venerdì 3 giugno 2011

SIAMO A UN PASSAGGIO CRUCIALE DELLA SITUAZIONE POLITICA

La precipitazione della crisi del berlusconismo accelera l'intera dinamica politica. Le classi dirigenti degli industriali e dei banchieri, già sostenitrici dei governi di centrosinistra e poi passate sul carro vincente di Berlusconi, stanno tornando per l'ennesima volta all'ovile. Il rapido passaggio sul carro di Pisapia del gotha industriale e finanziario milanese è solo il riflesso di un processo più generale. Ancora una volta, come alla metà degli anni 90 e nel successivo decennio, si cerca di subordinare la grande domanda di cambiamento espressa da milioni di lavoratori e di giovani ad un semplice ricambio politico interno alle vecchie classi dominanti. Il “Tutto cambi perchè nulla cambi” continua a ispirare la linea politica dei partiti borghesi liberali, secondo l'antico spartito del trasformismo.

E' INIZIATO UN RICAMBIO POLITICO BORGHESE
E' impossibile prevedere la forme e le tappe del ricambio in atto. Il suo stesso compiersi non è ancora scontato. Ma in compenso il programma generale della prossima alternanza di governo è già scritto. L'ha dettato la grande finanza di Bruxelles, e l'ha ripetuto a scanso d'equivoci il governatore uscente di Bankitalia ( Draghi): l'abbattimento del debito pubblico al 60/% del PIL con una scansione annuale del 5% della differenza tra il debito attuale e l'obiettivo da conseguire. Si tratta di un taglio annuo di bilancio di 46 miliardi a partire dal 2014. E ciò dopo un taglio di 40 miliardi da qui al 2013 per raggiungere il pareggio di bilancio, già in preparazione dell'attuale governo; e in aggiunta alla macelleria sociale delle finanziarie di Tremonti di questi anni. Altro che “svolta sociale”! E' l'annuncio di una nuova impressionante offensiva dominante contro scuola, sanità, servizi, al solo scopo di tranquillizzare le banche italiane e straniere, grandi acquirenti dei titoli di Stato: versando nelle loro tasche un'altra enorme mole di risorse pubbliche rapinate dalle tasche dei lavoratori. Questo nel mentre, parallelamente, il fronte unico Draghi- Marcegaglia rivendica l'ennesima detassazione dei profitti d'impresa e la distruzione del contratto nazionale di lavoro: suggerendo la possibilità per legge di rimpiazzare il contratto nazionale col contratto aziendale. Lungo la linea tracciata dalla “borghesia buona” di Marchionne.

IL PD SUL PROGRAMMA DI DRAGHI
Il PD si è affrettato a salutare la relazione Draghi come il programma del futuro governo. Enrico Letta è stato brutale: ”Il programma c'è già, l'ha dettato Draghi” ( Unità-1/6). E l'intero gruppo dirigente del PD fa leva su questo mandato programmatico di Bankitalia per dire alle classi dominanti che Berlusconi è ormai troppo debole per rispettarlo e che solo un nuovo governo potrà realizzarlo. “ Siamo abituati a vestire i panni della protezione civile. L'abbiamo fatto con Ciampi nel 96 e con Prodi nel 2006” ( Corriere della Sera- 2/6) conclude il vicesegretario del PD. E non poteva essere più chiaro. Se giungere all'approdo passando per un governo transitorio di salute pubblica, aperto persino alla Lega ( e che concordi una nuova legge elettorale), oppure puntando direttamente alle elezioni anticipate con uno schieramento da nuovo Ulivo , è ancora oggetto di qualche incertezza ai vertici del PD. L'unico punto su cui incertezza non c'è è l'assunzione del programma della borghesia contro il mondo del lavoro e la maggioranza della società italiana. Come si conviene ad un organico partito liberale.

