venerdì 15 luglio 2011

A PROPOSITO DEL PDAC FENOMENOLOGIA DI UNA SETTA

Per cinque anni il piccolo gruppo del PDAC, guidato da Francesco Ricci, ha concentrato il grosso delle sue energie nell'attacco ossessivo al nostro partito e al suo portavoce. Il PCL, viceversa, si è occupato poco del PDAC. In primo luogo per la sua esiguità e marginalità politica. In secondo luogo perchè il taglio calunnioso e rancoroso dell'aggressione che ci è stata riservata si è commentato sufficientemente da solo agli occhi di chiunque conosca il nostro partito e abbia amore per la verità e la decenza. In terzo luogo perchè, banalmente, abbiamo avuto e abbiamo di meglio da fare sul terreno della costruzione quotidiana del nostro partito e dell'intervento nella lotta di classe.
I testi che qui presentiamo rappresentano dunque una delle poche eccezioni. Questa eccezione è dovuta ad una ragione molto semplice.
In tempi recenti diverse realtà del PDAC hanno rotto con quella formazione e sono passate al PCL. E' il caso dell'intera realtà del PDAC veneto (ad eccezione del piccolo nucleo di Vicenza), l'unica che contava una presenza operaia reale. E' il caso dell'intera realtà del PDAC siciliano. E' il caso dell'intera realtà del PDAC marchigiano. Il tutto in un quadro di crisi profonda del PDAC (uscita già da tempo dell'intera realtà del PDAC romano, in tempi più recenti di quello sardo, demotivazione e dimissioni, di numerosi militanti inclusi alcuni dirigenti …) per una complessiva riduzione a circa la metà della cifra massima di militanti di 4 anni fa, già allora di poco superiore al centinaio.
Questa dinamica ha indotto il gruppo di Ricci ad una reazione furibonda, tipica di una setta. Invece di interrogarsi sulle ragioni della propria crisi e sul rischio reale di disgregazione, il gruppo dirigente del PDAC ha scatenato l'ennesimo attacco frontale contro il PCL, e contro i loro compagni che sono passati col nostro partito: apostrofati come “traditori”, “vili fuggiaschi”, venduti al nemico (il PCL appunto). E anch'essi additati ai propri compagni rimasti come avversari con cui troncare (letteralmente) ogni relazione anche internet. Lo scopo della nuova escalation è quello di arrestare la frana del PDAC con un messaggio intimidatorio a fini interni: qualunque compagno/a del PDAC che volesse uscire dal gruppo e avvicinarsi al PCL deve sapere da subito che verrà pubblicamente denunciato, isolato nelle sue relazioni amicali coi vecchi compagni, trattato come nemico. Quindi “silenzio e disciplina”!
Questa situazione nuova ha reso necessario un nostro intervento pubblico. Innanzitutto a difesa della onorabilità e dignità dei compagni ex Pdac oggi passati nelle nostre fila- in larga misura lavoratori- che hanno diritto ad essere tutelati da questa valanga di fango. Ma soprattutto in ragione di una operazione di verità politica, che chiarisca definitivamente la vera natura del PDAC quale SETTA: dominata- quella sì- da un padre padrone, intollerante ad ogni reale divergenza e dibattito interno, alimentata dall' autocelebrazione retorica, dalla rimozione della realtà (anche quella della propria crisi), dall'odio verso i compagni da cui ci si distaccò, con una assurda scissione, cinque anni fa. La fissazione maniacale dell'aggressione al PCL, e la sua personalizzazione ossessiva contro Marco Ferrando, non è altra cosa dalla natura del PDAC: ne è la cifra e in qualche modo la confessione pubblica.
In effetti la storia e la vita del PDAC sono segnate dal “peccato delle origini”. Non la scissione in quanto tale, ma le sue ragioni reali e le sue motivazioni pubbliche. La scissione del 2006 non dipese da divergenze programmatiche: noi che non siamo accecati dal livore, non abbiamo nessuna difficoltà a riconoscere che il PDAC è oggi l'unica formazione- per quanto minuscola- della sinistra italiana ad avere lo stesso programma di fondo del PCL. La scissione dipese dalla volontà del responsabile organizzativo della AMR Progetto Comunista (nome della nostra frazione dentro il PRC) e del gruppo dei suoi fiduciari, di conservare ad ogni costo la propria funzione di comando in fatto di organizzazione contro i principi della democrazia interna e della collegialità delle decisioni.
Siccome una scissione di questo tipo (appropriazione della cassa incluso) non può confessare la propria realtà (neanche a se stessa), occorreva rivestirla di una motivazione politica. Questa motivazione si fondò sulla falsificazione plateale della verità e sul triste ricorso alla calunnia: prima l'accusa vergognosa di “intesa segreta con Bertinotti per votare la fiducia al governo Prodi in cambio di un seggio di senatore a Ferrando”(sic); poi l'accusa di voler restare nel PRC anche dopo il suo ingresso al governo; poi l'accusa di non voler costruire un partito leninista, ma una formazione centrista con stalinisti e maoisti, su un programma mediato; poi l'accusa di voler sì magari costituire un partito con “riferimento trotskista”, ma in realtà “lasso” e attorno alla mitica “centralità mediatica dell'unico (?) leader”, senza strutture, senza militanti. IL tutto sentenziando ogni volta, per ben cinque anni, il “fallimento” del PCL, la sua “crisi irreversibile”, la sua “fine imminente”, e naturalmente, la sua immancabile“svolta a destra” ecc.
