giovedì 29 dicembre 2011

LA SINISTRA RADICALE ALLA CODA DEL PD PER IL DOPO ALEMANNO

E’ iniziata la corsa al campidoglio(sindaco di Roma) il PD, probabilmente, presenterà Zingaretti l’uomo che nelle passate amministrative della provincia di Roma ha sconfitto il candidato del centro destra. La sinistra radicale ha lanciato, in questi giorni, alcune ufficiali e/o ufficiose candidature, si vocifera un nome proveniente dal mondo ambientalista sponsorizzato dai Verdi di Bonelli, l’IDV getterà nella mischia un proprio rappresentante forse Pedica e sarà della partita anche Medici da più di dieci anni presidente del X municipio di Roma sostenuto da parte dell’associazionismo e da un parte dei movimenti romani. La Federazione della Sinistra, invece, per ora tace, aver sostenuto in passato(ultime elezioni regionali del Lazio) la filo-atlantista, filo-sionista e ultraliberista Bonino gli permetterà, come sempre, di digerire qualsiasi candidato proveniente del centro sinistra( non solo in alcune giunte è in alleanza con l’UDC).

La scelta della sinistra cosiddetta radicale è una scelta sbagliata non solo perché ripropone in modo del tutto ideologico un sostegno a quelle giunte che hanno massacrato in passato la città di Roma( Rutelli e Veltroni) sul disagio abitativo, sul precariato e hanno tollerato la presenza della destra neofascista, ma anche perché in un momento come questo ove il PD vota i massacri sociali di Monti con l’appoggio dell’ex missino La Russa pensare che l’alternativa ad Alemanno passi per il PD è, per usare un eufemismo, un grave errore politico.

Dunque tutta la sinistra antiliberista si prepara a Roma a convergere con il PD liberista nelle prossime elezioni per il primo cittadino, noi come PCL porteremo, sicuramente, una nostra candidatura fuori dalla logica del due poli(sempre più simili). Siamo convinti che le amministrazioni di Rutelli e Veltroni abbiano fatto danni enormi alle classi meno agiate romane e proprio dalla loro cattiva gestione che Alemanno ha preso quella linfa che gli ha dato modo di vincere. Quindi diciamo basta a questo gioco dell’alternanza(ove sempre i poteri forti e il clero troneggiano)e a queste rimozioni “gattopardesche” ( si cambia tutto per non cambiare niente).

Roma ha bisogno di una vittoria di classe, una vittoria che si ottiene solo con l’indipendenza politica del mondo da lavoro da poteri forti(quali banchieri, clero e confindustriali) per questo il PCL sarà presente tornata elettorale cittadina, ma lo farà in opposizione al centro destra e al centro sinistra.

Eugenio Gemmo PCL Roma

lunedì 26 dicembre 2011

L'opposizione di sinistra nella Russia sovietica

Riceviamo dal compagni Gemmo della Direzione il seguente contributo, che pubblichiamo volentieri.