LE SINISTRE SUL CARRO DEL PD
E i gruppi dirigenti delle sinistre? Invece di far leva sulla domanda popolare di svolta per battersi per una vera alternativa, la loro principale preoccupazione è restare sul carro del PD e dell'alternanza. La collocazione interna allo schieramento di centrosinistra nelle elezioni amministrative è stata per loro elettoralmente vantaggiosa: perchè ha permesso a SEL e FDS, in misura diversa, di beneficiare della spinta bipolare antiberlusconiana. Ora si fanno forti entrambe del pallottoliere elettorale per spiegare al PD che non può fare a meno di loro. Chi vantando il carattere “innovativo” dei candidati e battendo cassa per ottenere la passerella delle primarie. Chi rilanciando “il patto democratico col PD” per non essere tagliato fuori. Nichi Vendola con l'ambizione guidare il centrosinistra ( sino a ipotizzare una fusione col PD), Paolo Ferrero con quella più modesta di essere imbarcato o di non essere scaricato. L'uno e l'altro non avendo altra prospettiva che l'ennesimo riciclaggio nello schieramento di governo dei liberali. L'uno e l'altro continuando a ripetere che naturalmente “ non sarà come in passato”, “non bisogna ripetere vecchi errori”, “ occorre puntare sul popolo e non sulle alchimie politiciste” ecc. ecc.: ripetendo esattamente, con le stesse identiche parole, le false rassicurazioni fornite per 20 anni alla vigilia di ogni disastro annunciato. A conferma per l'appunto che tutto si ripete come in passato. Inclusa la propensione all'ipocrisia più audace.

Con un inevitabile risvolto: la ricerca di un proprio coinvolgimento, diretto o indiretto, nella futura alternanza liberale, comporta la subordinazione delle sinistre ai liberali nella stessa gestione del conflitto sociale. E dunque l'accettazione, silenziosa o “critica”, di un'impostazione dell'opposizione unicamente istituzionale ( elettorale o referendaria), esplicitamente mirata a rimuovere la piazza per “ non spaventare” le classi dirigenti. Quelle nel cui nome i liberali si candidano a governare. Il risultato è garantire così a Berlusconi uno spazio ( precario) di sopravvivenza, proprio nel momento della sua massima crisi.

LA PROPOSTA ALTERNATIVA DEL PCL
Il PCL promuove una politica esattamente opposta. Che unisca la MASSIMA determinazione nella cacciata di Berlusconi con la MASSIMA autonomia dall'alternanza liberale e la MASSIMA opposizione al suo disegno confindustriale e antioperaio. Perchè sulle rovine del berlusconismo si costruisca un'alternativa vera alle classi dirigenti del Paese. Un alternativa dei lavoratori per i lavoratori.

Il PCL non si è collocato e non si collocherà MAI nello schieramento d'alternanza, alla coda dei liberali. Possiamo concorrere, in piena autonomia, a “battere le destre”, con una indicazione di voto critico nei ballottaggi- secondo la classica tradizione leninista- come abbiamo fatto a Milano e Napoli. Ma senza mai appoggiare il programma del centrosinistra, mai beatificare i suoi candidati, mai condividere fosse pure in minima parte la responsabilità della sua politica. Ed anzi presentandoci sempre- nella battaglia di massa come sul terreno elettorale- con un nostro programma indipendente, fuori e contro il bipolarismo borghese.

Non si tratta di una questione elettorale, ma politica e di classe. E' indubbio che l'esserci presentati in autonomia dal centrosinistra nel momento della massima spinta unitaria antiberlusconiana, ci ha “danneggiato” elettoralmente. E' un fenomeno classico della dinamica politica. Ma le scelte politiche dei comunisti non poggiano su “convenienze” elettorali. Poggiano su un principio di classe e di verità. Anche se questa verità non è ancora colta dalla coscienza dei lavoratori, e neppure dal grosso della loro avanguardia. E la verità è che l'alternanza di governo di centrosinistra- sul piano nazionale come sul terreno locale- non solo ignora le ragioni e le speranze dei lavoratori, ma si prepara a colpirle su mandato dei loro avversari.
Quando avanzammo questa stessa denuncia e previsione nel 96 e nel 2006, fummo bistrattati da tutti i dirigenti della sinistra italiana ( a partire da quelli che avrebbero votato missioni di guerra e sacrifici sociali), e pagammo inizialmente l'incomprensione di tanti lavoratori e di tanti militanti d'avanguardia. Poi i fatti hanno confermato nel modo più clamoroso la nostra battaglia controcorrente, e le ragioni stesse della nascita del PCL. E' lo stesso scenario che si sta preparando oggi.