Qual'è il problema di questa impostazione? E' che basandosi sul falso, è esposta alla vendetta della verità. Che ogni volta ha smentito, punto per punto, l'intera rappresentazione letteraria. Ponendo ai compagni più onesti del PDAC una serie di interrogativi elementari e inquietanti: com'è che un partito “centrista” fa della demarcazione più rigorosa dal riformismo e dal centrismo l'asse della sua costruzione? Com'è che un partito che da cinque anni “svolta a destra” ha fatto del programma rivoluzionario del trotskismo- per cinque anni- l'asse di raggruppamento e formazione interna in aperta rottura con ogni equivoco “stalinista e maoista”? Com'è che un partito “lasso” si è strutturato progressivamente come partito militante, contro la concezione del partito di puri “iscritti”? Com'è che un partito fondato sulla “centralità mediatica del leader” non solo sopravvive ma addirittura si sviluppa, nonostante la quasi totale assenza mediatica? E soprattutto: com'è che un partito che da cinque anni dichiariamo “fallito e finito” espande progressivamente la propria presenza organizzata su scala nazionale, mentre il PDAC non solo resta al minuscolo palo di partenza ma perde progressivamente pezzi in particolare in direzione del PCL?
Imprigionato nella rete delle proprie bugie, il povero Ricci aveva due possibili vie d'uscita.
La prima era quella di riconoscere il fallimento della propria operazione di mistificazione: ma avrebbe significato sconfessare la creatura politica che di quella mistificazione era figlia. E quindi rinunciare all'adorato giocattolo del comando.
La seconda è quella intrapresa: spararla ancora più alta. Denunciare..gli “interrogativi” e i “dubbi” come cedimenti al demonio e rilanciare per l'ennesima volta, e con più enfasi, la bolla retorica del “fallimento del PCL”, “mai così in crisi”, “mai così a destra”, “mai così centrista”, mai così “lasso”, mai così “schiavo dei media”ecc. Come un disco rotto senza tempo e senza memoria. Magari utilizzando allo scopo qualche “citazione” d'archivio da siti locali o qualche posizione individuale (talvolta di compagni che ci hanno abbandonato da anni per il nostro “trotskismo”), estrapolandola da ogni contesto, confezionandola con un po' di sarcasmo, e infine sfornandola come irresistibile “prova” del nostro “menscevismo”. Secondo la stessa logica, per fare un esempio, per cui l'ingresso di un iscritto del PCL nel 2009 nella giunta di centrosinistra di Cerignola, immediatamente espulso dal nostro partito, venne presentata come “prova” della generale svolta governista del PCL verso il centrosinistra!
Ma siccome i trucchi letterari e il rilancio del bluff, come nel poker, perdono ogni credibilità oltre una certa soglia; e siccome la crisi del PDAC si aggrava, occorre un supplemento di trattamento: la denuncia dei “transfughi” e l'ammonimento dei dubbiosi. Nella speranza di sopravvivere alla realtà attraverso la sua negazione.
Come ogni setta che si rispetti, gli aspetti di psicologia interna e i loro paradossi, sono tutt'altro che irrilevanti. Così è curioso osservare che proprio la “denuncia” del PCL riflette, freudianamente, l'immagine capovolta della verità negata: quella del PDAC e della sua vera natura. La denuncia di “un leader unico” (inesistente) del PCL riflette la presenza (reale) di un unico padre padrone nel PDAC; la denuncia di un “guru mediatico” (inesistente) riflette la propria aspirazione frustrata ad un minimo di visibilità politica, oggi negata; la denuncia del PCL come “partito virtuale” riflette il profilo sempre più effettivamente virtuale del PDAC: tanto presente su Internet, quanto assente, in larga misura, da ogni passaggio nazionale della vita politica e della lotta di classe, come ognuno può constatare. E via dicendo. In fondo ogni setta si fonda sulla negazione del mondo reale. Impedire che il mondo reale si sveli ai suoi affiliati è ragione di vita o di morte per la setta. Presentare il falso come vero, attraverso l'esatto capovolgimento della realtà, è il disperato tentativo di allontanare lo spettro della verità. Questa è la ragione dell'ossessione del PDAC verso il nostro partito.
I documenti che qui alleghiamo sono un materiale istruttivo per chi volesse approfondire questo piccolo fenomeno settario. Tanto più perchè alcuni di questi testi riflettono l'esperienza diretta di ex compagni del PDAC, suoi ex dirigenti e militanti,che danno uno spaccato eloquente di quella realtà e del suo clima interno. Altri testi documentano invece gli aspetti meno nobili e confessabili dei metodi della setta, non a caso per lo più sconosciuti ai suoi membri e a parte dei suoi stessi dirigenti, ma tristemente rivelatori del costume politico della cricca ristretta che domina quell'organizzazione. Aspetti che da tempo avevamo registrato ed appreso, per averli subiti, e che oggi rendiamo finalmente pubblici per un solo scopo: rivelare sino a quali miserie possono precipitare i comportamenti di una setta trascinata dal rancore, in totale contraddizione coi principi più elementari della morale rivoluzionaria; e aiutare i compagni onesti del PDAC, che non si bevono senza fiatare la vulgata del capo e che non si fanno intimidire, a evadere dalla prigione e a trovare la via del partito rivoluzionario.

