lunedì 20 giugno 2011

Dove va la Grecia?

La Grecia è l'epicentro della crisi economica e politica europea. L'enorme debito pubblico del paese, amplificato dalla crisi internazionale, tiene in scacco la finanza europea e le stesse strutture comunitarie, precipitando tutte le loro contraddizioni.


IRRAZIONALITA' E PARASSITISMO DEL CAPITALE: LA QUESTIONE DEL DEBITO PUBBLICO

Il carattere irrazionale e parassitario del capitalismo è illustrato dalla crisi greca meglio che da qualsiasi manuale. Cos'è il “debito pubblico” greco? E' la massiccia esposizione delle banche francesi e tedesche nell'acquisto e detenzione di titoli di stato ellenici. Ciò significa che lo Stato greco è tenuto a pagare una massa ingente di interessi ai banchieri tedeschi e francesi. E siccome la finanza tedesca è il cuore della finanza europea, la solvibilità della Grecia diventa questione continentale e mondiale. Un default della Grecia avrebbe un potenziale effetto domino ben superiore alla relativa marginalità economica di quel paese.

Ma per pagare un crescente debito pubblico ai banchieri tedeschi e francesi, la Grecia deve finanziarsi. Come? Continuando a vendere titoli pubblici ai propri strozzini. Il che significa che per pagare il debito pubblico, la Grecia deve alimentare il proprio debito pubblico. E più il debito pubblico cresce, più i banchieri francesi e tedeschi pretendono tassi di interesse più alti come condizione di un acquisto “rischioso”: “Aumenta il mio rischio? Allora mi devi pagare di più”. Ciò che oggi ha spinto i titoli di Stato greci ad un saggio d'interesse record del 18%!. Ma più salgono gli interessi da pagare agli strozzini, più aumenta il debito pubblico.. lungo una spirale inarrestabile.

Da qui il cosiddetto “aiuto” europeo e mondiale alla Grecia. In cosa consiste l'”aiuto”? Nell'acquistare titoli di Stato greci con risorse pubbliche, messe a disposizione da U.E. e Fondo monetario, per consentire alla Grecia di continuare a pagare i banchieri francesi e tedeschi. Ma qui nasce un forte contrasto tra il governo tedesco e la BCE. Come rispondere al rischio reale di un default greco? La signora Merkel non sa più come spiegare ai suoi stessi elettori che devono continuare a fare sacrifici per consentire alla Grecia di salvare i banchieri tedeschi, già poco amati. E quindi pone come condizione di nuovi “aiuti” alla Grecia il coinvolgimento nel rischio delle banche private, che dovrebbero accollarsi parte degli oneri . La BCE è contraria perchè la deresponsabilizzazione degli Stati, e a maggior ragione della Germania, nel sostegno alla Grecia, sancirebbe di fatto il riconoscimento di un suo default, e quindi potrebbe svalutare con un effetto a catena i titoli di stato detenuti dalle banche con effetti incontrollabili.

LO STROZZINAGGIO FINANZIARIO CONTRO I LAVORATORI GRECI

Non sappiamo come si risolverà il contenzioso. Sappiamo invece benissimo il costo sociale di questa mostruosa rapina per i lavoratori greci ed europei. Perchè la condizione ultimativa che tutti i banchieri strozzini e i loro Stati pongono alla Grecia, per continuare a comprare i suoi titoli di Stato ( e quindi oliare la corda dell'impiccagione) è il drastico e progressivo abbattimento della sua spesa sociale e delle condizioni di vita dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani greci.

