUNCIATA


Nel tardo pomeriggio di Domenica 11 Novembre, all’aeroporto di Fiumicino muore in un incidente sul lavoro Giorgio Monzi, operaio della società di handling Aviapartner. Durante lo scarico dei contenitori dei bagagli del volo TAP giunto da Lisbona, l’operaio rimane schiacciato tra l’elevatore e il portellone posteriore dell’aereo, davanti agli occhi increduli di alcuni colleghi. Vengono immediatamente allertati i soccorsi che giungendo poco dopo non possono che certificare la morte per schiacciamento. In seguito ci vogliono alcune ore per rimuovere il corpo visto che l’elevatore è incastrato. C’è già chi parla di triste casualità o addirittura di un errore umano dell’operaio, ma chi lavora in aeroporto sa che chi opera sottobordo lo fa sempre in condizione di sicurezza non certo ottimali. Da quando ADR ha dismesso la sua società di handling, la gestione del carico e scarico bagagli, oltre che delle pulizie, è andata in mano ad una miriade di società che cercano di rubarsi le compagnie con una politica del ribasso. Naturalmente per poter lavorare al ribasso devono risparmiare su qualcosa e pensate che lo facciano, che so, abbassando gli stipendi ai dirigenti o evitando sprechi? Certo che no, risparmiano sul personale (ad oggi in aeroporto non c’è una società che non sia sotto organico) e, naturalmente, sulla sicurezza sul lavoro. Quella di domenica è una morte più volte annunciata: tutti, compresi sindacati, Enac, ADR e forze dell’ordine sanno benissimo di come non vengano rispettate anche le più elementari norme antinfortunistiche, ma tutti si inchinano alla logica del mercato e se poi questa logica prevede la morte o la menomazione di un lavoratore non fa niente. Per un po’ si verseranno lacrime di coccodrillo, per poi lasciare invariata la situazione.

Noi del PCL avevamo già denunciato con un volantino la situazione riguardante la carenza di sicurezza in aeroporto, denuncia che come al solito è caduta nel vuoto. Non possiamo permettere ancora che la vita umana venga barattata con il profitto per le aziende. Spetta ai lavoratori in primis autotutelarsi rispettando rigorosamente le leggi antinfortunio e rifiutandosi di utilizzare mezzi non conformi alla normativa sulla sicurezza. Lasciamo che siano le aziende a preoccuparsi degli utili e della puntualità degli aerei, noi dobbiamo pensare sì a svolgere bene il nostro lavoro ma senza che questo porti a un sensibile calo della sicurezza. So che per le aziende quello che noi del PCL diciamo è assurdo, ma per noi è molto più importante l’integrità del lavoratore che la puntualità dei voli o gli utili delle aziende. Un triste pensiero va inoltre a un lavoratore che ha perso la vita, lasciando moglie e figli, a cui noi ci stringiamo in questo momento tragico.  

È ora di dire basta! Bisogna dare inizio ad una serie di mobilitazioni, che portino le aziende e chi ha il dovere di controllarle a porre fine a questa situazione assurda che si è venuta a creare a discapito della sicurezza dei lavoratori, altrimenti possiamo continuare a far finta di niente e piegarci alla logica del mercato e dei profitti, fino alla prossima morte annunciata.



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martedì 13 novembre 2012

VENDOLA DA MARX AL CARDINAL MARTINI

Vendola dopo lunga militanza politica nell'arcipelago della sinistra e dei suoi riferimenti ideologici ieri ha deciso di sostituire i Marx, Engels e Lenin con la figura del Cardinal Martini per far largo al "socialismo lateranense"...

Le affermazioni di Vendola non sono preoccupanti solamente, mi verrebbe da dire, per una sorta di igiene politica, ma soprattutto per la proposta programmatica. IL clero che sappiamo da sempre legato ai poteri forti (per non parlare delle simpatie dei regimi reazionari in America Latina) oggi diventa un movimento progressista, diventa la strada per il socialismo.

Gli altri candidati alla primarie non sono da meno, Renzi che dialoga con Marchionne l'arrogante imprenditore che ha leso i diritti del mondo del lavoro. Bersani che cita Papa Giovanni XXIII, la Pupparo è assente ( N.P.)

Insomma nel dibattito di ieri Saragat sarebbe apparso un rivoluzionario...

La situazione del Centro Sinistra è sempre più critica, il PD e i suoi alleati si muovono dentro i binari del governo Monti. Un ulteriore prova dell' allineamento politico del PD a Monti è avvenuto ieri con il sostegno al provvedimenti pro esodati (per Damiano PD :" è un passo in avanti"), una buffonata ( non esistono altri termini) che mette fuori giochi la stragrande maggioranza degli esodati (in particolar modo le fasce più deboli).

Serve sempre di più una sinistra di classe fuori dal centro sinistra per questo il PCL sarà presente alle prossime elezioni con tutti i suoi rifermenti, perchè si aggiorna ciò che si recupera non ciò che si rimuove.

Eugenio Gemmo PCL

domenica 11 novembre 2012

E' SCOMPARSO IL COMPAGNO MARCO DI GENOVA

Ieri sera ho fatto una telefonata che mi ha gelato... Ho fatto il tuo numero, caro Marco, ma non mi hai risposto tu... Tua sorella mi ha comunicato, tra le lacrime, la tua scomparsa, è stata una di quelle notizie che ti lasciano il freddo dentro, senza parole, solo un gran vuoto dentro...
Ho guardato il telefono spento vedendo sul display il tuo numero e non sono riuscito farmene una ragione, non riesco a capire ancora come sia stato possibile...

Raccontare di te, Marco, è facile, troppo buono, troppo onesto e sincero, ma non so se sono in grado di esprimerlo pienamente... le parole non bastano servirebbe un vivido dipinto del tuo essere.
Eri davvero un gran compagno, forte delle tue idee, coraggioso a volte anche un po' rude, ma mai avvezzo a mercanteggiare le tue idee in cambio di qualcosa ...Un vero trotskysta. Un compagno pieno di dignità e umiltà, non ti ho mai sentito parlare, spettegolare male di qualcuno, eri sempre pronto a vedere il lato umano delle persone... Anche durante la malattia la tua lucidità non si è mai offuscata.

Marco era entrato nel PCL nel 2007, non aveva mai gradito l'opportunismo dei vari partiti comunisti, ma aveva trovato nel PCL la sua giusta dimensione come ripeteva sempre " noi siamo qui per mandare via quelli che predicano per la rivoluzione, ma la scambiano per una poltrona ". Divenne nel 2008 dirigente romano del PCL, assunse il ruolo di tesoriere svolgendolo con assoluto zelo... Non passava mese che i/le compagni/e ricevevano la sua telefonata di sollecito per una mancata quota al partito. Era una persona sensibile ricordo le sue attenzioni per i compagni più sfortunati, i disoccupati, i senza lavoro nonostante lui fosse in una situazione delicata...