ALLEGATI

Allegato 1: Testo dell’ Esecutivo del PCL a seguito delle diffamazioni e falsificazioni condotte e sostenute dal PDAC

Allegato 2: Testo dei compagni OCAP, (ex PDAC) oggi militanti del PCL, scritto dopo la rottura (febbraio 2009) con il PADC del padre-padrone Ricci

Allegato 3: Testo dei compagni ex OCAP sulla morale rivoluzionaria.

Allegato 4: Testo dei compagni ex PDAC Marche oggi anch’essi militanti del PCL
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ALLEGATO 1
GRAVI PROVOCAZIONI CONTRO IL PCL
INDIVIDUATO ALMENO UN RESPONSABILE: E' UN DIRIGENTE DEL PARTITO DI ALTERNATIVA COMUNISTA
Il Partito Comunista dei Lavoratori, fin dalla sua nascita nel 2006 come Movimento, è stato oggetto di pesanti e continue provocazioni provenienti da soggetti esterni all'organizzazione.
Le più gravi riguardano l'apertura e l'utilizzo di caselle e-mail intestate a Marco Ferrando ed a sedicenti iscritti al PCL rivelatisi inesistenti. Da queste caselle sono partiti ripetutamente messaggi indirizzati a dirigenti ed ad iscritti al PCL miranti a screditare l'organizzazione e la sua linea politica agli occhi dei militanti, sfruttando, tra l'altro, come destinatari, gli indirizzi mail dei siti delle sezioni locali del PCL.
Di fronte alla gravità della cosa, per autotutela, l'esecutivo nazionale del PCL ha provveduto ad una denuncia verso ignoti presso l'autorità giudiziaria.
Il responso delle indagini della Polizia postale è stato sorprendente.
In un caso l'utenza utilizzata è intestata all'avv. Valerio Torre, dirigente nazionale del Partito di Alternativa Comunista, nonché membro degli organismi internazionali della LIT (la corrente internazionale di cui il Pdac fa parte);
Di altre utenze non è stato possibile risalire all'intestatario ma solo alla zona di provenienza: Cremona. Curiosa coincidenza in quanto a Cremona ha uno dei suoi pochi gruppi locali proprio il Pdac, ma soprattutto lì risiedono il capo dell'organizzazione Francesco Ricci ed altri esponenti del gruppo.
Noi avevamo in realtà già ipotizzato al momento di questa campagna di menzogne e calunnie che l’ipotesi più probabile - per non dire certa - era che l’origine non fosse in qualche misteriosa “centrale di provocazioni dell’imperialismo internazionale”, ma appunto il giro del Pdac, non nuovo ad operazioni squallide.
L’ultimo atto con cui Ricci e la sua banda si illustrarono prima della rottura di entrambe le nostre organizzazioni con il PRC, al momento appunto dell’ingresso dei bertinottiani nel governo Prodi, fu il sostegno alla campagna, di stampo maccartista, lanciata da tutto l’arco politico contro Marco Ferrando. Ricordiamo brevemente i fatti. Il compagno Ferrando, che era stato indicato come candidato al senato per il PRC, dichiarò in una intervista il suo sostegno al diritto alla resistenza armata del popolo irakeno anche contro le truppe italiane. Questo scatenò un’isterica campagna reazionaria della stampa e delle forze politiche sia di centrodestra che di centrosinistra . In particolare in una trasmissione di Ballarò D’Alema e Fini chiesero congiuntamente a Bertinotti di escludere Ferrando dalle liste del PRC. Bertinotti e Ferrero, per compiacere i loro alleati borghesi e imperialisti, ma anche perché ormai consci che in caso di probabile vittoria del centrosinistra (come poi fu, anche se di poco) Ferrando avrebbe votato contro la fiducia al governo e noi saremmo usciti dal partito, risposero positivamente all’appello bipartisan. In ogni modo la cancellazione della candidatura di Ferrando era un atto antidemocratico e come tale fu condannato da tutte le minoranze del PRC, (che rappresentavano circa il 40% del partito) e anche da alcuni dirigenti dell’area di Bertinotti , (come Ramon Mantovani) ad eccezione dei ricciani che la appoggiarono pienamente (chiedevano che al posto di Ferrando ci fosse Ricci). Ciò fino a superare, nel collegio di garanzia nazionale del PRC, gli stessi bertinottiani, che, per minimo senso di vergogna, avevano annullato una “destituzione” telefonica, mentre Ricci, vicepresidente del collegio, rimaneva unico a sostenerne la legittimità.
Né le provocazioni cessarono una volta costituitisi il PCL da un lato e il Pdac dall’altro. Oltre alla questione delle false caselle mail è interessante quel che successe nel 2006/7 quando un sedicente Mario Albano, presentatosi telefonicamente a noi come responsabile di un gruppo di operai di Taranto, ci contattò nuovamente.
Era uno strano “gruppo di 14 giovani operai” entrati formalmente nell’AMR poco prima del congresso (inizio 2006) in cui si verificò la rottura dei ricciani con noi. Conosciuti però solo dai dirigenti della minoranza (Ricci e il suo sostenitore Michele Rizzi, responsabile regionale pugliese della AMR). Naturalmente i “14 giovani operai dell’Italsider” di Taranto, in un congresso locale in cui era stato impedito(semplicemente non indicando le coordinate della pretesa riunione) al rappresentante della maggioranza dell’AMR di essere presente, avevano tutti votato per le posizioni di Ricci.
Tuttavia il sedicente Mari Albano ci contatto pochi mesi dopo la scissione da Rifondazione. Prima affermando che ancora il suo gruppo non aveva deciso se entrare nel PCL o nel PDAC, poi dicendosi profondamente deluso dal nostro partito; in realtà all'utenza telefonica dell'Albano rispondeva un tal Scarlino da Barletta, curiosamente a Barletta risiede uno Scarlino militante del Pdac (omonimia? lontana parentela chissà?). Va da sé, che , come avevamo già capito, a verifica è certo che all’Italsider di Taranto non è mai esistito nessun giovane (o vecchio) operaio iscritto all’AMR, al Pdac o quant’altro. Era stata una totale invenzione per avere più voti nel congresso dell’AMR e poi solo un tentativo confuso di provocazione.
Se si pensa che nel testo di adesione ,inviato a tutta l’ AMR da questi inesistenti “14 giovani operai”, e quindi scritto presumibilmente da Rizzi, se non da Ricci stesso, si afferma testualmente che uno dei motivi che li aveva convinti ad aderire alla nostra associazione era “la grande umanità del compagno Francesco Ricci”, è evidente che i problemi della settta Pdac e del suo padre padrone vanno al di là del terreno della politica.
Ai “rigorosi” teorici del Pdac vorremmo, in ogni caso, chiedere quali sono le esperienze o testi teorici del trotskismo o del movimento operaio che indichino legittima la pratica della provocazione nei confronti delle altre organizzazioni o la partecipazione a campagne maccartiste contro militanti rivoluzionari. Il presentarsi all'esterno – prevalentemente in internet – come rivoluzionari trotskisti senza macchia e senza paura può quindi funzionare solo se non si conosce realmente il Pdac..
Nei testi del Pdac viene ripetuta ossessivamente l'affermazione secondo la quale il PCL avrebbe le stesse dimensioni della loro organizzazione. Qui fantasia, desideri e realtà perdono ogni nesso logico, forse a causa di un misto di megalomania e di complessi di inferiorità dei dirigenti pdacchini. Basterebbe confrontare lo sviluppo territoriale delle nostre iniziative, la presenza nei sindacati e nei movimenti con le loro, oppure le nostre candidature alle elezioni locali dal 2006 in poi con le loro per sapere quale è la realtà.
Oggi essa ci è ancora più chiara, perché circa un terzo dei militanti del Pdac, tra cui la maggioranza assoluta dei suoi quadri sindacali, sono usciti da tale partito e hanno raggiunto il PCL.
Grazie a ciò abbiamo avuto una conferma precisa dei bluff del Pdac. Ma soprattutto si è avuta la conferma (e in particolare l’ hanno avuta i compagni che hanno rotto con il Pdac) della natura della cricca centrata attorno a Ricci. Appena hanno cominciato ad esprimere dei dissensi, di natura tattica e certo non sui principi, si sono visti attaccati istericamente a suon di calunnie politiche del tutto inverosimili.