Per questo, ancor più oggi, la battaglia di classe contro l'alternanza, per “rovesciare il berlusconismo dal versante dei lavoratori, e non degli industriali e dei banchieri”- come dicemmo nel 2002/2006- è un investimento nel futuro del movimento dei lavoratori e dei giovani: che non possono essere abbandonati senza combattere all'ennesimo tradimento sociale e delusione politica. E perciò stesso è un terreno di raggruppamento politico dell'avanguardia di classe in funzione di una battaglia di massa indipendente.

DALLE URNE ALLE PIAZZE
Del resto proprio la battaglia per una vera alternativa può liberare un'opposizione radicale e di massa al berlusconismo agonizzante, capace di liquidarlo.

Naturalmente, contro Berlusconi e la reazione va praticato ogni terreno possibile di iniziativa, anche istituzionale. La battaglia referendaria del 12/13 Giugno acquista in questo senso una grande rilevanza. Ogni disimpegno, fosse pure parziale, da questo terreno di lotta sarebbe non solo in totale contrasto con la natura di merito inequivoca- sociale, ambientale, democratica- dello scontro, ma rappresenterebbe un atto di diserzione dalla battaglia contro il governo più reazionario degli ultimi 50 anni.

Ma occorre anche dire che non ci si può limitare alla scadenza referendaria. Non solo perchè anche un suo auspicabile e possibile esito positivo non determinerebbe di per sé la caduta del governo. Ma perchè solo una aperta e radicale irruzione di massa sul terreno della lotta di classe può accompagnare la cacciata di Berlusconi con un mutamento reale dei rapporti di forza nella società e perciò stesso con una nuova prospettiva politica. Questo è il nodo decisivo.

I LIBERALI CONTRO UNA VERA MOBILITAZIONE
Grandi masse di lavoratori, studenti, giovani, donne hanno prodotto ciclicamente nell'ultimo anno lotte di massa e mobilitazioni importanti. Sia sul terreno sociale, sia sul terreno democratico. Gli stessi spostamenti elettorali delle ultime amministrative sono anche il riflesso, seppure distorto, di una stagione di mobilitazioni. Ed in particolare dell'affacciarsi sulla scena di una giovane generazione.

Il Centro liberale, e le sinistre ad esso subalterne, hanno lavorato a contenere questi movimenti entro le compatibilità di un disegno di alternanza. Il loro scopo è di incassare i voti dei lavoratori e dei giovani per poi governare contro di loro. Da qui il rifiuto di ogni unificazione del fronte sociale, l'opposizione ad ogni sciopero generale che non fosse un atto rituale ed innocuo, la demonizzazione preventiva di ogni possibile insubordinazione sociale e persino- nel caso del PD- di ogni atto di indipendenza di classe ( v. la polemica contro la Fiom a fianco della Fiat).

Disciplinare le masse oggi, per poterle colpire domani. Disciplinare le masse oggi, per guadagnarsi la credibilità agli occhi dei poteri forti come possibile carta di alternanza, nell'interesse stesso di quei poteri. Questa è la logica ferrea del centrosinistra. La stessa che nel 94 sgombrò il campo dal primo grande movimento contro Berlusconi, per favorire l'alternanza di Dini e poi di Prodi. La stessa che disperse la grande stagione dei movimenti del 2001/2004, al solo fine di spianare la via al governo Prodi- Padoa Schioppa-Ferrero.