L’Armata Rossa nel 1920, guidata da Trotsky, aveva vinto gli eserciti controrivoluzionari dei bianchi pagando un pegno di sangue e di risorse molte alto. La situazione socio/politica/economica della Russia di Lenin si mostrava debole sullo scenario internazionale a causa, soprattutto, dell’implosione dei processi rivoluzionari in occidente (Germania), il gruppo dirigente del partito bolscevico dunque aveva lanciato la «nuova politica economica» (NEP), una sorta di ritirata tattica rispetto al comunismo di guerra. La NEP prevedeva la reintroduzione parziale del mercato in particolar modo nelle campagne. Nel 1922 questa scelta aveva già iniziato a creare delle contraddizioni all’interno del sistema sovietico i contadini accumulavano ricchezze e per inverso nelle città si sviluppano una penuria dei beni di prima necessità e l’impennata dell’inflazione.
Alla fine del 1923, proprio quando la rivoluzione tedesca subì il contraccolpo finale, Stalin con l’aiuto di Tomsky e Bucharin teorizzò il «socialismo in un paese solo» una teoria che si prestava bene alla costruzione di un apparato burocratico all’interno del partito, una casta di privilegiati. Stalin incarnò cosi i desideri dei nuovi uomini d’apparato epigoni della rivoluzione. Naturalmente tale teoria rappresentava una vera e propria negazione del leninismo. Nelle opere di Lenin, ad esempio, pubblicate nei primi anni vi era scritto: «Abbiamo puntato tutto sulla rivoluzione mondiale perché è impossibile costruire il socialismo in un paese solo». Questa frase, come molti altri testi, sarà cancellata in seguito da Stalin nella ripubblicazione delle opere di Lenin a partire dal 1928.
Lenin aveva compreso, già da tempo, nel 1922 il dramma che si stava consumando, tra le fila del suo partito e dedicò le sue ultime energie —proponendo a Trotsky di formare con lui un blocco politico— alla lotta contro la degenerazione stalinista. Una battaglia in seguito che fu soprannominata «L’ultima battaglia di Lenin»[1]
Riguardo al blocco Lenin e Trotsky abbiamo già scritto in passato e vi rimandiamo a questo documento, adesso vorremmo soffermarci sui principali documenti (sarebbe difficile riportare nel suo complesso tutti i testi che si contrapponevano, a firma o a sostegno Trotsky, a Stalin) dell’Opposizione di Sinistra in Russia e di come tale corrente abbia intercettato i sentimenti dei veri marxisti rivoluzionari (non solo in Urss) e di come abbia tenuto vivo il lato genuino della Rivoluzione Russa e dei suoi insegnamenti.
Il XII congresso del Partito Bolscevico si tenne nell’aprile del 1923 dal 17 al 25 in un’atmosfera nuova, era il primo congresso senza Lenin (gravemente malato). Fu anche l’ultimo congresso, salvo rare eccezioni sino al XV, in cui vi fu permessa una discussione almeno parziale. Dopo i burocrati di Stalin durante i congressi (pochi rispetto alla media di Lenin) leggeranno “compitini” infarciti di elogi al "rozzo”[1b] Stalin. Lo stesso Stalin, che manipolava con gli altri due membri della Trojka (Zinoviev e Kamenev) il partito, ammise implicitamente durante lo svolgimento del XII congresso lo sforzo che lui e la sua tendenza fecero per dilatare la propria rappresentanza politica, disse: «Il CC negli ultimi sei anni non mai preparato un congresso come quello attuale»[2].
L’apparato del partito è in piena progressione… l’elezione dei dirigenti è sempre più sostituita dalla nomina dei vertici, la libera discussione nei congressi è sempre più difficile. Trotsky, all’interno del XII congresso, preme più su la necessità di aprire e non chiudere il dibattito all’interno del partito più che sulla (volgare e meschina) dubbia incapacità della Troika a dirigere il partito.
«
Data la situazione[…] ritengo, non solo mio diritto ma anche mio dovere far conoscere a tutti quei membri del partito che io considero sufficientemente preparati, sperimentati, consapevoli e, pertanto, in grado di aiutare il partito a uscire da questo vicolo cieco…»
In un ambiente del genere dove il libero dibattito interno del partito sino allora mai negato (Lenin con il X congresso proibì le frazioni ma non le piattaforme congressuali e il libero dibattito interno) era nei fatti soffocato dalla maggioranza, la risposta di molti sani bolscevichi non si fece attendere.