Ciò si può vedere chiaramente nel testo con il quale i compagni dell'Organizzazione Comunista Alternativa Proletaria, poi entrati nel Pcl, raccontano la loro esperienza nel Pdac svelandone i meccanismi perversi di funzionamento.
Considerate, quindi, le pratiche politiche del Pdac invitiamo tutti i nostri iscritti, i compagni dei movimenti e delle altre organizzazioni a mantenere la massima prudenza nei loro confronti.
Partito Comunista dei Lavoratori
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ALLEGATO 2
UNA SEPARAZIONE INEVITABILE, ESITO DI UN DISSENSO PROFONDO
Un lavoro politico che continua nel solco del marxismo rivoluzionario
La crisi capitalistica accelera i processi e costringe i comunisti a fare i conti –in modo più acuto e drammatico- con la questione del radicamento nella classe e la costruzione di un partito comunista con influenza di massa.
Per una piccola organizzazione con un centinaio di militanti questo significa un forte impegno, un duro lavoro, per stabilire ed intrecciare un rapporto con almeno il settore più avanzato dell’avanguardia reale della classe, quei delegati che organizzati nel sindacato quotidianamente resistono e lottano contro il padronato e il governo. Proprio per questo la Quarta Internazionale ha posto all’atto della sua fondazione nel 1938 un programma di rivendicazioni “parziali e transitorie”, va da sé che per essere efficaci le rivendicazioni devono essere articolate alle differenti condizioni oggettive, regionali e territoriali. In particolare le rivendicazioni parziali rappresentano una delle spalle del “ponte” di rivendicazioni transitorie, mentre l’altra è costituita dalla dittatura del proletariato. Senza una delle spalle il programma transitorio è sospeso, esiste solo nell’immaginazione del progettista, ed è pertanto irrealizzabile. Questa direzione di marcia presuppone, sopratutto in presenza di una condizione di estrema debolezza dei comunisti, il superamento di ogni settarismo nei confronti di altre organizzazioni del movimento operaio, la costruzione del fronte unico contro il padronato e i suoi governi.
L’elaborazione delle parole d’ordine di fase, essenziali per la propaganda e l’agitazione, è un attività importante che necessita l’approfondimento dell’analisi politica, economica e sociale: valutare il peso reale delle forze politiche riformiste del movimento operaio (staliniste e socialdemocratiche), il controllo esercitato nella nostra classe dalle burocrazie sindacali socialdemocratiche (sopratutto della Cgil, in particolare di Fiom e Fp) e staliniste (Rdb Cub), valutarne peso e consistenza (oltre due milioni e mezzo di lavoratori attivi di iscritti nella Cgil, circa 40-45 mila iscritti nella Cub, peraltro in via di scissione tra la componente di Tiboni, in parte espressione della concezione cislina di sindacalismo aziendale e federativo, e di Leonardi, espressione di una concezione politico sindacale stalinista, nel contempo centralista e burocratica).
La crisi capitalistica si abbatte pesantemente sui lavoratori e le masse popolari: i lavoratori italiani, in gran parte collocati in piccole e medie imprese, temono il licenziamento, i lavoratori immigrati anche la perdita del permesso di soggiorno. In questi mesi questi lavoratori sono scesi in piazza, ma le manifestazioni sono stati organizzate dal sindacato, sopratutto dalle categorie a direzione socialdemocratica della Cgil.
Il governo e il padronato utilizza gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione, ecc) cercando di piegarli ai loro interessi, per i comunisti attivi nel sindacato si tratta di rivolgere contro il padronato e il governo questi stessi strumenti: per difendere il posto di lavoro, salvaguardare il salario, unire i diversi comparti della nostra classe e aumentare la fiducia della classe operaia nella propria forza per infine passare all’offensiva, con parole d’ordine transitorie -la politica sindacale è infatti importante ma insufficiente- fino alla rivoluzione socialista. Ma quando la paura degli effetti della crisi paralizza i muscoli degli operai, quando la paura di perdere il lavoro sotto la pressione padronale e governativa si tramuta in razzismo e crumiraggio, non ha senso rinunciare alla contrattazione e all’attività sindacale, anche perche sempre più spesso l’alternativa reale, dati i rapporti di forza, è la cassa integrazione straordinaria, la mobilità e i licenziamenti a discrezione padronale.
La cassa integrazione ordinaria -cosa diversa dalla cassa integrazione straordinaria- va piegata contro il padronato con la richiesta della rotazione, la brevità, l’integrazione salariale da parte dell’azienda, la difesa del potere d’acquisto. Anzi è necessario, proprio per unificare la nostra classe, rivendicare l’estensione della cassa integrazione a tutti i lavoratori, al di là del contratto di riferimento, che sono privi di tutele in caso di licenziamenti (milioni di precari e lavoratori delle piccole imprese), così come l’indennità di disoccupazione per i disoccupati, insieme alle rivendicazioni transitorie (scala mobile dei salari e degli orari, ecc). La crisi di bilancio dello Stato borghese e dei suoi istituti (Inps) non è certamente un problema dei lavoratori, i soldi devono essere presi dove ci sono: dalle banche, dalla borghesia.
Quando il Pdac nega queste rivendicazioni parziali sostenute dalle sinistre della Cgil e dai sindacati del Patto di base (Rdb Cub, Sdl, Conf. Cobas) nei fatti rifiuta ogni connessione con le avanguardie reali della nostra classe, per poi giustificare questo distacco che produce isolamento con l’arretratezza della classe. Una posizione nel contempo estremista e infantile.
Quando i dati statistici indicano una riduzione delle ore di sciopero in coincidenza con l’acutizzarsi della crisi(ultimo trimestre 2008) non ha alcun senso aspettarsi di per sé, direttamente, meccanicamente un aumento delle lotte nel Paese: la storia di tre secoli di capitalismo dimostra che non c’è nessun automatismo, nessun meccanicismo tra crisi ed apertura di processi preinsurrezionali. Questi possono verificarsi, anche dopo un periodo più o meno lungo dall’inizio della crisi capitalistica, ma in quel momento tutto dipende dalla capacità dei comunisti di essersi connessi con l’avanguardia reale della classe nel periodo precedente, da qui l’importanza delle rivendicazioni parziali a carattere sindacale.
E’ necessario studiare la natura delle lotte e delle mobilitazioni in atto, la loro specificità, il peso dell’organizzazione sindacale che li proclama, non serve attribuire valenza generale a situazione locali e specifiche per affermare una tesi. Questo metodo, errato, induce a dare valenza generale ad un’ipotesi non verificata nella prassi, un metodo estraneo ad un approccio scientifico, dialettico e materialista. Non serve gridare la “crisi irreversibile” delle sinistre riformiste, quando le stesse sono attraversate da processi di scomposizione e ricomposizione, mentre la crisi della liberaldemocrazia (Pd) ne favorisce in entrambi i lati della ricomposizione (unione comunista del blocco Prc-Pdci e costituzione del partito della sinistra tra Mps-Sd) il recupero e la crescita, mentre il PdAC non si rafforza, anzi.
Quello che serve in questa situazione è un reale dibattito, un libero confronto dialettico, all’interno del partito. I Dipartimenti, tra cui il Dipartimento sindacale, sono svuotati di senso se le decisioni del CC non tengono conto delle discussioni e decisioni al loro interno. Il partito non cresce se la discussione è soffocata, se al libero confronto si risponde con le accuse (mescevismo, riproporre la distinzione tra programma minimo e massimo, ecc, ecc) e le lunghe inevitabili citazioni, sapendo che nella vasta letteratura marxista, nello stesso Trotsky, è possibile estrapolare citazioni dal contesto per dimostrare un concetto come il suo contrario. Il secondo congresso poteva essere una occasione di reale dibattito, di confronto, ma questo confronto è stato abortito, è stato bloccato. Questo è il metodo delle sette!