L'ultimo anno ha rappresentato per la classe operaia e la gioventù greca la più pesante retrocessione sociale del dopoguerra. Taglio secco degli stipendi pubblici, aumento delle tasse dirette e indirette, riduzione delle pensioni, soppressione di sussidi e prestazioni, aumento verticale dell'età pensionabile, liberalizzazione dei licenziamenti nel settore privato e nei servizi pubblici. Il governo del “socialista” Papandreu ha offerto ai banchieri europei lo scalpo dei lavoratori greci, per poter continuare a indebitare i lavoratori greci presso i banchieri europei.
Ma siccome la cura da cavallo non ha raggiunto lo scopo ( ed anzi ha concorso ad una nuova recessione interna , con la conseguente crescita della percentuale di debito), Papandreu vara oggi un'ulteriore stangata. Che non solo appesantisce ed aggrava le misure antipopolari già intraprese, su dettato della finanza internazionale, ma estende a dismisura il processo di privatizzazioni. La Grecia è in svendita. Porti, aeroporti, autostrade, acquedotti, telecomunicazioni, energia, gas, persino le lotterie nazionali, sono messi all'asta. E gli acquirenti sono spesso- guarda caso- aziende e banche europee creditrici. Con un ruolo di punta delle aziende tedesche ( Deutsche TeleKom acquista a prezzi stracciati le telecomunicazioni greche), ma anche italiane (il gruppo Atlantia è in corsa per autostrade e acquedotti), e persino cinesi ( in particolare nel settore portuale). Pur di far soldi e pagare gli strozzini, il governo greco svende agli strozzini i beni della Grecia. Col plauso della borghesia nazionale greca ed in particolare delle sue banche, anch'esse acquirenti dei titoli di Stato , anch'esse partecipi del bottino delle privatizzazioni.

LA CRISI POLITICA SI APPROFONDISCE

La rapina del secolo tuttavia non è politicamente indolore. Il governo Papandreu, che aveva retto la prima fase della crisi, vede ora precipitare il suo consenso sociale. Il PASOK in particolare è investito da una crisi profonda, con defezioni parlamentari, abbandoni, forti divisioni interne. Il restringimento numerico della maggioranza parlamentare, già risicatissima ( 155 deputati su 300), ha indotto Papandreu, sotto pressione internazionale, a invocare un governo di “solidarietà nazionale” per varare la nuova stretta sociale. Ma la vecchia destra reazionaria di “Nuova Democrazia” ha respinto la proposta, per far cuocere il Pasok nel suo brodo e cercare di rimpiazzarlo alle prossime elezioni.
In questo quadro , un governo in condizioni disperate ha due soli punti d'appoggio. Il primo è la finanza europea e la crisi europea: tutti i governi europei sorreggono Papandreu così come i creditori sorreggono i propri esattori e gabellieri. Il secondo è l'opportunismo dei gruppi dirigenti della sinistra greca: che di fronte alla più grave crisi del Paese, sono del tutto incapaci anche solo di perseguire una via d'uscita indipendente.
E questo è il vero punto cruciale.

L'ASCESA DEL MOVIMENTO DI MASSA DEI LAVORATORI E DELLA GIOVENTU'

La classe lavoratrice e le masse popolari greche non hanno subito passivamente la propria spoliazione. L'ultimo anno e mezzo ha registrato una forte ascesa delle lotte di massa, prevalentemente concentrate nel settore pubblico e nei servizi. In particolare una nuova generazione di lavoratori, di studenti, di precari, di disoccupati (la disoccupazione è ormai al 15%) ha invaso lo scenario sociale e politico, col ricorso ripetuto all'azione diretta e radicale, contro il governo e il padronato, in una dinamica di scontro diffuso con lo Stato e il suo apparato repressivo. Si sono moltiplicate in tutta la Grecia- a partire da Atene- esperienze di assemblee popolari, occupazioni di uffici pubblici, comitati di lotta a difesa di posti di lavoro e servizi minacciati. La piazza del Parlamento greco è diventata il luogo principe delle manifestazioni di rabbia contro “ladri e corrotti”. L'irruzione sulla scena del movimento giovanile degli “indignati” e il suo assedio del Parlamento, su richiamo dell'esperienza spagnola, assume nel contesto greco un peso maggiore che in Spagna. La parola d'ordine” Pane, sapere, libertà”- che fu la bandiera della sollevazione popolare contro la dittatura dei colonnelli greci nel 1973- è significativamente rieccheggiata in piazza Syntagma sulla bocca di decine di migliaia di giovani. Non a caso la questione dell'”ordine pubblico” in Grecia , di come preservarlo (o restaurarlo), è in cima alle preoccupazioni borghesi, non solo ad Atene. Il rischio di “contagio” in Europa del “radicalismo greco” è oggetto di dibattito pubblico nei circoli dominanti del vecchio continente. Tanto più a fronte delle ulteriori terapie d'urto commissionate contro il popolo greco.