Tutto il PCL di Roma sa che quello che hai dato con la tua militanza e il tuo affetto, la tua dedizione alla lotta politica anche quando le tue forze non erano al meglio questa rimarrà un ricordo indelebile, sei stato d'insegnamento nella tua etica politica come i grandi marxisti della storia. La malattia ti piegava, ma non ti spezzava...
Te nei sei andato nella massima riservatezza. In punta di piedi, come eri solito intervenire nei dibattiti. Voglio ricordati così qualche giorno prima della tua scomparsa nel descrivermi il tuo stato di salute- Marco era già gravemente malato- per telefono mi hai detto :" Eugè sò andato di là... ma so tornato!" Poco dopo il tuo fisico non ha retto, ma vorrei pensarti sempre così combattivo nella lotta e pronto a lasciare un sorriso a chiunque... Ora che non ci sei più, mi manca il tuo sorriso e non so come fare...

Ciao Marco Di Genova.

Eugenio Gemmo

martedì 6 novembre 2012

NESSUN FASCISTA HA DIRITTO DI MANIFESTARE! FERMIAMO IL 10 NOVEMBRE LA MOBILITAZIONE FASCISTA A ROMA!

Per il 10 Novembre le organizzazioni fasciste  promuovono una "marcia su Roma" a carattere nazionale (a detta loro pacifica). Proponiamo a tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento e innanzitutto a tutte le organizzazioni antifasciste, una mobilitazione unitaria straordinaria tesa a impedire, con tutti i mezzi necessari, questa inaccettabile provocazione
I Fascisti sono ben lontani dall'essersi estinti o dall'essere inoffensivi (vedere i fatti di Firenze e Roma negli ultimi tempi) nonostante la legalità borghese (apologia di reato) che dovrebbe censurare tali strutture; essi oggi vengono tollerati.
Sostenuti e finanziati dalla destra istituzionale... Da quando vi è Alemanno, un esempio, a Roma le aggressioni fasciste si sono moltiplicate. Di tanto in tanto vengono fermati i piccoli militanti, mentre gli elementi più importanti vengono nascosti (dalla giustizia borghese) dalle proprie responsabilità.
I neofascisti sono indispensabili alle ideologie dominanti perchè montano le idiote idee razziste e omofobe tra il popolo e danno linfa per le politiche reazionarie dei Berlusconi di turno

IL clima creato a Roma dalla destra inizia ad essere serio, le continue incursione e aggressioni tra le scuole ne sono la testimonianza.
Capiamo la genesi del fascismo, un movimento troglodita, coperto in Italia, dalle istituzioni e capiamo anche che non ha alcun interesse, il fascismo, a muovere all'intelligenza; i suoi membri hanno scelto la fede e il culto del capo. L’essere dominato, insomma, è nella genesi dell'adepto di destra. Come scriveva Guerin: «quando il fedele crede, nulla è più facile che giocare con la verità e con la logica» Questo motiva le loro azioni che hanno alla base la violenza.

E’ un fenomeno antico e vecchio che si combatte con la cultura, la politica e la lotta di classe.
IL territorio italiano vive culturalmente e socialmente, nel nome dell’antifascismo, antirazzismo e antisessismo. Proprio perchè abbiamo un lavoro da fare insieme, dalla resistenza ad oggi, Roma dovrebbe essere una città aperta, per questo non abbiamo paura e non siamo disposti ad accettare provocazioni fasciste.
Una lotta, quella politica, che prevede come primo passo all'ordine del giorno la cacciata di quelle giunte che indegnamente mascherano queste vicende (tra cui quelle di Centro Sinistra che hanno permesso il galleggiamento di tali forze). Al tempo stesso, la lotta di classe contro i fascisti, sul piano sociale, va sviluppata con un fronte unico e un servizio di tutela sul territorio di tutte le forze dalla sinistra sociale, politica, sindacale e di movimento, le quali devono coordinarsi contro questo rigurgito...

IL Sevizio di autotela proletario può e deve inserisi  nelle contraddizioni del sistema. Dobbiamo tagliare alla radice questi tentativi atti ad organizzare le mobilitazione reazionaria e dobbiamo farlo adesso. Per questo proponiamo a tutte le forze della sinistra di organizzare il servizio di autotutela antifascista a difesa delle continue aggressioni dei figli politici di Almirante .

Ripuliamo il territorio dai fascisti, facciamolo insieme
Non possiamo delegare l'antifascismo al governo dei banchieri, alle classi dominanti e al loro Stato. E' il movimento operaio, sono le sue organizzazioni, che devono mettere fuorilegge lo squadrismo fascista con la propria diretta mobilitazione e azione.

Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 2 novembre 2012

IL PCL AL NO MONTI DAY

Per giorni in ansia per il cattivo tempo, a guardare le previsioni per il 27 ottobre, giorno della manifestazione “NO MONTI DAY”.  Finalmente è arrivato il giorno, il tempo è stato clemente e, anche se è nuvoloso, non sembra voglia piovere. L’appuntamento con i compagni della sezione di Roma del PCL  è alle 11:30 davanti alla chiesa, che si trova in Piazza della Repubblica. Arriviamo alla spicciolata, ma per le 12:30 ci siamo tutti e già abbiamo montato striscioni, bandiere e il banchetto con volantini e giornali del partito. Man mano arrivano anche i compagni da fuori, comunque la macchina organizzatrice della sezione Vito Bisceglie di Roma viaggia a pieno regime, in poco tempo riusciamo a sistemare il camioncino che ci accompagnerà durante il corteo, a preparare le bandiere del partito per tutti i partecipanti  e, cosa più importante, ci organizziamo per il servizio d’ordine. Alcuni di noi vengono inseriti nel servizio d’ordine unificato, altri compagni, precedentemente scelti, si occupano del servizio d’ordine interno del partito. Pian piano la piazza si riempie e si colora, specialmente di rosso. Sono presenti  i Cobas, i No TAV, i No Debito, la Rete 28 Aprile, l’USB, i centri sociali, i Carc, Sinistra Critica, Rifondazione Comunista e, naturalmente, noi del PCL, insieme ad altre realtà della Sinistra extraparlamentare. Gli studenti si aggregheranno in un secondo momento, giungendo a loro volta in corteo dall’Università. Poco dopo le 15, finalmente il corteo si muove, in base agli accordi precedentemente stipulati ci inseriamo nel corteo subito dopo Rifondazione Comunista, grazie anche all’operato dei compagni della Toscana. I nostri compagni Max e Lev seguono il corteo dal camioncino gestendo la musica, l’acustica e l’organizzazione materiale. Alcuni compagni particolarmente agguerriti e ben organizzati si schierano dietro lo spezzone del PCL , per isolare la coda del nostro corteo dal resto dei partecipanti. Si procede tranquillamente e senza particolari precauzioni. Giunti all’altezza di Via Nazionale, come da accordi precedentemente stabiliti, ci schieriamo intorno al nostro spezzone con un servizio d’ordine imponente e ben organizzato. Alla testa del corteo i compagni del servizio d’ordine si uniscono con gli altri compagni schierati ai lati, creando un unico cordone intorno al nostro spezzone. Avanziamo così agguerriti e organizzati, gridando gli slogan e le canzoni diffuse dagli altoparlanti del camioncino. Ogni tanto alcuni compagni, di propria iniziativa, cominciano a cantare o a gridare slogan, prontamente seguiti dal resto dei compagni. Giunti all’altezza di una via da cui proveniva del fumo a causa di un piccolo incendio, credendo che potesse esserci anche un minimo pericolo, i compagni del servizio d’ordine schierati davanti, con movimento organizzato fanno indietreggiare i compagni del servizio d’ordine laterale e si schierano al loro fianco, per costituire un blocco consistente a protezione del passaggio dello spezzone del nostro partito. Una volta superato l’ipotetico pericolo, il servizio d’ordine ritorna allo schieramento iniziale. Continuiamo ad avanzare verso Piazza San Giovanni distinguendoci dal resto del corteo per organizzazione, per impeto e per parole d’ordine veramente rivoluzionarie e trotskiste. Irrompiamo alla fine in Piazza San Giovanni al grido “RIVOLUZIONE, RIVOLUZIONE!!!” e, dopo aver ascoltato gli interventi dei rappresentanti dell’organizzazioni, ci avviciniamo al palco per ascoltare il discorso del nostro portavoce nazionale Marco Ferrando. Nonostante fossimo numericamente, ma non certo ideologicamente, inferiori a Rifondazione, scateniamo grida di incitamento e di gradimento verso il palco come nessun altro nella Piazza. Finita la manifestazione tutti insieme rimettiamo a posto sul camioncino il materiale del partito, mentre ci scambiamo commenti sulla manifestazione e battute tra di noi. È l’ora dei saluti intorno al camioncino passano i compagni per salutarsi e darsi l’arrivederci ad un'altra occasione. Sono presenti inoltre Marco Ferrando e Franco Grisolia con la loro disponibilità e accortezza nei confronti di tutti i compagni. Torniamo infine a casa, certi di aver dato un grande contributo nei contenuti alla manifestazione e orgogliosi di far parte di un partito veramente rivoluzionario, il Partito Comunista dei Lavoratori.