ANCORA PRIMA DEL CONGRESSO
Il regolamento congressuale, all’articolo 4 afferma che solo i documenti approvati dal CC vengono trasmessi al CN. Ad una esplicita richiesta in sede di CC se eventuali emendamenti presentati dalla minoranza del CC venivano trasmessi al CN si è risposto negativamente. A questo punto sorge spontanea la domanda: a cosa serve votare nel CC quando si è in minoranza, visto che quanto respinto termina il suo percorso in quella sede? come i compagni del CN possono conoscere il dibattito avvenuto nel CC e decidere avendo una informazione completa?
Se poi pensiamo che si rischia l’accusa di costituzione di “frazione segreta” nel caso si svolgano discussioni informative, allora è chiaro che il CN ha solo la funzione di ratificare quanto deciso dalla maggioranza del CC. Ma anche nel caso in cui si presentino emendamenti o documenti alternativi al CN, e finanche la costituzione di una frazione, sarà infine lo statuto a chiudere ogni possibile discussione ulteriore.

LO STATUTO
Il centralismo democratico è costituito da due componenti che si compensano, democrazia e centralismo. Il rispettivo rafforzamento dell’uno o dell’altro binomio è strettamente correlato alla situazione concreta, non solo del partito (esempio processi di unificazione), ma sopratutto del Paese: in presenza di situazioni di guerra civile, fascismo, si pone l’accento per ovvi motivi sulla componente centralista, in situazioni quale la nostra, di democrazia borghese, sulla componente democratica.
Le modifiche proposte allo statuto accentuano proprio gli aspetti centralistici, a scapito della democrazia interna. Le modifiche all’articolo 1, comma 1.2, introducono il concetto che “ogni istanza e ogni militante (anche laddove siano in disaccordo con la maggioranza) sono tenuti .... a conformarsi attivamente anche all’interno del partito ad ogni direttiva assunta dalle istanze competenti per consentire che le decisioni siano attuate”. Il responsabile del Dipartimento organizzazione ha ben spiegato il senso delle modifiche proposte: chi è in minoranza non solo deve diffondere e scrivere documenti e volantini secondo quanto deciso dalla maggioranza, ma addirittura scrivere anche articoli e firmarli secondo le disposizioni della maggioranza, anche se il contenuto non è condiviso. Non solo ma il responsabile del Dipartimento organizzazione rivendica anche il diritto di modificare gli articoli, senza avvisare l’autore degli articoli stessi, e diffonderli con la posta elettronica e pubblicarli nel sito web secondo il proprio insindacabile giudizio. Un fatto che ha avuto di recente un’applicazione pratica e che il responsabile del Dipartimento organizzazione ha rivendicato nell’ultimo CC. In sintesi una verticalizzazione, un eccessivo potere concentrato nel responsabile del Dipartimento organizzazione, come emerge tra l’altro nella modifica dell’articolo 2, comma 2.5, ultimo rigo sulla questione della validazione del tesseramento dei nuovi iscritti. Mi chiedo cosa c’entra tutto questo con il comportamento interno ed esterno al partito di Lenin in quel mese di aprile del 1917 e del direttore del giornale (allora non c’era internet) nei suoi confronti, per non parlare di Trotsky in tante situazioni. Assolutamente nulla.
Quello che non si comprende è perche questo principio -“conformarsi attivamente”- non vale a livello internazionale, visto che sulla questione palestinese la Lit rivendica la posizione di Al Fatah e dell’Olp degli anni ’70, una concessione ad una politica nazionalista borghese che noi non condividiamo, in contrasto con la teoria della rivoluzione permanente. Mentre il volantino distribuito alle recenti manifestazioni per la Palestina e gli articoli pubblicati propongono altre parole d’ordine che condividiamo, ci chiediamo se il centralismo democratico, secondo il principio di “conformarsi attivamente”, si applica a geometria variabile.

LE TESI
Come sempre, non è possibile slegare le questioni organizzative dalle questioni politiche. Mentre il partito si irrigidisce, l’analisi diventa schematica, meccanicista, ultimativa.
Si scrive che “l’inasprirsi degli antagonismi imperialistici porti presto a un nuovo conflitto di dimensioni mondiali”, che l’unica speranza sta “nella possibilità di una rivoluzione socialista a breve termine”. Si afferma che con “l’acutizzarsi della crisi si avrà anche un’acutizzarsi del conflitto sociale”, che il riformismo “è entrato in una crisi irreversibile”, mentre si sottovaluta il peso della Cgil e della burocrazia sindacale socialdemocratica.
Date queste premesse si considerano “inadeguate”, in realtà arretrate, le rivendicazioni sindacali, tra cui la rivendicazione della maggiore copertura salariale della cassa integrazione e la sua estensione a tutti i lavoratori che non ne hanno diritto, su cui la Fiom sta portando in piazza milioni di lavoratori, e che il patto di base di Cub, Sdl, Conf. Cobas ha ripreso nella sua piattaforma.
Date queste premesse il programma non è più l’insieme delle rivendicazioni “parziali e transitorie”, ma fatto cadere il riferimento alle rivendicazioni parziali (sindacali di fase) rimangono solo le rivendicazioni transitorie: davanti i cancelli, si propone ai lavoratori l’occupazione delle fabbriche, se i lavoratori non rispondono “vuol dire che sono arretrati”, ma un giorno ci diranno “avevate ragione”, se perdiamo i rapporti dopo aver letto le rivendicazioni del volantino distribuito a Roma il 13 febbraio con i pochi delegati (quelli della Fincantieri che hanno fatto un’intervista pubblicata nel numero di febbraio 2009 di Progetto comunista) costruiti in anni di duro lavoro politico e sindacale, la risposta del Pdac è che si tratta di pochi lavoratori, peraltro arretrati. Infine, ma non per gravità, per salvaguardare i lavoratori immigrati dalla burocrazia sindacale, le tesi arrivano a negarne la sindacalizzazione per organizzarli separatamente. Un’attività che se attuata, al di la delle intenzioni, dividerebbe i lavoratori italiani dai lavoratori immigrati e li confinerebbe in organizzazione etniche. Un disastro che indebolisce tutta la classe operaia. Dall’insieme delle tesi ne consegue non solo l’impossibilità di costruire momenti di fronte unico con altre forze politiche del movimento operaio (un principio declamato strumentalmente, ma non attuato), ma finanche della semplice attività sindacale. Un felice isolamento, una “compattazione” nel bel mezzo della tempesta.
La lettura, l’ascolto e l’analisi dell’insieme delle proposte politico-organizzative e politico-programmatiche avanzate dai maggiori dirigenti della maggioranza, la lettura più approfondita degli eventi del recente passato, porta ad un’unica conclusione: la costruzione di una organizzazione nel contempo estremista e settaria. Per questo dividiamo, pubblicamente, le nostre responsabilità politiche da quelle della maggioranza raggruppata attorno al compagno Francesco Ricci.
Non di meno continueremo a proporre al PdAC, come alle altre forze del movimento operaio, una politica di fronte unico in difesa degli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, contro il padronato e i suoi governi.