TRAVASARE NELLA PIAZZA LA DOMANDA DI SVOLTA DELLE URNE
E' necessario evitare l'ennesimo ripetersi di quella tragedia politica. Proprio nel momento della massima crisi del berlusconismo, spetta al movimento operaio e alla giovane generazione imporre la propria agenda, in piena autonomia dal liberalismo ed in aperta alternativa al liberalismo. Ed è possibile farlo solo definendo una propria piattaforma dei lotta indipendente; unificando attorno a questa piattaforma di mobilitazione l'intero blocco sociale delle classi subalterne, del Nord e del Sud; intraprendendo su questa piattaforma una lotta vera, radicale, continuativa, sino a piegare il padronato e cacciare il governo.

Travasare nella mobilitazione di strada e di piazza la domanda di svolta che si è espressa nelle urne: questa è la necessità del momento. E' lo spauracchio di Berlusconi e del suo governo: che vedrebbe precipitare in quel caso tutte le sue contraddizioni sociali e politiche, smarrendo ogni spazio di manovra e dilazione. E' lo spauracchio dei Liberali del Centrosinistra che si vedrebbero sbarrata la tranquilla via dell'alternanza, e la speranza di subordinarvi ancora una volta le grandi masse.

Proprio per questo l'esplosione sociale, concentrata e radicale, è tanto più oggi l'investimento centrale dei comunisti e della loro linea di massa. A partire dall'esigenza di unificare le lotte degli operai della Fiat, dei lavoratori di Fincantieri, delle centinaia di aziende in crisi; come dei giovani precari, del popolo della scuola e delle università. La stessa battaglia per l'acqua pubblica, contro il nucleare, contro il legittimo impedimento va ricondotta ad una prospettiva di classe e di alternativa vera: che rovesci la dittatura del profitto e costruisca un altro ordine sociale. Perchè a comandare siano i lavoratori e i giovani, non i capitalisti e le banche.

“INDIGNAZIONE” E RIVOLUZIONE
Il nostro partito ha avanzato nei mesi scorsi la parola d'ordine “Fare in Italia come in Tunisia e in Egitto”. La ribadiamo.
Una nuova generazione si è affacciata nelle rivoluzioni del Nord Africa, rovesciando in poche settimane regimi che sembravano imbattibili. E' l'esempio di una rivoluzione possibile, contro le predicazioni disfattiste di 20 anni di riformismo. Il movimento degli indignati, prima in Spagna e poi in Grecia, dimostra che quell'esempio è capace di un primo contagio positivo anche in Europa, al di là dei suoi esiti. Per il semplice fatto che la miseria sociale e l'assenza di futuro cui il capitalismo condanna le giovani generazioni moltiplica le fascine dell'insoddisfazione e della rabbia, al di là di ogni confine. Il compito del movimento operaio è quello di prendere la testa dell'indignazione per condurla su un programma di rivoluzione sociale. Il compito dei comunisti è quello di costruire nelle lotte dei lavoratori e dei giovani proprio il partito della rivoluzione: senza il quale, come insegna la storia, anche le proteste o le rivoluzioni più “indignate” finiscono col battere la testa contro il muro. Magari impigliandosi in finte “soluzioni” istituzionali, come in Egitto. Magari subordinandosi a qualche illusione “zapaterista”. Magari finendo col ripiegare in un qualunque “movimento a 5 stelle”.

COSTRUIRE IL PARTITO DELLA RIVOLUZIONE
Tutte le ragioni del Partito Comunista dei Lavoratori e del suo progetto politico trovano dunque una conferma di fondo negli avvenimenti politici nazionali e internazionali. L'avvicinamento al nostro partito in tutta Italia di una nuova leva di giovani compagni è un riflesso indiretto di questa realtà. Come lo è l'estensione territoriale del nostro processo di costruzione. Per questo continueremo sulla nostra strada, combinando autonomia e politica di massa. Sapendo che combattere controcorrente le illusioni delle masse senza capitolare all'alternanza, è da sempre la prova del fuoco di un partito rivoluzionario, della formazione dei suoi militanti e dei suoi quadri. E che non c'è un futuro diverso per la giovane generazione fuori dalla costruzione di questo partito.

