sabato 26 marzo 2011

PER I REFERENDUM IN DIFESA DELL’ACQUA PUBBLICA,CONTRO IL NUCLEARE, CONTRO L’IMPUNITA’ DEL SULTANO DI ARCORE RIVOLTA SOCIALE E ASSEDIO DI PALAZZO CHIG

PER I REFERENDUM IN DIFESA DELL’ACQUA PUBBLICA,CONTRO IL NUCLEARE,
CONTRO L’IMPUNITA’ DEL SULTANO DI ARCORE
RIVOLTA SOCIALE E ASSEDIO DI PALAZZO CHIGI
UNA BATTAGLIA DI CIVILTA’ CONTRO LA BARBARIE DEL CAPITALISMO

La privatizzazione dell’acqua comporta tariffe aumentate e servizi peggiorati, truffe e malaffare (v. caso Aprilia e commistione con il traffico dei rifiuti pericolosi nei depuratori privatizzati ecc.), un accesso sempre meno possibile per i più poveri. Le comunità locali perderanno ogni possibilità di controllo democratico su una risorsa vitale e dipenderanno da una qualche multinazionale lontana. Negli ultimi anni tutti i governi delle cricche borghesi (di destra e centrosinistra) hanno promosso la privatizzazione dell'acqua sino a quando il governo più reazionario da Tambroni in poi (quello di Berlusconi), dal 1 gennaio 2012, ha addirittura stabilito che l'acqua finirà obbligatoriamente nelle mani di società private alle quali sarà garantito per legge l’arricchimento privato sulla pelle delle masse popolari.
In spregio alla espressa volontà popolare il sultanato di Arcore ha anche deciso il ritorno al nucleare mettendo in grave pericolo la vita e l’ambiente, sempre in nome del profitto di industriali e banchieri del settore, impedendo lo sviluppo delle energie alternative (a partire dal solare) in una gestione pubblica e democraticamente controllata dell’energia che noi rivendichiamo.
Mentre intere masse popolari soffrono l’oppressione capitalistica con il peggioramento drastico delle loro condizioni di vita, ed i giovani scontano la mancanza di prospettive (bene che vada sono condannati alla precarietà…) il rais italiano impegna vergognosamente il parlamento per farsi approvare leggi a garanzia della sua impunità e cerca di anche di boicottare i referendum.
Un parlamento pieno di corrotti, una finta maggioranza che si regge sulla compravendita di alcuni “onorevoli” ed una finta opposizione parlamentare che ne consente la sopravvivenza, come dimostra l’ultimo vergognoso voto determinante del “centrosinistra” in favore della rinnovata guerra imperialista in Libia, che toglie ulteriori risorse ai servizi pubblici e sociali. Fingendo di difendere “i diritti umani” si mira a bloccare lo sviluppo della “rivoluzione araba”, che, nel rivendicare “pane e libertà” potrebbe spingersi “troppo in avanti” sino a alla riappropriazione delle risorse di cui le masse arabe, ridotte in miseria, sono state derubate. Vogliono solo rimpiazzare i vari rais oggi “dismessi” con cui avevano fatto affari sinora, mantenendo “gattopardescamente” gli stessi assetti di dominio e di miseria sulle masse arabe (controllo su petrolio, banche, manodopera a basso costo ecc.), oltre che la salvaguardia dello stato sionista. Prova ne sia il rifiuto di fornire le armi agli insorti del nuovo “risorgimento arabo”.
Il giusto sentimento popolare che anima dal basso questa battaglia referendaria va sostenuto con tutte le forze. Ma esso di certo non può trovare reali sbocchi nelle finte opposizioni parlamentari peraltro fautrici della privatizzazione dell’acqua, bensì solo riprendendo il grande esempio della rivolta sociale araba che in poche settimane ha portato alla caduta di regimi che sembravano inamovibili da tanti anni .
La battaglia referendaria può contribuire, anche in Italia, finalmente, a costruire una grande mobilitazione popolare, una grande rivolta sociale democratica, ad oltranza, sino alla cacciata del rais di Arcore, assediando Palazzo Chigi dal versante dei lavoratori e delle masse popolari.
La vittoria per l’acqua pubblica e contro il pericolo del nucleare sarebbe un grande segnale di svolta contro la privatizzazione ed il saccheggio di tutti gli altri beni comuni (scuola, sanità, previdenza, casa, trasporti, beni culturali ecc..), per rivendicare la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo democratico del settore dell’acqua e dell’energia e la gestione pubblica e democraticamente controllata di tutti gli altri beni comuni, un’alternativa di società affidata al potere democratico dei lavoratori ed all’autogoverno delle masse, per una pianificazione democratica dell’economia, diretta verso i bisogni e i diritti delle persone e non all’arricchimento di pochi, nel quadro di un equilibrato rapporto con l'ambiente naturale e della preservazione del pianeta per le generazioni future.
Proprio la battaglia per l’acqua pubblica ci pone. Emblematicamente, di fronte all’esigenza di costruire un’altra società, dove - come diceva Marx – “lo sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti”.