13 marzo 2009
Antonino Marceca, Francesco Doro

(nota: i compagni Marceca e Doro erano due dei nove componenti del Comitato Centrale del PdAC. Con la stesura di questo testo, essi ruppero con il PdAC insieme alla totalità dei militanti del Veneto-ad eccezione del piccolo nucleo di Vicenza- e della Sicilia, cioè quasi un terzo dei componenti del gruppo ricciano, dando vita all’OCAP, che confluì rapidamente nel PCL)
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ALLEGATO 3
UN BILANCIO E UNA RIFLESSIONE SULLA MORALE RIVOLUZIONARIA
Una serie di fatti accorsi nella prima fase della costruzione della nostra organizzazione hanno fatto maturare la necessità di un’analisi complessiva della nostra esperienza precedente e posto l’esigenza, maturata nel corso di una discussione collettiva, di elaborare un testo che sia di bilancio e orientamento sul terreno della morale rivoluzionaria.
La nostra separazione dal PdAC all’inizio del 2009 è avvenuta a seguito dell’emergere, a partire dagli ultimi mesi del 2008, nel nuovo quadro dato dal governo delle destre e della crisi capitalistica, di profonde divergenze prima su questioni politico-programmatiche e poi politico-organizzative. Le nostre posizioni su questi temi le abbiamo formalizzate in un testo programmatico e su queste basi abbiamo tenuto la discussione con i compagni usciti dal Pdac e con altri con cui abbiamo interloquito raccogliendo nuovi consensi.
Dopo la scissione abbiamo voluto imprimere una soluzione di continuità con la nostra storia passata e recente a partire dal riconoscimento del carattere trotskista conseguente del PCL e con l’inserimento di un paragrafo specifico sulla questione morale. La nostra riflessione sulla questione morale è iniziata a partire dal documento sul tema posto al dibattito dalla Lit in occasione del suo ultimo congresso, non meno importante è stata la lettura del testo di Trotsky “La loro morale e la nostra”.
Nello stesso tempo volevamo mantenere un rapporto di confronto e reciproco rispetto con almeno un settore di compagni da cui ci eravamo appena separati. Ma fin da subito siamo stati investiti da un metodo che già avevamo visto mettere in atto nei confronti di altri compagni e di altre organizzazioni, della cui gravità ancora non avevamo preso pienamente coscienza.
Tra i diversi fatti che ci hanno negativamente colpito, proprio perché espressione del gruppo dirigente di un’ organizzazione e non del giudizio di un singolo, è stata la lettura del’”informativa riservata del Comitato Centrale del PdAC ai membri del Consiglio Nazionale e ai militanti PdAC del Veneto” del 16 marzo 2009 dove, a parte la deformazione delle nostre posizioni politiche, veniva insinuato che le nostre “scelte opportuniste” erano conseguenti alle “gigantesche” pressioni del “capitalismo” e delle “burocrazie sindacali”, verso cui evidentemente non eravamo stati in grado di resistere.
Per parte nostra non abbiamo nessun dubbio sul fatto che sulle nostre spalle, come sul proletariato intero, viene esercitata una pressione violenta del capitalismo tutti i giorni nei luoghi di vita e di lavoro, mentre sulla burocrazia sindacale rivendichiamo il fatto di averla sempre apertamente combattuta nel corso della nostra militanza sindacale e politica.
Ma in realtà l’informativa era solo una premessa e preparava il terreno alla successiva e più pesante “Risoluzione sulla uscita di un gruppo di militanti dal Pdac” approvata all’unanimità dal Consiglio Nazionale del 4-5 aprile 2009. In questa risoluzione viene incredibilmente affermato: “Da una serie di informazioni arrivate successivamente - comunicate dagli stessi Marceca e Doro ad altri compagni rimasti nel Partito, con l'intento (non riuscito) di indurli a fare la stessa scelta opportunista - è emerso che il loro obiettivo, nell'immediato, è quello di dar vita a un gruppuscolo politico-sindacale in due città del Veneto, collaterale alla Rete 28 aprile di Cremaschi (non sono da escludersi probabili vantaggi per alcuni di loro mentre altri li hanno seguiti senza comprendere che questo progetto non ha alcuno sbocco politico). E' probabile che a breve questi "compagni" sceglieranno la strada del rientro nella socialdemocrazia in salsa ferreriana (lo stesso Cremaschi si sta riavvicinando al Prc di Ferrero): vedremo gli sviluppi”. E siccome erano prossime le elezioni amministrative i “probabili vantaggi” non potevano che riferirsi a posti di assessorato in giunte di centrosinistra e/o nella burocrazia sindacale della Cgil.
Queste palesi falsificazioni ci hanno fortunatamente costretto a riflettere sul nostro passato, quantomeno a partire dalla scissione dell’AMR Progetto Comunista. Una domanda sorgeva spontanea: questo metodo era stato utilizzato nel nostro recente passato? Non c’era ombra di dubbio! L’insieme dei fatti visti nella loro intersezione faceva emergere con sempre maggiore chiarezza un metodo che, utilizzando grossolane caricature, calunnie e falsificazioni mirava a distruggere l’organizzazione politica più prossima e le sue figure politiche più rappresentative.
Un metodo che giudichiamo estraneo alla morale rivoluzionaria e che, esaminando criticamente la nostra passata esperienza, dobbiamo e vogliamo combattere e respingere nettamente.
L’azione che il partito svolge e la tattica che esso addotta ossia, la maniera con la quale agisce verso l’esterno, hanno, a loro volta, conseguenze sull’organizzazione e la costruzione interna di esso. Compromette irrimediabilmente il partito chi agisce in nome di una disciplina illimitata. Questa concezione organizzativa verrà esplicitata con una apposita proposta di modifica dello statuto del Pdac che obbliga i militanti a “conformarsi attivamente” alle disposizioni.
Non neghiamo che quando in una organizzazione rivoluzionaria le divergenze sono tali che possano preludere ad una possibile scissione l’uso di toni divenga aspro, sopra le righe, ma altra cosa è l’utilizzo di un metodo quale quello sopra descritto. Ma anche quando è irrimediabilmente consumata la separazione organizzativa riteniamo che non deve mai venir meno la solidarietà nel proprio campo di classe di fronte agli attacchi della classe dominante, del suo stato e dei suoi rappresentanti.
Questi principi, attinenti alla morale rivoluzionaria, non sono stati rispettati soprattutto nei confronti di quei dirigenti della maggioranza dell’AMR Progetto Comunista che poi hanno dato origine al PCL. Sarebbe stato nostro compito, anche se a diversi livelli di responsabilità, contrastare apertamente tali comportamenti, un ruolo che purtroppo non abbiamo attivamente adempiuto.
Un malinteso orgoglio di organizzazione, il clima avvelenato da una “intossicazione” protratta nel tempo ha impedito una valutazione ponderata e il rispetto dei compagni che la pensavano diversamente. Un clima che senz’altro avrà avuto il suo peso nell’abbandono subito dopo la scissione dell’AMR Progetto Comunista dei primi compagni, anche con funzioni dirigenti, del gruppo di minoranza. Dopo la scissione dell’AMR Progetto Comunista era necessario, nel quadro di un rapporto corretto tra compagni, costituire una commissione bilaterale che valutasse correttamente ed oggettivamente la situazione finanziaria pre-esistente e restituisse quanto dovuto a chi di diritto. Un metodo che, se adottato, avrebbe evitato una lunga scia di polemiche ed accuse e soprattutto avrebbe potuto successivamente favorire un lavoro unitario.
Dato che i comunisti sono contro il moralismo in astratto, quando la stampa borghese ha scatenato una campagna contro il compagno Ferrando finalizzata ad escluderlo dalle liste dal Prc per il Senato, attraverso l’utilizzo strumentale di suoi precedenti scritti e dichiarazioni sulla questione palestinese e sulla resistenza del popolo iracheno, non c’è stata da parte nostra quella necessaria solidarietà di classe. Un fatto grave se pensiamo che le posizioni difese dal compagno Ferrando erano le stesse posizioni che noi difendevamo e difendiamo.
E prima ancora, se era legittimo proporre un altro candidato in rappresentanza della frazione alle elezioni per il Senato, perché mistificare le posizioni del compagno Ferrando rispetto al suo atteggiamento di fronte al governo Prodi, quando eravamo perfettamente a conoscenza delle sue profonde convinzioni trotskiste in tema di governi borghesi, nazionali e locali? Del resto avevamo appena votato durante il percorso congressuale il documento politico da lui prodotto per la conferenza dell’AMR Progetto Comunista. Quando poi, costituito il governo Prodi, la maggioranza dell’AMR Progetto Comunista rompeva con Rifondazione e dava origine al PCL si continuava in quell’azione distruttiva invece di ricercare un’azione unitaria.