Il 15 ottobre del 1923, 46 vecchi bolscevichi inviarono al centro del partito una dichiarazione che da un lato criticava la linea economica del partito e dall’altro, ancor più duramente, criticava il regime dispotico interno. Tra i maggiori firmati della «Piattaforma dei 46» vi sono due ex segretari di partito come Prebrazeneskij, Serebrijakov, ci sono eroi dell’Ottobre rivoluzionario quali Antonov Ovseenko, Muralov, ci sono grandi figure del partito come Pjatakov, Rakovskij, Smirnov ecc. Trotsky non è tra i firmatari, ma nei fatti ne è l’ispiratore.
Nel testo vi sono importanti riflessioni:
«Il Partito sta cessando di essere quella viva collettività indipendente che con sensibilità afferra perché è a lessa legata da migliaia di fili. Invece, noi constatiamo la sempre crescente, e ora appena nascosta, divisione del partito tra una gerarchia segretariale e la «gente tranquilla», tra funzionari professionali di partito nominati dall’alto e la massa generale del partito…»
«La lotta che si sta conducendo nel partito è tanto più aspra quanto più silenziosamente e segretamente procede. Se solleviamo questa questione di fronte al Comitato Centrale, è proprio per trovare la soluzione più rapida e meno dolorosa alle contraddizioni che stanno lacerando il partito e per rimetterlo senza indugio su basi sane.»[4]
Poco dopo nel partito si apre la calunnia al «Trotskysmo» non valgono per i piccoli uomini della Trojka gli ammonimenti di Lenin «Non si può rimproverare a Trotsky il suo passato menscevico[...] da quando Trotsky è entrato nel partito bolscevico non vi è stato miglior bolscevico di lui»[5]. La campagna inizia dopo che Trotsky scrive il «Nuovo Corso» in cui segnala le difficoltà oggettive della fase e anche le deficienze soggettive del partito.
«A queste tendenze vanno ricondotti il forte divario nelle condizioni materiali dei membri del partito, a secondo delle diverse funzioni da esse svolte e i cosiddetti “eccessi”, l’aumento dei rapporti con elementi borghesi e la loro influenza ideologica[…] il pericolo che si perda la prospettiva d’insieme dell’edificazione socialista e della rivoluzione mondiale[…]; la burocratizzazione degli apparati del partito e la conseguente minacce di un distacco del partito dalle masse.»
Questo testo non tarderà, anche se all’inizio era stata fatta una sorta di tregua tra la maggioranza e la minoranza, a creare le reazioni di Zinoviev, Kamenev e Stalin. Accusando Trotsky di non essersi «liberato delle sue abitudini opportunistiche», di «demagogia», «doppiezza» ecc.[6]
La possibile svolta per Trotsky e l’Opposizione di Sinistra si potrebbe avere in un Comitato Centrale del Partito prima del XIII congresso. La Kruspkaja, moglie di Lenin, stanca dei soprusi di Stalin rende noto a Kamenev le volontà testamentarie di Lenin (ancora in vita, ma politicamente non attivo) e prega che il partito ne venga a conoscenza. Ora la Trojka si trova in un enorme difficoltà politica, nel ”Testamento“ Lenin parla chiaramente della rimozione di Stalin dalla carica di segretario generale per le sue pessime capacità (anche umane) con la sostituzione di qualcuno più idoneo (Trotsky), Stalin e gli altri non sanno come uscirne… Si convoca dunque un Comitato Centrale allargato ove Kamenev legge le volontà testamentarie di Lenin[7]. Questa volta Stalin non può far nulla, ma per sua fortuna e sfortuna del movimento comunista mondiale Zinoviev corre in suo aiuto:
«Almeno su un punto i timori di Lenin sono stati eccessivi intendo riferirmi al nostro segretario generale. Voi tutti siete testimoni del nostro comune lavoro di questi ultimi anni e, al pari di me, siete stati felici di constatare che i timori di Vladimir Ilic non si erano avverati»[8]
L’Opposizione con Trotsky tace dopo la lettura del testamento, Stalin è salvo grazie alla ciambella di Zinoviev. Ormai il partito ha un nuovo “Termidoro” Stalin
La lotta comunque continua, Lenin è appena defunto, nel marzo del 1924 Trotsky pubblica le «Lezioni d’Ottobre» ove critica le posizioni di Zinoviev e Kamenev durante la rivoluzione (i due si erano opposti pubblicamente alla presa del potere), la Trojka reagisce come al suo solito rispolverando il passato non bolscevico di Trotsky.
Durante il XIV congresso Zinoviev e Kamenev muovono delle critiche alla teoria del socialismo in un paese solo e alla destra del Partito capeggiata da Bucharin, il quale aveva avanzato alle parole d’ordine «contadini arricchitevi», ma senza rompere con Stalin e promuovono quindi una formula algebrica per mantenere unita la maggioranza, sintomo comunque di un mal di pancia dei due triunviri…