domenica 28 ottobre 2012

Reddito minimo? No, lavoro per tutti

Dall'inizio di quest'ultima fase della crisi economica, si sente spesso parlare di reddito minimo, reddito di cittadinanza o altri concetti del genere. Si tratterebbe, se capisco bene i discorsi spesso confusi dei fautori di tali provvedimenti, di fornire un reddito a delle categorie che ne sono prive. In questo articolo vorrei  esaminare questa idea da un punto di vista marxista, l'unico punto di vista che dovrebbe interessare chiunque pretenda di dirsi comunista. Tralasciando la categoria degli studenti, che merita un discorso a parte, si tratterebbe essenzialmente di provvedere ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione.
Il problema che si vuole affrontare, l'enorme aumento della massa dei disoccupati provocato dalla crisi, è in effetti grave e reale. Tuttavia tentare di  risolverlo distribuendo ai disoccupati un reddito non derivato dal lavoro allorché i padroni spingono per far lavorare di più coloro che hanno un lavoro lo hanno, guardandosi bene dall'assumere altri lavoratori —vedi ad esempio la recente richiesta rivolta alla Grecia di aumentare a 48 ore la settimana lavorativa—, mi sembra più vicino alle idee kenesiane che a quelle marxiste.
In effetti, se visto da un punto di vista kenesiano, il concetto di reddito minimo ha sicuramente i suoi pregi. La concessione di un'elemosina —che di questo si tratta— ai disoccupati, ai membri di quello che Marx chiamava «l'esercito di riserva» del capitale, assolverebbe egregiamente il compito di sterilizzare le lotte e di  quietare la coscienza della borghesia. Avrebbe inoltre il vantaggio, sempre da un punto di vista capitalistico, di dare potere d'acquisto a persone che ne sarebbero altrimenti prive concorrendo così ad una ripresa della domanda che potrebbe —il condizionale è d'obbligo— contribuire all'uscita da questa crisi che, come tutte le crisi capitalistiche, è una crisi di sovrapproduzione.
Aggiungiamo ai vantaggi  qui ricordati il suo sapore socialisteggiante legato all'idea di far pagare i ricchi, finanziandolo —come fu il caso in Francia per il R.M.I.— con un'imposta patrimoniale o con l'aumento delle aliquote sui redditi più elevati, e forse possiamo capire il fascino che tale provvedimento esercita su molti compagni. Specie su quei compagni  che citano più volentieri Keynes che Marx, come il segretario del PRC Ferrero o molti di coloro che scrivono di economia su un giornale che si dichiara quotidiano comunista come «Il Manifesto».
Ma cerchiamo di lasciar perdere Keynes, le cui teorie non sono state fatte a pezzi  da Marx come quelle di Adam Smith o di Ricardo per il solo motivo che egli ha avuto la fortuna di tirarle fuori  molto dopo che «[aveva]  cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra» per esprimersi con le parole di Engels. Invece di guardare a questo provvedimento tramite le lenti rosa dell'economia volgare usiamo la lente d'ingrandimento e la luce della teoria economica formulata da Marx e vediamo cosa ne viene fuori.
Mi si dice che il reddito minimo sarebbe finanziato facendo «pagare i  ricchi». Ah! Ma se escludiamo delle categorie insignificanti tanto dal punto di vista statistico quanto da quello economico —vincitori al superenalotto, giocatori di calcio, parlamentari e alcune altre— i ricchi sono i padroni —coloro che posseggono o controllano i mezzi di produzione—, le banche —che controllano i finanziamenti necessari all'industria— e i  grandi proprietari immobiliari e fondiari.
Da dove tirano fuori il loro reddito queste categorie? Da dove viene il loro patrimonio? Come sa chiunque abbia fatto la fatica di leggere Marx —non dico «Il Capitale» ma anche solo «Prezzo, Salario, Profitto»— tutto viene dal lavoro umano. Il lavoro umano è ciò che produce valore. Questo valore si divide in valore necessario, che corrisponde al prezzo della forza lavoro —ossia al salario netto pagato al lavoratore—, e in plusvalore. È dal plusvalore che viene in primo luogo il profitto del padrone, del datore di lavoro, per usare un'espressione fuorviante (l'espressione prenditore di pluslavoro sarebbe senza dubbio più corretta). Ma non è solo il padrone ad appropriarsi del plusvalore prodotto dai propri lavoratori, vi sono anche altri  che reclamano una fetta della torta.
In primo luogo le banche, le quali pretendono di essere retribuite per il denaro prestato all'imprenditore per finanziare la produzione. Ma anche i proprietari fondiari e immobiliari, che affittano all'imprenditore gli edifici  in cui  si svolge la produzione e/o il terreno su cui essi sorgono traggono il loro profitto da una quota-parte di plusvalore. Quindi, il reddito  di padroni, banchieri e proprietari  fondiari viene dalla ripartizione del plusvalore. Quanto al patrimonio  di questi signori esso è costituito, ovviamente, dall'accumulazione del plusvalore estorto ai lavoratori nel corso del tempo.
Quindi, tanto il reddito quanto il patrimonio dei ricchi sono costituiti dal surplus di lavoro, rispetto alla produzione del valore del proprio salario netto, fornito dalla classe lavoratrice (pluslavoro). Questo ha come corollario che tutte le tasse e le imposte, dirette o indirette, sul reddito o sul  patrimonio, pagate dai ricchi o dai lavoratori, sono costituite da pluslavoro estorto alla classe lavoratrice.
Queste osservazioni, lo ripetiamo, non hanno nulla di nuovo. Si tratta della base della teoria economica marxista come esposta da Marx stesso in numerose opere e dovrebbero essere patrimonio comune di chiunque pretenda di definirsi comunista.
Cosa significano queste osservazioni rispetto al reddito minimo? Semplicemente questo, che il reddito minimo sarebbe finanziato da una parte del pluslavoro. In altre parole, nella settimana lavorativa di 40 ore di un lavoratore il valore prodotto durante alcune ore sarebbe distribuito ai disoccupati. Il fatto che tale prodotto sarebbe stato in ogni caso espropriato dal padrone è secondario. Certo, è senz'altro preferibile che il prodotto delle mie ore di lavoro vada nelle tasche di un disoccupato che in quelle del padrone, di un banchiere o di un proprietario terriero ma... e se invece di cedere al disoccupato il prodotto di alcune ore di lavoro gli dessi le ore di lavoro stesse? Se invece di avere delle persone che lavorano 40 ore (senza contare gli straordinari obbligatori cari a Marchionne e sodali) e altri che non fanno nulla e percepiscono l'elemosina del reddito minimo lavorassimo tutti 35, 32 o addirittura 30 ore settimanali? È il vecchio ma sempre attuale concetto del «lavorare meno, lavorare tutti» o l'ancora più vecchio —e anch'esso attualissimo— concetto della “scala mobile delle ore di lavoro” presentato nel “Programma di transizione” della IV Internazionale nel lontano 1936.
Ovviamente questa riduzione dell'orario di lavoro dovrebbe avvenire a salario costante, anzi gli indecenti salari attuali dovrebbero essere aumentati. Un salario di 800€ o persino 600€ al mese è in contraddizione persino con la Costituzione borghese della Repubblica Italiana, che all'articolo 36 prevede che la retribuzione a cui ogni lavoratore ha diritto debba essere «in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa». Del resto, l'idea di riduzione dell'orario di lavoro con concomitante aumento del salario è perfettamente in linea con la teoria economica marxista. In effetti, nel sistema capitalistico il salario è il prezzo della merce «forza lavoro» che il capitalista acquista e il proletario vende. Tale prezzo deve, come per tutte le merci, essere uguale al costo di riproduzione, ossia deve corrispondere ai bisogni del lavoratore e della sua famiglia, bisogni determinati dalla società stessa (p.es. nella società odierna disporre di un frigorifero deve essere considerato un bisogno allorché 50 o 60 anni fa sarebbe stato un lusso). L'acquisto della merce forza lavoro dà all'acquirente —al capitalista— il diritto di far lavorare il venditore —il proletario— e ad appropriarsi del prodotto di tale lavoro. La legge stabilisce poi dei limiti al quanto e come il capitalista può far lavorare il lavoratore, ma il prezzo della forza lavoro, il salario, non ha nulla a che vedere con la quantità di lavoro fornita.
Vi è anche un altro motivo per cui la redistribuzione delle ore di lavoro è un approccio migliore del reddito minimo al problema di assicurare a tutti e tutte un reddito decente. Parlate con un disoccupato. Chiedetegli cosa vuole. Non vi dirà «voglio dei soldi», vi dirà «voglio un lavoro». Chiunque abbia un minimo di dignità non vuole campare di elemosina —e questo sarebbe il reddito minimo— ma vuole guadagnarsi il pane lavorando. Lavorando il giusto, ovviamente: nessuno che non sia masochista vuole spaccarsi la schiena per un pugno di riso.
Il lavoro, come precisa Marx nel primo libro de «Il Capitale», è il processo tramite il quale gli esseri umani modificano i prodotti della natura per poterli utilizzare nella soddisfazione dei propri bisogni. I progressi della tecnologia consentono di ridurre la quantità di lavoro totale necessaria per soddisfare i bisogni di tutti, nonché di soddisfare nuovi bisogni; ma non consente, non può consentire di azzerare completamente tale quantità di lavoro. Quindi, o abbiamo alcuni che lavorano e altri che non fanno nulla, oppure lavoriamo tutti. Tertium non datur.