Una serie di fatti (in questo testo non ci interessa fare un elenco, ci preme soltanto evidenziare il metodo che ne costituisce il fondamento) hanno alimentato una chiusura settaria e soprattutto causato e continuamente alimentato ferite morali profonde nel rapporto tra i compagni e le compagne di diverse organizzazioni.
Nostro intento non è quello di aprire polemiche inutili, non ci interessano, abbiamo voluto redigere questo bilancio perché intendiamo sgombrare il campo da ogni possibile ambiguità sulle questioni della morale rivoluzionaria e stabilire sulle basi del rispetto e del corretto confronto il nostro rapporto con tutte le organizzazioni rivoluzionarie del movimento operaio.
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ALLEGATO 4
PERCHE' ADERIAMO AL PCL (Documento di adesione al PCL dell’ex sezione PDAC di Pesaro)
Nel 2006 il collettivo di Pesaro dell'Amr Progetto Comunista appoggiò il progetto di scissione che portò alla nascita di due partiti separati: il Partito di Alternativa Comunista e il Partito Comunista dei Lavoratori. Fummo tra i fondatori di Alternativa Comunista, convinti che, nello spazio politico che si apriva con la deriva del Prc, una disciplina ferrea unita a un rigido controllo sugli aderenti al partito, ci avrebbe portato a breve ad una crescita esponenziale.
I fatti ci hanno smentito, conducendoci ad una profonda e dolorosa riflessione sulle nostre scelte e sui nostri errori.
Nel corso degli anni il Pdac, vittima del suo stesso settarismo, ha accentuato molte deviazioni, ben al di là delle nostre intenzioni. Per lungo tempo abbiamo condiviso posizioni sbagliate, ma abbiamo anche peccato di ingenuità, credendo alle tante menzogne che ci venivano raccontate (sui compagni fuoriusciti, accusati delle peggiori nefandezze e di tradimento della causa proletaria; sul Pcl, definito centrista e opportunista; ecc..).
Ovviamente si trattava di una posizione di comodo: è più facile dar credito alle parole che avvallano le proprie scelte, piuttosto che mettersi in discussione.
I dubbi però aumentavano a tal punto da non permetterci più di evitare il problema: abbiamo iniziato a discuterne tra noi e lentamente siamo arrivati a mettere in discussione molte nostre scelte del passato.
Nel Pdac manca un bilancio obiettivo della situazione del partito. Negli anni non solo non è cresciuto, ma ha sistematicamente perso numerosi compagni e importanti quadri dirigenti, senza riuscire a costruire nuove sezioni importanti. La linea è sempre rimasta immutata nel tempo: il Pdac è l'unico soggetto in grado di crescere, l'ascesa della lotta di classe lo porterà ad un aumento improvviso ed esponenziale in quanto è l'unico partito costruito sulle giuste basi. Questa linea non ci trova d'accordo per diversi motivi. Se il Pdac fosse realmente costruito sulle basi del leninismo conseguente dovrebbe essere in grado di analizzare la realtà che lo circonda e intervenire in essa, ma così non è.
La costruzione del partito è certo il risultato del lavoro dei suoi militanti, ma, essendo marxisti, sappiamo che agiamo entro condizioni che non siamo noi a decidere. Se è vero che la crisi mondiale (e soprattutto le misure che i vari governi hanno adottato per affrontarla) ha scatenato una lunga scia di mobilitazioni (alcune persino rivoluzionarie), se è vero che anche nel nostro Paese ci sono state occasioni di forte ascesa della lotta (nonostante il ruolo nefasto giocato dalle burocrazie sindacali), è anche vero che ad oggi non si è invertita ancora la tendenza dell'ultimo periodo storico che vede una difficoltà generale di crescita e reclutamento per i partiti della sinistra.
In Italia, anche nelle mobilitazioni più avanzate (quelle degli studenti, ad esempio), prevale un forte antipartitismo. Tra gli operai prevale la sfiducia verso i partiti, derivata da anni di tradimenti e di sconfitte. E' vero che anche un piccolo gruppo può crescere a seguito di un'ondata di lotte, se dotato di una giusta organizzazione, di un giusto programma e della capacità di intervenire nella lotta di classe con le parole d'ordine adatte, utilizzando il metodo transitorio, ma neanche l'ascesa della lotta di classe garantisce una crescita “meccanica”.
L'esperienza storica dimostra, inoltre, che limitarsi a proclamare la “linea giusta” non è sufficiente, occorre entrare in contatto con i compagni per riuscire a convincerli tramite un lavoro lungo e paziente, che passa attraverso il dibattito e la formazione politica. E' necessario un duro lavoro di radicamento nella classe, in cui è di fondamentale importanza saper essere l'avanguardia più risoluta, ma senza perdere di vista il contatto con essa, lanciando le parole d'ordine adatte alla fase, rifuggendo ogni forma di settarismo.
Abbiamo avanzato nel Pdac nuove proposte, che ci permettessero di uscire dalla gabbia del settarismo nella quale ci eravamo rinchiusi, prima fra tutte la proposta di fronte unico da avanzare alle altre forze del movimento operaio.
IL Pdac ha sempre rifiutato questo approccio, limitandosi alla denuncia di presunto centrismo o riformismo delle altre organizzazioni, senza voler entrare in contatto in alcun modo con i militanti delle altre forze, ponendosi di fatto al di fuori del movimento reale.
Non possiamo neanche affermare che ci sia stato un reale dibattito su queste questioni: al primo tentativo di proposta alternativa ci siamo ritrovati nell'impossibilità di argomentare serenamente le nostre posizioni, le modalità di confronto interno del Pdac nulla hanno a che fare con il leninismo e il centralismo democratico.
Diverso è il nostro giudizio sulla Lega Internazionale dei Lavoratori, di cui il Pdac è sezione. Riteniamo la pratica e la politica della Lit molto distanti da quelle della sua sezione italiana, e crediamo che più in generale il movimento trotskista mondiale sia oggi eccessivamente frammentato. Le divergenze di alcune organizzazioni (pensiamo al Crqi, alla Lit, alla Ft-CI) potrebbero coesistere all'interno di una unica organizzazione internazionale regolata secondo il principio del centralismo democratico. Ci auguriamo che all'interno del Pcl e del Crqi troveremo spazio per proseguire la battaglia per l'unità dei trotskisti conseguenti nel mondo. Siamo consapevoli che non è un obiettivo semplice, nè di immediata realizzazione, che dipenderà in buona parte dal corso della lotta di classe a livello mondiale, ma siamo anche convinti che un impegno in questo senso non sia più rinviabile.
Il giudizio che col tempo abbiamo maturato verso il Pcl ha assunto un ruolo decisivo nella nostra rottura con il Pdac. Siamo ormai consapevoli che la scissione del 2006 sia stato un grave errore politico, che ha arrecato un forte danno al radicamento del marxismo rivoluzionario in Italia, disperdendo anni di duro lavoro proprio alla vigilia della costruzione del partito indipendente.
All'epoca fummo convinti di quella scelta, che oggi riteniamo sbagliata, e su questo terreno non cerchiamo scuse.
Prendiamo atto che nel corso degli anni la presunta deriva opportunista del Pcl, sempre predetta dal Pdac, non è mai avvenuta e che anzi il Pcl, lungi dall'essere un partito centrista, è un partito marxista rivoluzionario.
Da diverso tempo osserviamo l'operato del Pcl e abbiamo letto con grande interesse i documenti del secondo congresso, giungendo alla conclusione di avere una completa identità di vedute su tutte le questioni fondamentali: condividiamo a pieno i quattro requisiti per l'adesione, il programma e la prassi. Crediamo che l'approccio del Pcl sia quello corretto, in grado di evitare una chiusura settaria e al tempo stesso di correggere eventuali errori di linea, che anche i più bravi compagni possono compiere, ma anche di garantire la crescita dei militanti nel libero confronto, pur mantenendo la massima tensione unitaria nell'azione. Oggi, che chiediamo di diventare militanti del Partito Comunista dei Lavoratori, siamo lieti di condividere con i compagni i motivi che ci hanno spinto a cambiare le nostre posizioni e a prendere atto dei nostri errori.
E' con questo spirito che aderiamo al Partito Comunista dei Lavoratori.