La Trojka
comunque non reggerà ancora per molto. Zinoviev e Kamenev comprendono che il loro ruolo è secondario all’interno del Partito, Stalin è il vero leader, l’indiscusso capo. Ha mosso, con grandi capacità, tutte le sue pedine, ha rimosso e sostituito funzionari e segretari a lui ostili con docili figure a lui fedeli. Giovani funzionari estranei al marxismo si affacciano “affamati” nel partito, Stalin utilizza le nuove leve “arriviste” per scalzare gli oppositori. Vero è anche che, nonostante l’indubbia ambiguità di Zinoviev e Kamenev, questi due dirigenti del partito erano dei sani rivoluzionari internazionalisti: non potevano accettare l’abiura del marxismo rivoluzionario sostenendo la teoria del socialismo in un paese solo, teoria che dal 26 in poi diviene la linea ufficiale del partito.
Iniziano i riavvicinamenti, non semplici, fra Trotsky e il duo Zinoviev e Kamenev.
Quando i tre iniziano a gettare le basi di quella che sarà poi chiamata L’Opposizione Unificata (l’Opposizione di Sinistra più l’Opposizione di Leningrado) Zinoviev e Kamenev si mostrarono disposti ad ammettere i propri errori nel recente passato sulle accuse rivolte a Trotsky.
Zinoviev nel Comitato Centrale del luglio del 26: «Ho commesso molti errori. Penso che i più gravi siano due. Il mio primo errore quello del 1917 è universalmente noto[…] Considero il mio secondo errore più pericoloso del 1917[…] Noi diciamo che ora non ci può essere alcun dubbio che il nucleo fondamentale del 1923, come ha dimostrato l’evoluzione della frazione dominante, ha correttamente messo in guardia contro le deviazioni della linea proletaria[…] Sì, su quella questione dell’oppressione dell’apparato burocratico Trotsky aveva ragione contro di noi.»
Trotsky dal canto suo: «Non c’è dubbio che nelle Lezioni d’Ottobre ho strettamente legato le deviazioni opportunistiche del partito ai nomi di Zinoviev e Kamenev[…] e di non rendermi conto tempestivamente che le deviazione opportunistiche erano state determinate dal gruppo del compagno Stalin contro i compagni Zinoviev e Kamenev.»
La battaglia, dunque, si prospetta in un modo nuovo. Ora l’Opposizione è più forte può contare sul sostegno del Presidente dell’Internazionale Zinoviev e sul partito di Leningrado, ma nonostante il suo nuovo slancio l’Opposizione sarà sconfitta, non tanto politicamente, ma quanto fisicamente. L’Opposizione aveva un grande seguito la maggioranza del CC dei giovani ed era forte in molte zone proletarie. La NEP aveva impoverito il proletariato cittadino e la proposta della collettivizzazione da parte dell’Opposizione faceva ben sperare i centri urbani. In più le questioni Internazionali rinvigorirono, si pensi ai movimenti rivoluzionari in Cina del 26/ 27, i rivoluzionari dell’Opposizione. La verità era altra nonostante il fallimento della NEP che poco dopo sarà abbandonata da Stalin per una “terrificante e distorta” collettivizzazione forzata (prendendo in prestito le posizioni dell’Opposizione) ove intere etnie furono cancellate, Stalin aveva bisogno della NEP allora per sconfiggere, con il sostegno di Bucharin l’Opposizione. Nulla valse a far tremare Stalin, neanche la politica suicida che la maggioranza del Partito propose nella Cina del 26/27 (ingresso dei comunisti nel Kuomitang borghese) portando i comunisti al famigerato massacro di Shangai e all’implosione della rivoluzione comunista —ripresa circa vent’anni dopo da Mao Tse Tung— a portare una conversione di linea, il Partito era ingessato.
Stalin aveva il partito in mano, l’Internazionale dopo la rimozione di Zinoviev divenne un semplice strumento di concertazione con le potenze imperialiste sino alla sua abolizione nel '43, era impossibile vincere contro Stalin, Trotsky ne era consapevole non gli rimaneva che lottare per i posteri e cercare di raggruppare i sinceri rivoluzionari per una nuova lotta.
Sempre nel luglio del '26 prende corpo la «dichiarazione dei tredici»
«La causa più grave delle crisi sempre più gravi nel partito è il burocratismo, che è cresciuto in modo spaventoso dal periodo della morte di Lenin e che continua a crescere.
[
]Separare la lotta contro il frazionismo dalla questione del regime di partito significa evitare l’essenza del problema, alimentare le distorsioni burocratiche e, conseguentemente, promuovere lo stesso frazionismo.