martedì 23 ottobre 2012

BASTA FASCISTI A ROMA!

Ennesima incursione in due licei classici romani, il Giulio Cesare e il Mameli, da parte dei fascisti incappucciati che hanno urlato slogan e lanciato fumogeni all’interno degli istituti.

IL clima creato a Roma dalla destra romana inizia ad essere serio, oltre a questa spiacevole iniziativa non va dimenticata l’altra aggressione fascista, poco più di un mese fa, nel quartiere Talenti ai danni di giovani ragazzi. 

Capiamo, da marxisti rivoluzionari, la genesi del fascismo, un movimento troglodita coperto, a Roma, dalle istituzioni capitoline (la sua ascesa, non è un caso, è coincisa con l’elezioni di Alemanno a sindaco) il cui scopo unico è la difesa dei possidenti.

Capiamo anche che non ha alcun interesse, il fascismo, a muovere all’intelligenza… I suoi membri, hanno scelto la fede e il culto del capo. L’essere dominato, insomma, è nella genesi dell'adepto di destra. Come scriveva Guerin: «quando il fedele crede, nulla è più facile che giocare con la verità e con la logica» Questo motiva le loro azioni che hanno alla base la violenza.

E’ un fenomeno antico e vecchio che si combatte con la cultura, la politica e la lotta di classe.
Una lotta,quella politica, che prevede come primo passo all'ordine del giorno la cacciata di quelle giunte (anche quelle di centro sinistra hanno gravi responsabilità, permettendo il galleggiamento di tali movimenti) che indegnamente mascherano queste vicende. Al tempo stesso la lotta di classe contro i fascisti sul piano sociale va sviluppata con un fronte unico di tutte le forze dalla sinistra sociale, politica, sindacale e di movimento che devono coordinarsi contro questo rigurgito...

 Partito Comunista dei Lavoratori Roma.

domenica 21 ottobre 2012

VOLANTINO AEROPORTO FIUMICINO



BASTA CON LE PRIVATIZZAZIONI !