Pesaro, 20/03/2011
Enrica Franco, Giovanni Lemma, Davide Margiotta, Mila Masini, Eleonora Palma

martedì 12 luglio 2011

ANNULLARE IL DEBITO PUBBLICO VERSO LE BANCHE



La profondità della crisi economica e sociale richiede una risposta anticapitalista e liberatoria.

Il governo Berlusconi-Tremonti-Milanese vara l'ennesima operazione di macelleria sociale per continuare a garantire ai banchieri strozzini il pagamento, ogni anno, di 80 miliardi di interessi. E' la politica commissionata da Bruxelles, invocata da Napolitano, condivisa da opposizioni parlamentari sempre più complici.

A questa radicalità dei poteri forti va contrapposta una soluzione egualmente radicale: annullare il debito pubblico verso le banche, nazionalizzare il sistema bancario, investire le enormi risorse così liberate nei servizi sociali, nel lavoro, nella cura dell'ambiente e della vita. E' l'unica via d'uscita da una china rovinosa e senza fondo.

Altro che continuare a sacrificare la condizione del popolo sull'altare di un pugno di banchieri! E' ora di rovesciare il tavolo della loro dittatura, per affermare una vera democrazia: che richiede, più che mai, un governo dei lavoratori.

MARCO FERRANDO