[…] Solo si ha uno sviluppo sufficientemente forte dell’industria è possibile tanto che crescano i salari degli operai, quanto che diminuiscano i prezzi dei prodotti nei villaggi. Non avrebbe senso basare qualunque calcolo per il futuro a qualsiasi livello sulle concessioni straniere, a cui non possiamo assegnare nemmeno un ruolo importante nella nostra economia, per non dire un ruolo di guida, senza minare alla base il carattere socialista della nostra industria.

[…]L’alleanza con i contadini medi è trasformata sempre di più in un orientamento verso i contadini medi agiati, che molto spesso dimostrano di essere una versione in miniatura di kulaki.

[…]La correzione della linea di classe del partito significa la correzione della sua linea internazionale. Tutte le dubbie innovazioni teoriche devono essere respinte se dipingono le cose come se la vittoria della costruzione socialista nel nostro paese non fosse inseparabilmente connessa con il progresso e il successo della lotta per il potere del proletariato europeo e mondiale.
[…]L’esempio di Lenin ha dimostrato che dotare il partito di una linea ferma non significa strangolarlo.[9]
Tra i tredici firmatari di tale appello oltre a Trotsky, Zinoviev e Kamenev compare la moglie di Lenin Krupskaja, la quale disse, le famose parole, nel contesto della lotta contro Stalin: «Se Lenin fosse vivo sarebbe in prigione»[10]. La Krupskaja rimase nelle file dell’opposizione sino alla capitolazione di Kamenev e Zinoviev si dice, alquanto probabile, che Stalin le disse che se non si fosse riallineata con lui avrebbe trovato un’altra vedova di Lenin (riferendosi alla relazione extra coniugale che Lenin ebbe quando era all’estero).
Il testo dei tredici racchiude in se tutte le critiche alla Stalinismo dell’epoca, la mancanza di democrazia interna al Partito, una politica insensata nell’economia e una politica avventuristica a livello internazionale. L’Opposizione è debole Zinoviev e Kamenev cedono e capitolano alle pressioni dell’apparato, Stalin utilizza tutte le armi per vincere incondizionatamente la partita.
Zinoviev: «Lev Davidovich (Trotsky), è giunto il momento di avere il coraggio di capitolare.» Trotsky: «Se bastasse tale coraggio la rivoluzione sarebbe un dato di fatto in tutto il mondo.»[10b]

Gli ex triunviri alleati di Trotsky, dunque, capitolano a Stalin, ma l’Opposizione guidata da Trotsky non molla, nonostante l’espulsione di Trotsky e Zinoviev durante il XV congresso nel 1927. Saranno Radek, Muralov, Rakovskij e Smilga a stilare un documento che ancora oggi a distanza di più di ottanta anni è una critica attuale della degenerazione stalinista.
«Queste espulsioni che il Congresso lo volga o no, segneranno una virata a destra per la politica del Partito, rafforzeranno i raggruppamenti antiproletari all’interno del paese e accentueranno la pressione che l’imperialismo esercita all’esterno. Non si frenare con successo la crescita dei kulak, lottare con successo contro il burocratismo, introdurre la giornata lavorativa a sette ore, quando al tempo stesso si caccia dal partito coloro i quali, durante gli ultimi anni, hanno lottato più ardentemente contro la forza crescente dei kulak[…] contro le deviazioni burocratiche e hanno messo all’ordine del giorno un miglioramento più rapido della situazione degli operai.
[…] Il regime del partito che ha portato alle nostre espulsioni condurrà inevitabilmente a nuove lacerazione nel Partito e a nuove espulsioni.»
[11]

Questo è uno degli ultimi documenti dell’Opposizione in Unione Sovietica, di lì a poco Trotsky sarà espulso dall’Urss, i migliori bolscevichi, gli stretti (e non solo) collaboratori di Lenin, saranno uccisi da Stalin durante le purghe e i finti processi, e continuerà la sua lotta contro lo stalinismo e per il marxismo rivoluzionario in terra straniera.
Nel 1933 dopo l’avvento di Hitler, Trotsky capisce che la linea sovietica non è più riformabile —similmente Lenin aveva capito nel 1914 dopo il voto dei crediti di guerra della SPD che la II internazionale era morta (non si può riformare un partito che sostiene o ha sostenuto i governi di collaborazione di classe)— che bisogna costruire una nuova organizzazione che da li ha poco fonderà, la Quarta Internazionale.
La rifondazione di una Quarta Internazionale oggi è più che mai necessaria per il movimento operaio. Primo perché il trotskismo sino a oggi ha retto alle prove della storia, il suo metodo (con alcuni limiti) e le sue analisi si sono dimostrate valide. Secondo perché se l’alternativa, come internazionale, è la pagliacciata (non trovo altre parole) della V internazionale di Chavez, il movimento operaio sarebbe destinato ad essere sconfitto.