Chi già lavorava all’aeroporto di Fiumicino da prima del 2000, ricorda con nostalgia quei periodi, quando lo scalo era del gruppo IRI, quindi statale. Si lavorava sicuramente meglio e con uno standard di sicurezza sia per i lavoratori che per i passeggeri che raggiungeva l’eccellenza. Negli anni delle grandi lotte operaie in aeroporto i lavoratori hanno ottenuto delle conquiste (trasposto, mensa gestita da ADR, CRAL, ecc), la situazione è poi peggiorata man mano che le lotte si sono placate, principalmente a causa delle modifiche apportate alle legge sugli scioperi appoggiate da CGIL, CISL, UIL  (e dalla sinistra governista dal PD alla FDS) per porre un freno alle crescenti iniziative dei sindacati, specialmente, di base.
Oggi con la privatizzazione e l’impossibilità di creare veri disagi (inutili scioperi di 4 ore, con un mese di preavviso) la situazione dei lavoratori è notevolmente peggiorata e con essa anche il servizio offerto ai passeggeri. Ormai ADR che è divenuta una S.p.A. non ha più interesse a far sì che lo scalo funzione efficientemente, il suo unico scopo è produrre più utili possibili, non curandosi delle esigenze e della sicurezza dei lavoratori e dei passeggeri.
È ormai ora di dire basta! Non si può continuare a fare finta di nulla mentre istituzioni, Enac, forze dell’ordine e sindacati continuano a permettere che ADR calpesti e che permette a sua volta alle società di Handling di calpestare senza ritegno qualsiasi legge, regolamento o diritto sindacale!
Noi del PCL proponiamo di dare inizio ad una serie di iniziative dei lavoratori che portino a svuotare ADR del suo ruolo di S.p.A. e di ridare lo scalo di Fiumicino allo Stato italiano. Tutto questo si può ottenere nazionalizzando (sotto il controllo dei lavoratori) lo scalo e facendo in modo che lo stesso venga gestito autonomamente da un consiglio di lavoratori eletti dai propri colleghi.
Riteniamo inoltre che tra le tante iniziative che il consiglio dei lavoratori dovrebbe portare avanti le principali sono:

·         Contratto unico aeroportuale per tutti lavoratori dello scalo
·         Abolizione delle differenze retributive per parità di mansione e/o di livello
·         Abbassamento immediato a norma di legge per le percentuali dei contratti a tempo determinato e part-time
·         Abolizione graduale dei contratti a tempo determinato con più di 6 mesi di anzianità
·         Abolizione graduale dei contratti part-time tranne che per chi lo richieda espressamente
·         Omologazione di tutti i diritti (i doveri già ci sono!) per tutti i lavoratori aeroportuali

Tutto ciò può sembrare utopico e irrealizzabile, ma siete Voi lavoratori che mandate avanti questo scalo, non ADR e visto che Voi fate in modo che tutto questo funzioni, perche non dovreste essere in grado di continuare a farlo funzionare e ancora meglio senza una S.p.A. che vi calpesta e che vi toglie qualsiasi risorsa?

Pclroma.blogospot  pclroma@gmail.com

sabato 13 ottobre 2012

Sulla mobilitazione studentesca del 12 ottobre

 
La giornata di mobilitazione studentesca del 12 ottobre, a cui un nucleo di Studenti Rivoluzionari ha partecipato dall'inizio, in Piazza della Repubblica, alla fine, davanti al ministero dell'istruzione, dove c'è stato un lancio di ortaggi all'indirizzo delle forze dell'ordine, è stata una giornata di lotta importante perché ha visto un discreto numero di studenti e studentesse, sia medi che universitari dar vita ad un corteo combattivo e pieno d'energia che giustamente si è ribellato alla logica della "passeggiata in centro" ed ha rivendicato il proprio diritto a protestare fin sotto i palazzi del potere. Il percorso, che è stato solo inizialmente concordato con la questura, ma per buona parte non autorizzato, ha dimostrato il potenziale delle sollevazioni studentesche, come pure lo avevano dimostrato le manifestazioni del 5 ottobre. Purtroppo quando la manifestazione è "divenuta" non autorizzata una parte sostanziosa dei manifestanti se ne è andata, gesto comprensibile da parte di ragazzi singoli ma grave da parte di organizzazioni studentesche strutturate e apparentemente preparate al peggio. Da parte nostra abbiamo ritenuto necessario far parte del corteo fino alla fine, discutendo e parlando con i compagni e le compagne e distribuendo il nostro volantino contro il governo Monti invocando la saldatura tra le lotte studentesche con quelle più generali che si svilupperanno in questo autunno, a partire dal 27 ottobre, sempre a Piazza della Repubblica, per il No Monti Day.

Studenti Rivoluzionari - Roma

venerdì 28 settembre 2012

MONTI: IL CANDIDATO ETERNO DEL CAPITALE FINANZIARIO

Non c'è bisogno di attendere le elezioni politiche. Il fronte unico degli industriali, dei banchieri, dei vescovi ha già votato Mario Monti come Presidente del Consiglio della prossima legislatura.
Il buon Bersani è invitato a rassegnarsi: avendo detto che il “rigore” di Monti è “un punto di non ritorno” è stato preso in parola dalla borghesia italiana. Che preferisce un proprio diretto esponente a un semplice commesso, per quanto fidato. Quanto a Monti, non si vede per quale ragione dovrebbe declinare l'invito, dopo aver incassato per un anno intero la fiducia unitaria di PD, PDL, UDC contro il mondo del lavoro. Spetta al mondo del lavoro unire le proprie forze in una mobilitazione straordinaria contro il governo Monti per la sua cacciata: l'unica via per sparigliare i giochi del capitale finanziario e aprire dal basso uno scenario nuovo.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

mercoledì 12 settembre 2012

VIA MONTI GOVERNINO I LAVORATORI

Dopo aver distrutto le pensioni d'anzianità e l'articolo 18, il governo Monti e i suoi ministri milionari affondano il colpo contro i dipendenti pubblici, la sanità, i servizi. La ragione è una sola: ottenere in sede europea la garanzia di una nuova possibile ricapitalizzazione delle banche italiane (oltre i mille miliardi già avuti in regalo) e un possibile acquisto straordinario di Titoli di Stato (oggi posseduti dalle banche). Non è che il governo “non fa pagare i sacrifici anche ai ricchi” come qualcuno piagnucola a “sinistra”. E' che i banchieri e gli industriali sono i diretti mandanti e beneficiari della politica del governo: che è in realtà il loro comitato d'affari, col sostegno di PD, PDL, UDC.Così è in tutta Europa.
 L'Unione Europea è solo l'Unione dei capitalisti europei contro i lavoratori di tutta Europa. Il famoso Fondo Salva Stati su cui si accapigliano è solo una cassa di mutuo soccorso tra banchieri europei. Ogni Stato e ogni governo fa il maggiordomo dei propri capitalisti e dei propri banchieri nel negoziato con gli altri governi. E tutti presentano il conto ai propri lavoratori, con l'argomento che ...“ciò accade anche nel paese vicino”.E così molti lavoratori si convincono che la crisi, in quanto internazionale, è una peste naturale che si può solo subire. E' falso!
Questa crisi è solo il fallimento internazionale del capitalismo e di ogni pretesa di riformarlo. Semplicemente, in tutta Europa, industriali e banchieri cercano di far pagare la bancarotta del capitalismo alla maggioranza della società.
E' necessario ribellarsi a tutto questo, con una radicalità pari a quella dei capitalisti. E' necessario unire tutte le lotte in una lotta sola. Solo unendo oggi il mondo del lavoro in ogni Paese contro i propri sfruttatori e il loro governo, sarà possibile unire domani i lavoratori di tutta Europa contro l'Unione dei capitalisti europei. Per costruire, in ogni Paese e su scala europea, una nuova società, liberata dal profitto e governata dai lavoratori: gli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