Partito Comunista dei Lavoratori
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giovedì 24 marzo 2011

Le vere ragioni dell'Italia in guerra

Il PD salva Berlusconi nel nome del sostegno alla guerra: le sinistre rompano con tutti i partiti di guerra.

Il presidente Napolitano ha fatto sfoggio della sua migliore ipocrisia presentando l'ingresso dell'Italia in guerra come sostegno al “Risorgimento arabo”.

Il risorgimento arabo in Tunisia, Egitto, Libia si è levato esattamente CONTRO i regimi dispotici che tutti i governi italiani hanno sostenuto, economicamente e politicamente, facendo con essi i migliori affari. USA e UE continuano a sostenere contro il risorgimento arabo la dittatura saudita, la monarchia del Bahrein, la brutale repressione del regime Yemenita, a esclusiva difesa delle proprie posizioni militari e strategiche nella regione. Nella stessa Libia il “democratico” occidente si è ben guardato dal rifornire di armi il “risorgimento libico”, di cui non si fida, privilegiando invece il proprio diretto ingresso in guerra coi propri bombardieri.

Il fine dell'imperialismo è molto chiaro, anche nei suoi tentennamenti e contraddizioni. Le vecchie potenze coloniali di Francia ed Inghilterra cercano di recuperare a suon di bombe un proprio spazio economico e politico nel Maghreb, in diretta competizione col capitalismo italiano (a partire dalla Libia). L'imperialismo italiano, sino a ieri complice diretto del regime di Gheddafi e dei suoi crimini, si è prontamente allineato, dopo vari zig zag, alla missione di guerra al solo scopo di prenotarsi un posto al sole nella ripartizione delle zone di influenza nel Maghreb, e di difendere dalle insidie degli “alleati” concorrenti le sue attuali posizioni (a partire dai pozzi petroliferi in Libia). La posta in gioco non è solamente il controllo politico sulla Libia postGheddafi (dove vi sarà uno sgomitamento tra “alleati” nella ridefinizione delle zone petrolifere), ma la spartizione dei nuovi equilibri politici nell'intera regione araba, scossa dalle rivoluzioni popolari.

I bombardieri sono solo i veicoli di queste operazioni imperialiste.

Parallelamente, la guerra diventa, ancora una volta, una illuminante cartina di tornasole della politica italiana. Il PD e la UDC non solo hanno rivendicato e votato in prima fila la spedizione di guerra, rimproverando a Berlusconi tentennamenti e ritardi; ma hanno salvato con questo il governo Berlusconi dalle contraddizioni della sua maggioranza, garantendo in un colpo solo la partecipazione italiana alla guerra e il governo più reazionario del dopoguerra: e dunque la continuità della sua politica bonapartista, delle sue minacce ai diritti costituzionali, della sua offensiva antioperaia e antipopolare. “È stato un atto di responsabilità” gridano inorgogliti, con sorriso tricolore, i capi del PD. È vero. Un atto di responsabilità verso gli interessi dell'ENI, degli industriali e banchieri italiani.

Ora tutte le sinistre sono chiamate dai fatti a conclusioni coerenti. Non si può essere contro la guerra e al tempo stesso continuare ad allearsi coi partiti di guerra. Non si può essere contro la guerra e continuare a rivendicare l'Alleanza “democratica” con partiti di guerra (con tanto di sostegno esterno a un suo eventuale governo). Occorre scegliere. Pena la conferma di un intollerabile doppio binario tra le parole e i fatti.

Quanto a noi, continueremo con coerenza sulla nostra rotta. Assumeremo la lotta per il ritiro dell'Italia dalla guerra all'interno della nostra più vasta campagna nazionale per la cacciata del governo, con una mobilitazione generale, Berlusconi.