Note
[1]
M. Levin, L’ultima battagli di Lenin
[1b]
Lenin, Opere complete, ed Lotta Comunista
[2]
Stalin, XII congresso del partito
[3]
M. Estman, Depuis la mort de Lènin
[4]
Contro Stalin, Prospettiva edizione
[5]
Lenin, opere complete ed Lotta Comunista
[6]
Pravda, 15 dicembre 1923, “Democrazia e Centralismo
[7]
B. Bajanov, Avec Staline dans le Kremline
[8] B. Bajanov, Avec Staline dans le Kremline
[9]
Contro Stalin Prospettiva edizione
[10]
Trotsky, la mia vita
[10b] Trotsky, la mia vita
[11] Contro Stalin, Prospettiva edizione

giovedì 22 dicembre 2011

Solidarietà alle compagne femministe di "Femminismo a Sud"

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime piena solidarietà alle compagne del blog “Femminismo a Sud”, di fronte agli ignobili attacchi di cui sono state oggetto dopo la pubblicazione di un post dall'eloquente titolo «Chi ha sdoganato Casa Pound?».

Il post, pubblicato dopo l'assassinio di Mor Diop e Samb Modou e il ferimento di Moustapha Dieng, Sougou Mor e Mbenghe Cheike per mano fascista, riportava, senza nascondere i nomi e i cognomi, i numerosi casi di appoggio a Casa Pound, sia da destra che da sinistra. Appoggio che ha preso forme diverse, dalla richiesta di revoca del divieto di manifestazione, al supporto di iniziative "culturali" organizzate da Casa Pound fino al sostegno aperto ai "fascisti del terzo millennio".

Come comunisti crediamo che la verità sia sempre rivoluzionaria. Le critiche e l'ostracismo dovrebbero essere rivolte a chi appoggia e sostiene i fascisti, non a chi svolge coerentemente un'azione di denuncia del fascismo e di ogni forma di tolleranza verso di esso.

L'originale di questo post è apparso sul sito del Partito Comunista dei Lavoratori

venerdì 16 dicembre 2011

Cinque misure straordinarie conto la catastrofe

Il testo che segue è un documento della direzione del Partito Comunista dei Lavoratori, pubblicato sul numero di Dicembre del Giornale Comunista dei Lavoratori.

La crisi del capitalismo italiano è al centro della tempesta economica europea e mondiale. Le banche italiane sono colpite dalla crisi di credibilità dei titoli di stato tricolori in cui hanno investito a mani basse. L'azione di strozzinaggio degli interessi sul debito si è rivoltata contro gli strozzini.
La U.E. si trova di fronte al dissesto finanziario dell'Italia, senza disporre di risorse adeguate per un eventuale “soccorso”. Mentre la gigantesca ricapitalizzazione delle banche continentali si trasforma inevitabilmente in un nuovo appesantimento dei debiti pubblici.
L'unico punto fermo del caos finanziario europeo e mondiale è il programma comune dei governi di ogni colore: salvare i banchieri e i capitalisti facendo pagare la loro crisi ai lavoratori.
Questo attacco si aggrava in particolare in Italia, anello debole della catena capitalistica internazionale, sotto la frusta della BCE. Il precipitare della crisi finanziaria —sullo sfondo della crisi politica di Berlusconi— determina un nuovo salto drammatico dell'attacco alle condizioni sociali delle masse. Il progetto Europlus prescrive, di per sé, la riduzione ogni anno di 45 miliardi di debito pubblico italiano, al netto del pagamento degli interessi: ciò che segnerebbe una autentica regressione storica della già miserabile condizione di milioni di lavoratori, giovani, pensionati. E oggi i “commissari” europei chiedono una stretta ulteriore della morsa per conto delle banche.
La rivolta sociale contro tutto questo è la condizione necessaria per salvarsi. Ma la rivolta deve impugnare un programma d'azione alternativo contro la crisi che recida finalmente la sua radice: la dittatura del capitale finanziario sulla vita della società.