Marco Ferrando

martedì 31 maggio 2011

UNIFICARE LA LOTTA OCCUPARE GLI STABILIMENTI FINCANTIERI


La Fincantieri, dopo mesi di annunci e smentite sul futuro degli stabilimenti, ha annunciato il suo piano aziendale. Il tutto dopo aver messo migliaia di lavoratori diretti in cassa integrazione ed estromesso migliaia di lavoratori delle ditte di appalto dagli stabilimenti, spesso senza il riconoscimento degli ammortizzatori sociali. L'amministratore delegato Giuseppe Bono ha avuto l'ardire di definire “piano anticrisi” quella che è con tutta evidenza una dichiarazione di guerra sociale contro i lavoratori di Fincantieri.

Il piano aziendale prevede la chiusura degli stabilimenti di Castellammare di Stabia, di Sestri Ponente e di Riva Trigoso, tre su otto stabilimenti presenti nel Paese; il licenziamento di 2.551 su 8500 lavoratori diretti. Di questi oltre un migliaio di esuberi (1125) verranno spalmati nei rimanenti stabilimenti del gruppo (Palermo, Muggiano, Marghera, Ancona, Monfalcone). E' evidente che se questo piano verrà attuato, migliaia saranno i lavoratori delle ditte di appalto in tutto il paese che perderanno il posto di lavoro.

Il piano aziendale, oltre alle chiusure degli stabilimenti e al licenziamento dei lavoratori, prevede un drastico ridimensionamento dei diritti ed aumento dello sfruttamento dei lavoratori. Questo attraverso una riorganizzazione del lavoro in linea con quanto applicato da Marcchionne nel gruppo Fiat.

Questo piano aziendale va respinto integralmente, non c'è nulla da trattare. Non può esservi negoziato su un piano di annientamento di questa portata. Non si può scaricare sui lavoratori la crisi capitalistica di sovrapproduzione che investe il settore, ne i lavoratori della cantieristica italiana possono accettare la loro messa in concorrenza con i lavoratori della cantieristica di altri paesi del mondo (Stati Uniti d'America, Germania, Francia, Polonia, Corea del Sud).

I lavoratori dello stabilimento di Ancona già il 22 aprile hanno occupato, in segno di protesta, i binari della stazione ferroviaria per rivendicare la certezza del posto di lavoro. Dopo l'annuncio del piano aziendale i lavoratori di Genova e di Castellammare hanno dato una prima risposta. Ora si tratta di svilupparla ed estenderla, il piano aziendale può essere respinto solo unificando la forza di mobilitazione dei lavoratori di tutti gli stabilimenti.

I lavoratori giustamente stanno rivolgendo la loro rabbia e indignazione contro la direzione aziendale e contro il governo, a Genova il corteo operaio si è rivolto verso la Prefettura, a Castellammare è stato occupato il Municipio.

Proprio a partire da questa consapevolezza operaia, riteniamo necessario superare l'attuale frammentazione delle vertenze azienda per azienda, fabbrica per fabbrica. Per questo chiediamo alla Fiom di creare un vero coordinamento dei lavoratori della Fincantieri, di unificare ed estendere la mobilitazione, con l'occupazione immediata di tutti gli stabilimenti minacciati.

In ogni caso il Partito Comunista dei Lavoratori interverrà con questa proposta di lotta radicale tra i lavoratori. Solo la forza operaia può strappare risultati.
Nessun stabilimento deve essere chiuso, nessun lavoratore deve essere licenziato. Il lavoro deve essere ridistribuito tra tutti i lavoratori, anche attraverso la riduzione, a parità di salario, dell'orario di lavoro.

Partito Comunista dei Lavoratori