 Ma per far questo bisogna liberarsi dei tanti miti con cui si è cercato e si cerca, da decenni, di ingannare i lavoratori. Quanti inganni per i lavoratori italiani! Il mito del capitalista miliardario, che in quanto miliardario “salva l'Italia” (Berlusconi). Il mito truffaldino della Lega… “ladrona”. Il mito di un possibile “governo amico” di centrosinistra, esteso oggi a... Casini, cui si candida Nichi Vendola, nella speranza di un ministero. Ma anche il mito dell'ex magistrato Di Pietro (e del suo partito delle Procure), che dopo aver varato da ministro le peggiori leggi contro il lavoro, cerca oggi il consenso dei lavoratori. O il nuovo mito del guru milionario Beppe Grillo, che dall'alto delle sue ville, difende gli evasori “a cinque stelle” di Cortina, e con essi il proprio mondo di riferimento e di vita.Bisogna scrollarsi di dosso questa montagna di inganni.

I lavoratori possono e debbono recuperare la fiducia nella propria forza, che è l'unica vera arma di cui dispongono. E conquistare la coscienza di poter rovesciare la dittatura degli industriali, dei banchieri, dei loro partiti o cortigiani: prendendo il potere politico nelle proprie mani.Solo un governo dei lavoratori può realizzare una vera alternativa: abolendo il debito verso le banche, nazionalizzandole sotto il proprio controllo, espropriando le aziende che licenziano e inquinano, ripartendo fra tutti il lavoro in modo che nessuno ne sia privato, abolendo le leggi vergogna sul precariato, organizzando un grande piano di opere sociali che crei nuovo lavoro per tutti.

E' necessario unire tutte le lotte di resistenza e ricondurre tutte le rivendicazioni immediate del mondo del lavoro a questa prospettiva rivoluzionaria.Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato, in ogni lotta, nella costruzione di questa prospettiva. 

lunedì 3 settembre 2012

ELEZIONI AMMINISTRATIVE A ROMA

 E’ iniziata la corsa al Campidoglio (sindaco di Roma) il PD, si mostra indeciso…Non sa se presentare il “tanto amato” dal gruppo dirigente PD Zingaretti o l’uomo del clero…Gasbarra (lo ricordiamo quest’ultimo, come ex presidente della provincia di Roma, nella prima metà degli anni duemila). Chiunque sia il candidato (vincitore di eventuali primarie) sarà un uomo pronto a tutelare i grandi costruttori (Calatgirone) e le privatizzazioni come in passato hanno fatto i “democratici” Rutelli e Veltroni.

 La sinistra radicale ha lanciato, tempo fa (ora un po’ nascosta dai media) nella mischia Medici da più di dieci anni presidente del X municipio di Roma sostenuto da parte dell’associazionismo e da una parte dei movimenti romani, il compagno Medici sarà legato, questo è ovvio, al quadro del Centro Sinistra La Federazione della Sinistra, invece, balbetta… il suo perfetto “togliattismo” per bocca di uno dei suoi portavoce (Fabio Nobile) si amalgama anch’essa al PD: “

 la Federazione della Sinistra di Roma intende ribadire che non è interessata a sostenere candidati o a partecipare a coalizioni che non siano fondate su una base programmatica. Diciamo questo perché pensiamo che solo con una larga coalizione su un chiaro programma di alternativa sia possibile evitare che la destra governi ancora il comune di Roma “ aver sostenuto, insomma, in passato (ultime elezioni regionali del Lazio) la filo-atlantista, filo-sionista e ultraliberista Bonino gli permetterà, come sempre, di digerire qualsiasi candidato proveniente dall’arcipelago dei poteri forti (PD) e qualsiasi programma…

Sull’altro versante, glissando sulla candidatura dei fascisti di CasaPound, che a oggi gridano alla loro solitaria corsa fuori da tutto…facilmente, com’è successo in passato, saranno disposti a un inserimento nel campo dal centro destra... Alemanno, nella sua amministrazione, ha difeso, senza dignità, la loro occupazione e gli uomini di Dio, patria, famiglia è probabile che non avranno remore ”ideologiche “ ad accettare il corteggiamento di Alemanno …IL boccone non sarà amaro per nessuno, nessun olio di ricino…

 IL PDL, tra mille contraddizioni interne tra fascisti, ex fascisti, democristiani, socialisti, ciellini insomma la Cloaca Massima della politica ha fatto sapere che sarà unito alle prossime elezioni capitoline. A vidimare e a tenere il tutto è stato il sindaco in carica Gianni Alemanno Roma ha bisogno di una vittoria di classe, una vittoria che si ottiene solo con l’indipendenza politica del mondo da lavoro da poteri forti (quali banchieri, clero e confindustriali) per questo il PCL sarà presente tornata elettorale cittadina, ma lo farà in opposizione al centro destra e al Centro Sinistra -

DIRITTO ALLA CASA E ALL’OCCUPAZIONE -
ESPROPRIO DEI BENI LATERANENSI -
 MUNICIPALIZZAZIONE DI TUTTE LE AZIENDE ROMANE A PARTIRE DALL’ACEA -
LOTTA CULTURALE E POLITICA AL FASCISMO XENOFOBO, OMOFOBO E REAZIONARIO - CONSIGLI DI OPERAI NELLE AMMINISTRAZIONI -
STIPENDIO PER GLI ISTITUZIONALI E PER GLI AMMINISTRATORI DELLE AZIENDE MUNICIPALI DI 1200 EURO -
DIRITTO PER I GBLTQ

mercoledì 15 agosto 2012

NAZIONALIZZARE ILVA LE RAGIONI DI UNA RIVENDICAZIONE ESEMPLARE

Le contraddizioni interne alla Magistratura e soprattutto tra Magistratura e Governo, hanno aperto una nuova fase della vicenda ILVA. Che pone, più che mai, l'esigenza di una iniziativa indipendente del movimento operaio.

 IL GIP SVELA LA TRUFFA

Perchè il grido sdegnato e corale del governo e dei partiti che lo sostengono contro il povero GIP Todisco? Perchè il GIP ha svelato di fatto l'autentica truffa delle sentenze precedenti ( patrocinate dal governo nazionale e regionale) nei loro due punti cardine : l'assenza di ogni reale impegno finanziario e operativo della proprietà nella messa a norma degli impianti; e l'incredibile assegnazione al fiduciario della proprietà, Ferrante, del ruolo di custode del processo di risanamento.