IL RUOLO CONSERVATORE DELLE DIREZIONI POLITICHE E SINDACALI

Ma proprio questo scenario di potenzialità dirompenti misura il ruolo conservatore degli apparati dirigenti del movimento operaio greco.

Il Pasok, primo gestore della politica di aggressione sociale, è ovviamente nel mirino della protesta popolare. Ma proprio per questo ha cercato e cerca di usare i propri canali sindacali o la propria influenza nei sindacati per “rappresentare” parte della protesta, addomesticarla, e quindi incanalarla su un binario morto: quello della “pressione” sul governo..del Pasok, secondo un abile gioco delle parti, tipico della socialdemocrazia. Gli scioperi promossi dal sindacato GSEE, a forte influenza socialista, hanno svolto esattamente questo ruolo: fornire alle masse un canale di sfogatoio, far defluire la rabbia, disinnescare ogni rischio di esplosione concentrata di massa. Cercando così di salvare il governo Papandreu e il capitalismo greco. La recente integrazione nel governo di un dirigente socialista “di sinistra” (Venizelos), critico di Papandreu, vuole coprire il governo a sinistra sul versante sindacale, per meglio consentire la nuova mazzata antipopolare.

A sinistra del Pasok, l'aggregazione Syriza- riferimento greco del PRC e della Sinistra Europea- svolge un ruolo di “socialdemocrazia di sinistra” in rapporto ai “movimenti”, in particolare giovanili. Il governo l'ha definito “un partito di bulli e di teppisti”( Panglos, vicepresidente del governo). In realtà si tratta della riedizione greca del bertinottismo italiano di 10 anni fa, stile Genova. La sua enfasi ideologica “movimentista” convive con una politica di contenimento e subordinazione delle spinte più radicali dei movimenti stessi: teorizzando ad esempio il principio della “non violenza” di fronte alla violenza repressiva dello Stato, contro ogni pratica di autodifesa di massa. Ma soprattutto è chiarificatore il suo programma: un programma di “ricontrattazione del debito pubblico greco” con le istituzioni finanziarie europee; che significherebbe “contrattare” la rapina e spoliazione dei lavoratori e dei giovani greci con i loro strozzini. La parola d'ordine riformista e illusoria di un'”Europa sociale e democratica” in ambito capitalistico, appare così per quello che è: la subordinazione “critica” ma rassegnata al capitalismo europeo, alla sua Unione, alla sua crisi, alle sue controriforme sociali.

In forme diverse, la politica del KKE ( Partito Comunista greco) e del suo sindacato ( PAME) svolge un ruolo complementare. Chi ha illusioni nello stalinismo greco (anche in Italia) è bene apra gli occhi.
Il KKE contesta apertamente e con un linguaggio radicale la politica di Papandreu, così come denuncia con parole vibranti la “rapina” della U.E. Il suo “anticapitalismo” ideologico è a prova di bomba. Ma la sua linea d'azione concorre a disarmare il movimento reale delle masse: da un lato la moltiplicazione di scioperi generali una tantum, scaglionati nel tempo, in contrapposizione ad ogni proposta di sciopero generale prolungato; dall'altro una linea costantemente separatista e autocentrata nelle manifestazioni di massa e nelle azioni di lotta ( manifestazioni di partito/ sindacato fiancheggiatore sempre distinte e distanti dalle manifestazioni e azioni degli altri soggetti) in una logica di contrapposizione al fronte unico di classe. Infine il costante ricorso al più vergognoso armamentario stalinista contro il radicalismo di lotta della gioventù ribelle: definita e denunciata come massa di provocatori prezzolati, e più volte aggredita dai propri servizi d'ordine di partito, col pubblico plauso del Pasok e del governo.