CINQUE MISURE RADICALI PER AFFRONTARE LA “CATASTROFE"

«C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi» strillano all'unisono tutti i giornali borghesi e i banchieri che li finanziano, mentre invocano la spoliazione dei salariati. «C'è bisogno di un programma d'emergenza contro la crisi», diciamo noi: ma un programma che colpisca il potere delle banche e dei capitalisti, liberando milioni di lavoratori dal loro giogo. Un programma tanto radicale quanto è radicale il programma della BCE.
  1. Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche strozzine. Il debito non è stato prodotto dai lavoratori, ma dalla rapina delle banche contro i lavoratori. Non si vede perchè debbano essere i lavoratori a pagarlo. Per di più ai banchieri. I 90 miliardi di interessi che lo Stato paga ogni anno alle banche —grandi acquirenti dei titoli di Stato— vanno semplicemente cancellati. E così i 70 miliardi versati annualmente dagli enti locali. I piccoli risparmiatori saranno integralmente tutelati. Non i banchieri usurai. La loro rapina deve finire. E le risorse così liberate debbono andare al lavoro, alla sanità, alla scuola…
  2. Le banche e le assicurazioni vanno nazionalizzate, senza indennizzo per i grandi azionisti, e sotto controllo dei lavoratori, creando un'unica banca pubblica. Non è solo una misura imposta dall'annullamento del debito pubblico verso le banche. È una misura indispensabile per abbattere i mutui che gravano sulle famiglie. Per portare alla luce la scandalosa evasione fiscale del grande capitale, di cui le banche sono canale e strumento. Per colpire i santuari della grande criminalità. Per acquisire la leva decisiva per una riorganizzazione radicale dell'economia e della società in funzione dei bisogni collettivi, e non del profitto di pochi. Senza la nazionalizzazione delle banche, vero verminaio della società borghese, ogni rivendicazione dell'“alternativa” si riduce ad una frase vuota.
  3. Va istituito il controllo operaio sulla produzione a partire dall'abolizione del segreto commerciale e dall'apertura dei libri contabili delle aziende. Il segreto commerciale tanto difeso dai custodi della proprietà non vale più da molto tempo nel rapporto tra i grandi capitalisti, che hanno ben pochi segreti tra loro. Vale invece come paravento dei capitalisti nei confronti dei lavoratori e della società, cui debbono nascondere frodi, truffe, raggiri di ogni tipo. Inclusi i costi della pubblica corruzione. Non basta che i conti siano accessibili di tanto in tanto a qualche compiacente istituto borghese di “vigilanza” o alla Agenzia delle Entrate. È necessario che siano i lavoratori e le loro organizzazioni a mettere il naso nei “segreti” delle proprie aziende. Per quale ragione dev'essere considerato “naturale” che i capitalisti e i loro governi facciano i raggi x agli stipendi, ai risparmi, alla vita dei lavoratori, e invece uno “scandalo” se i lavoratori vogliono controllare i capitalisti , i loro conti, le loro ruberie?
  4. Vanno nazionalizzati i grandi gruppi capitalistici dell'industria, senza indennizzo e sotto controllo operaio, a partire dalle aziende che licenziano o colpiscono i diritti sindacali. Quindi a partire dalla Fiat. È una misura indotta dalla nazionalizzazione delle banche, dato lo stretto intreccio fra capitale industriale e capitale bancario. Ma è soprattutto un provvedimento indispensabile per bloccare i licenziamenti, riorganizzare la produzione, ripartire il lavoro fra tutti, avviare una riconversione dell'economia a fini ecologici e sociali, secondo un piano democraticamente definito. E sarebbe oltretutto un provvedimento di risparmio straordinario per l'intera società: perchè annullerebbe la montagna di 40 miliardi annui di trasferimenti pubblici a quelle stesse imprese private che distruggono posti di lavoro. E che dunque sono già state “comprate” dai lavoratori, in quanto principali contribuenti. A proposito di “lotta agli sprechi”.
  5. Va varato un grande piano di opere sociali di pubblica utilità che dia lavoro e risani le condizione di larga parte della società italiana. È assurdo registrare da un lato la disoccupazione del 30% dei giovani e il licenziamento dei lavoratori, e dall'altro la straordinaria penuria (e distruzione) di beni e servizi sociali. Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti in modo che nessuno ne sia privato, con la riduzione generale dell'orario a parità di paga. Ma non basta. È necessario un grande piano di nuovo lavoro. La nazionalizzazione delle banche e della grande industria, la fine della dipendenza dal debito, possono liberare un piano di investimenti pubblici, sotto controllo sociale, in fatto di risanamento ambientale, energie alternative, riparazione della rete idrica, sviluppo della rete ferroviaria, messa in sicurezza dell'edilizia scolastica e residenziale, estensione della rete ospedaliera e di assistenza agli anziani… investimenti capaci di utilizzare a pieno le capacità lavorative e le professionalità di milioni di disoccupati, di dare lavoro ai migranti, di cambiare volto all'ambiente di vita. Impedendo oltretutto crimini sociali come quelli compiuti nei nubifragi di Genova e Liguria.
SOLO UN GOVERNO DEI LAVORATORI PUÒ REALIZZARLE