Messi a nudo, tutti gli agenti della proprietà , protagonisti della truffa ,si sono scatenati. In primo luogo i ministri amici del padrone Riva: come Passera, già socio di Riva nella CAI ( Alitalia) ai tempi di banca Intesa, o come Clini, dipinto nelle intercettazioni come uomo di riferimento dell'azienda. In secondo luogo i partiti di maggioranza lautamente finanziati per decenni dal padrone Riva, quali Forza Italia e il PD ( come risulta nero su bianco dai loro bilanci pubblici). E poi ancora tutte le organizzazioni padronali di cui Riva è socio onorario e prezioso contribuente- da Federacciai a Confindustria- assieme naturalmente a tutta la grande stampa: quella che i dirigenti aziendali raccomandavano letteralmente di“comprare”( evidentemente con successo).

Non poteva esserci una radiografia più completa del raccordo tra grande capitale e Stato e della natura della democrazia borghese.

CAPITALISMO REALE E LEGGE FORMALE

Cos'hanno detto in buona sostanza, a reti unificate e da tribune diverse, tutti questi attori in commedia? Che un magistrato non può smantellare una soluzione già “concordata” tra governo, proprietà, sindacati complici; non può manomettere il potere “superiore” e decisionale del governo; non può danneggiare la competitività della siderurgia italiana di fronte a quella cinese ed asiatica; non può scoraggiare gli investimenti stranieri in Italia. In una parola: tutte le forze dominanti hanno chiarito, se ve n'era bisogno, che le leggi reali del capitalismo prevalgono sull' ipocrisia delle sue leggi formali. Che il diritto alla salute e alla vita dei lavoratori e di una città sono solo la variabile dipendente del profitto e del mercato,nazionale e mondiale. Che accettare questa realtà è la condizione decisiva per poter continuare a lavorare... alle dipendenze di chi ti avvelena. Che non c'è alternativa a tutto questo, se non la disperazione della disoccupazione. La classe operaia, e innanzitutto la sua avanguardia, deve combattere e ribaltare questo messaggio.

L'importanza esemplare dello scontro di classe sull'ILVA sta tutto qui: nella capacità o meno dei lavoratori di respingere il ricatto del padrone e del governo e di battersi per una propria soluzione alternativa rispettosa del lavoro e della vita.

PER UNA SOLUZIONE INDIPENDENTE DEL MOVIMENTO OPERAIO: LA NAZIONALIZZAZIONE DELL'ILVA

 Non si tratta di “affidarsi” al magistrato Todisco, né tanto meno di iscriversi al “partito dei magistrati”, peraltro a lungo silente anche sull'Ilva ( con buona pace di Di Pietro). Si tratta di far leva su una sentenza onesta ma di per sé impotente, per rivendicare l'unica possibile soluzione sociale progressiva che la situazione impone: la nazionalizzazione dell'Ilva. Se un magistrato rileva l'inaffidabilità dell'Ilva in fatto di normalizzazione degli impianti, e l'impossibilità che sia l'Ilva a “controllare” il risanamento ( per manifesto conflitto di interessi), non si tratta di contrapporsi al magistrato per conto di Riva, ma di rivendicare l'esproprio di Riva come logica implicazione ( persino) della sentenza del magistrato. Una nazionalizzazione senza indennizzo per il padrone Riva: perchè sarebbe paradossale che i lavoratori venissero a pagare di tasca propria l'esproprio di chi li ha avvelenati e sfruttati.
Una nazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori stessi: perchè solo il controllo operaio può garantire insieme la tutela del lavoro e un risanamento reale della produzione e dell'ambiente di vita dei lavoratori.

L'INGANNO DELLE ALTRE “SOLUZIONI”: CHIUSURA DELLA FABBRICA O AFFIDAMENTO A RIVA

Ogni altra “soluzione” è un inganno per i lavoratori, e per la popolazione povera di Taranto. La “soluzione” della chiusura della fabbrica, nel nome della bonifica delle aree e della città, non risolve in realtà un bel nulla. Mette sulla strada gli operai, e non risana l'ambiente. Parla l'esempio illuminante di Bagnoli: dove lo smantellamento della siderurgia e la distruzione sociale di quella classe operaia si è combinata col massimo degrado, ambientale e sociale, delle aree liberate e con devastanti processi di speculazione sul territorio. La chiusura della siderurgia a Taranto avrebbe, se possibile, nell'attuale contesto di crisi, esiti ancor più drammatici, su ogni versante. La proposta della chiusura della fabbrica ( sia che muova da un ambientalismo ideologico integralista, sia che discenda da un pregiudizio antilavorista) ha in realtà un solo effetto: saldare attorno al padrone Riva un pezzo della classe operaia dell'Ilva, agevolando il gioco dei sindacati padronali interni all'azienda, UIL e CISL in testa. Quei sindacati che sono sul libro paga dell'azienda. Quei sindacati che sono giunti il 30 marzo scorso a organizzare uno sciopero cittadino letteralmente pagato dal padrone a difesa del padrone. Quei sindacati che oggi scioperano a difesa di Riva e di Monti contro il diritto alla salute degli operai. Ma la “soluzione” di affidare al padrone Riva la messa a norma degli impianti, sotto la “pressione” della magistratura, non è meno truffaldina. Diciotto anni di impegni e promesse ambientaliste da parte di Riva possono bastare. La proprietà criminale non risanerà nulla. Cerca semmai di perpetuare i crimini dietro lo scudo protettivo di qualche gesto simbolico e di qualche posa ecologica, con la copertura del governo. La verità è che non è minimamente disponibile a investire le enormi risorse necessarie al risanamento. Non lo ha fatto in tempi migliori. Perchè dovrebbe farlo nel quadro di una crisi gigantesca della siderurgia mondiale, dove si scatena la corsa all'abbattimento dei costi ( inclusi quelli ambientali) per guadagnare o difendere i mercati? Non è un caso che persino la miseria dei 90 milioni di investimento ecologico sbandierati dall'azienda ( a fronte di tre miliardi di utili) si stiano rivelando una bolla di sapone. Riva non ha altra ragione da difendere che il proprio profitto e la propria quota di mercato. “O mi fate continuare così o me ne vado altrove. Siete voi che avete bisogno di me. Non io di voi”: questo è la minaccia che Riva alza come un clava agli occhi degli operai, dei sindacati, degli stessi partiti borghesi. In una logica perfettamente consona al cinismo del capitale.

Per questo la linea della “conversione” ecologica di una proprietà criminale si ritrova su un binario morto. Può servire a fornire un 'eventuale foglia di fico alla proprietà, consentendole di sbandierare l'ennesima solenne promessa ( “vendiamo fumo” ha confessato Riva al telefono a un suo dirigente dopo un incontro con Vendola). Può sicuramente fornire al governatore Vendola l'ennesima patacca propagandista di “salvatore” di lavoro e ambiente. Può servire al gruppo dirigente della Fiom (che pur giustamente ha rifiutato di scioperare per l'azienda) di far quadrare il cerchio delle proprie contraddizioni. Può servire sicuramente agli ambienti di governo per mascherare con belle parole la tutela della proprietà. Sicuramente non serve né ai lavoratori, né alla loro salute: che resterebbero nelle mani di un padrone assassino, come pure merci di scambio e leve di ricatto.