Certo, il KKE ha beneficiato elettoralmente della crisi del Pasok e della sua politica governativa. Ma il suo programma si riduce all'uscita del capitalismo greco dalla U.E in una logica di riforma dell'economia nazionale. Il fine ultimo del KKE, al di là dei proclami, è l' autoconservazione del proprio apparato e ruolo politico dentro le istituzioni dello stato borghese. Contro ogni reale prospettiva rivoluzionaria.

A sinistra della socialdemocrazia e dello stalinismo è presente una eterogenea aggregazione centrista ( Antarsia), divisa al suo interno tra diverse opzioni programmatiche ( contrattazione del debito o suo annullamento?) e politiche ( “partito o movimento”?).E' la cosiddetta “unità dei comunisti” in salsa greca: un cartello elettorale, una commedia politica degli equivoci senza futuro. Il cui ruolo nelle lotte è sicuramente “antagonista”, ma fuori da ogni prospettiva strategica di alternativa di potere.

LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL EEK: IL POTERE AI LAVORATORI, QUALE UNICA SOLUZIONE


Nella sua piena autonomia politica, solo lo EEK- sezione greca del Coordinamento per la Rifondazione della 4° Internazionale- sviluppa un intervento di massa e una proposta programmatica all'altezza della radicalità della crisi greca.
Il suo programma rivendica apertamente la rivoluzione sociale quale unica vera risposta alla crisi capitalista e alla sua rapina: solo un governo dei lavoratori che annulli il debito pubblico verso le banche creditrici, interne e internazionali, e nazionalizzi, sotto controllo dei lavoratori, l'intero sistema bancario, può salvare il popolo greco dalla rovina sociale; solo la prospettiva di un Europa socialista ( Stati Uniti Socialisti d'Europa) che liberi il vecchio continente dalla dittatura degli industriali e delle banche, può offrire un futuro diverso alle giovani generazioni europee.
Questo è il programma che distingue EEK dal resto della sinistra greca. Ed è il programma che indirizza il suo intervento di massa: costruzione del più ampio fronte unico di classe nel movimento di lotta dei lavoratori e dei giovani contro il settarismo burocratico del KKE; ma al tempo stesso proposta di sciopero generale prolungato, mirato a bloccare la Grecia e rovesciare il governo; sviluppo e unificazione dell'autorganizzazione operaia e popolare; incoraggiamento e organizzazione dell'autodifesa di massa contro l'apparato dello stato; rifiuto di ogni subordinazione al feticcio istituzionale di una “democrazia” borghese, sempre più privata oltretutto di ogni parvenza di sovranità. In ogni lotta parziale, in ogni piega del movimento, lo EEK pone la prospettiva del potere come questione decisiva: quale classe comanda in Grecia ( e in Europa), i lavoratori o i banchieri, la maggioranza della società o una minoranza dei capitalisti? Questo è il nodo che non si può né rimuovere, né archiviare. Sviluppare la coscienza dei lavoratori e dei giovani verso la comprensione di questa verità è l'essenza della politica rivoluzionaria. In Grecia come in Italia.

Lo EEK è ancora un piccolo partito, che non può oggi esercitare una direzione alternativa del movimento di massa. Ma è un partito che registra una forte crescita tra i lavoratori e i giovani. Sviluppa una crescente visibilità nell'azione di massa. Dispone di militanti e quadri sperimentati, con indubbio prestigio a sinistra. Non a caso è stato più volte nel mirino della repressione governativa e poliziesca, subendo isteriche campagne intimidatrici da parte dei giornali del Pasok e della destra. Ciò che vi è di più coraggioso e generoso nel movimento operaio greco si concentra in questo piccolo partito rivoluzionario. Il cui sviluppo misurerà, in ultima analisi, fortune e prospettive storiche della rivoluzione greca, al di là della dinamica contingente degli avvenimenti attuali.

Di certo, il PCL dà e darà ai propri compagni greci tutto il sostegno e la solidarietà di cui sarà capace. Sulla base di un comune programma e di una comune politica.

Marco Ferrando