LA NAZIONALIZZAZIONE, UNICA VIA. FATTIBILITA' TECNICA E SOLUZIONE SOCIALE DELLA RICONVERSIONE

 Ecco perchè la nazionalizzazione dell'Ilva è l'unica via. Non esiste alcuna impossibilità tecnologica di coniugare produzione e risanamento ambientale. L'impedimento è sociale, non tecnico. Tante osservazioni, testimonianze, rilievi affiorati in questi giorni ai margini della stessa comunicazione ufficiale, per bocca di tecnici competenti ( non a caso anonimi), hanno documentato la perfetta possibilità tecnologica di convertire profondamente la produzione siderurgica, evitando o limitando al minimo l'interruzione della produzione. La vera obiezione che gli stessi tecnici avanzano è che la riconversione richiede risorse enormi, che la proprietà non è in grado di metterle perchè affonderebbe nella concorrenza, che lo Stato non può provvedere sia perchè assediato dal debito pubblico, sia perchè la normativa europea sulla “concorrenza” “impedisce aiuti pubblici” alla siderurgia, relegando l' intervento pubblico al solo aspetto della bonifica del territorio esterno. Ma queste sono tutte obiezioni sociali, non tecniche. Obiezioni che proprio la nazionalizzazione dell'azienda,sotto il controllo dei lavoratori, spazzerebbe via. Il Padrone non vuole o non può investire nel risanamento? E' indubbio. Ma proprio per questo il padrone va espropriato. I suoi enormi utili verrebbero investiti dallo Stato nella messa a norma degli impianti. Sarebbero gli utili privati di una proprietà criminale a provvedere al risanamento del crimine. Come è giusto che sia. Se poi queste risorse non saranno sufficienti, possono intervenire le risorse pubbliche, magari ricavate dall'annullamento del debito pubblico verso le banche o da una tassazione progressiva dei grandi patrimoni. E se Bruxelles protesterà, nel nome degli interessi concorrenziali delle altre imprese europee, al diavolo Bruxelles!. Il diritto alla vita e al lavoro non può essere sacrificato alla legge del profitto e della concorrenza. Ed anzi una riconversione ecologica della siderurgia italiana, sotto il controllo dei lavoratori, darebbe un enorme incoraggiamento a lotte di massa analoghe in altri Paesi e continenti, contro le “leggi” dell'Unione. In più il controllo operaio sul processo di riconversione, unito al controllo sociale sulla bonifica esterna dei territori, darebbe piena garanzia ai lavoratori dell'Ilva circa il mantenimento del proprio posto di lavoro, e potrebbe anzi aprire a nuove assunzioni di disoccupati (in particolare per l'azione di bonifica). In ogni caso il ricatto occupazionale di Riva ( “o così, o me ne vado”) verrebbe annullato. Se poi particolari ragioni tecniche, riconosciute dai lavoratori stessi, dovessero comportare un periodo di interruzione della produzione ai soli fini del completamento del risanamento, i lavoratori dell'Ilva, e tutti i lavoratori dell'indotto, avrebbero diritto ad un salario pieno garantito dall'industria nazionalizzata per tutto il periodo necessario. Anche in questo caso a spese dei grandi profitti e patrimoni. Non si tratterebbe di “un sussidio al posto del lavoro”, ma di un costo del risanamento della produzione, nell'interesse del lavoro e della sua protezione.

LA NAZIONALIZZAZIONE: SOLUZIONE RIFORMISTA O RIVOLUZIONARIA?

 E' interessante osservare che la soluzione della nazionalizzazione dell'Ilva sarebbe talmente naturale nella conciliazione di lavoro e ambiente, che incomincia ad affacciarsi timidamente, in forme diverse e da versanti diversi, nel commentario di intellettuali e sindacalisti. Lo scrittore Ermanno Rea, giornalista esperto della dismissione di Bagnoli e dei suoi effetti, si è pronunciato pubblicamente sul Corriere della Sera “a favore della nazionalizzazione dell'Ilva, premessa necessaria della sua riconversione”. L'ex pretore ambientalista Gianfranco Amendola , sempre sul Corriere, chiede “che il governo espropri l'Ilva, faccia un decreto legge, nomini un commissario con pieni poteri” per gestire una vera riconversione. Giorgio Cremaschi, dalle colonne de Il Manifesto, ha rivendicato la nazionalizzazione dell'ILVA come una possibilità garantita “dalla Costituzione”, naturalmente con “indennizzo”. Ma il punto debole di questi pronunciamenti, tutti peraltro significativi, è che ignorano o rimuovono il carattere rivoluzionario e dirompente della rivendicazione della nazionalizzazione dell'Ilva: la circoscrivono in un illusorio recinto riformista, la subordinano al dettato costituzionale( obbligo di “indennizzo”), ne smussano i risvolti radicali e di classe ( rifiuto del controllo operaio). Il tutto nello sforzo di mostrarne la “realizzabilità”, la “fattibilità” e dunque la conciliabilità col capitalismo.
 La verità è un altra. La nazionalizzazione dell'Ilva non sarà mai realizzata dal governo Monti o da un altro governo borghese, tanto più nel quadro attuale della crisi capitalista e della “compatibilità” di mercato dell'Europa dei capitalisti. I costi ingenti della riconversione e della bonifica dell'acciaieria più grande d'Europa, non saranno mai compatibili con le leggi del profitto, e col vincolo del debito pubblico imposto dalla crisi.
La soluzione di svolta può essere imposta solamente da un'azione di massa radicale della classe operaia e della popolazione povera, che renda ingovernabile ogni altra soluzione, rompa con le leggi del capitale, rovesci i rapporti di forza, apra la via di un governo dei lavoratori, basato su un programma anticapitalista.

 IL CASO ILVA E IL REALISMO DELLA RIVOLUZIONE

 “Ma allora la nazionalizzazione non è realistica”, obietterà qualcuno. E' una obiezione mal posta. La verità è che non è “realistico” nessun reale avanzamento delle condizioni di lavoro, di salute, di vita, dei lavoratori e della maggioranza della società senza il rovesciamento della dittatura degli industriali e dei banchieri.Cioè senza la conquista del potere da parte dei lavoratori e di tutti gli sfruttati. La proposta della nazionalizzazione dell'ILVA, proprio perchè è l'unica soluzione reale, si limita a chiarire da un versante particolare questa verità generale. La rivoluzione sociale è l'unica soluzione realistica delle grandi questioni del nostro tempo. Sviluppare la coscienza delle masse, e innanzitutto della loro avanguardia, sino alla comprensione di questa verità è l'obiettivo, in ogni lotta, del Partito Comunista dei Lavoratori.

 MARCO FERRANDO