Nessuna di queste misure è derogabile, ai fini di una vera svolta. Senza queste misure non solo non vi è alcuna possibile via d'uscita dalla crisi, ma la crisi continuerà ad abbattersi con intensità sempre maggiore sulle condizioni dei lavoratori e del popolo. Al tempo stesso nessuna di queste misure è compatibile col capitalismo. Nessuna di queste misure è realizzabile da parte dei governi borghesi, tutti legati a doppio filo agli interessi dell'industria e delle banche. Solo un governo dei lavoratori, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, può realizzarle. E solo una sollevazione operaia e popolare può imporre un governo dei lavoratori.
La crisi politica del berlusconismo, dentro il precipitare della crisi capitalista, è un occasione preziosa per il movimento operaio: ma alla sola condizione di imporre la propria agenda per la soluzione della crisi politica e sociale. Senza questa azione indipendente, senza un autonomo programma, tutto è destinato a risolversi contro i lavoratori. Come prima e peggio di prima. O per mano di un governo Monti, o per mano di un resuscitato centrosinistra. Prima delle elezioni, o dopo le elezioni.
Il momento di agire è ora. Il PCL fa appello a tutte le sinistre politiche, sindacali, di movimento, a tutte le organizzazioni popolari e di massa, per un fronte unico d'azione attorno a questo programma di svolta. E' ora di porre fine una volta per tutte a compromissioni senza futuro col PD ,coi partiti borghesi, con la Confindustria. E' l'ora di assumersi una responsabilità indipendente. All'altezza della straordinarietà del momento.

martedì 13 dicembre 2011

La risposta comunista alla crisi capitalista

Assemblea pubblica domenica 18 Dicembre, alle ore 10 e 30, con Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei lavoratori. A seguire pranzo sociale a sottoscrizione libera, partecipate numerosi!

venerdì 9 dicembre 2011

11 dicembre: con le donne o con il capitalismo?

L'11 dicembre avrà luogo una nuova manifestazione indetta da Se non ora, quando?
Come ben analizzato dalle compagne di Femminismo a Sud, se quella del 13 febbraio si distingueva per il suo antiberlusconismo che ha accolto anche i più beceri maschilisti da ogni dove, allora facendo due più due si capisce che questa manifestazione sarà a favore del governo Monti e delle sue tre ministre dal curriculum “perbene”.
In questo periodo di grave incertezza politica, in cui, ribadiamo, le donne devono sorbirsi tutto il peso che consegue dal lavoro dentro e fuori casa, e dopo la manovra “lacrime e sangue” che non farà che peggiorare la loro condizione, è facile cavalcare i malcontenti, e ciò sarebbe un bene, solo a patto di essere davvero interessati ai problemi delle donne; peccato che non sia il caso di SNOQ, che nei suoi comunicati parla solo alle italiane (in ultimo, alle straniere), cita il 150° anniversario dell'Unità d'Italia collegandolo all'importanza del genere femminile di rifare, in un modo non meglio specificato, la Patria.
Questo inquietante discorso politico dai connotati autoritari e razzisti, viene accolto sia dalle donne del centro-destra che da quelle di centro-sinistra, evocando ciò che il genere femminile, in barba al fatto che questa società è classista e alla soggettività di ciascuna, dovrebbe avere in comune, cioè la voglia di diventare madri e il loro non-essere, sostanzialmente, delle puttane.

Si alimenta, così, con cognizione di causa, al grido di “Se non le donne (perbene, sottinteso), chi?”, un finto problema vecchio come il mondo: donne perbene contro donne permale. Donne che fanno figli contro donne che scelgono di non farli.

Noi vogliamo superare questo dualismo, e ricordare quali sono i problemi delle donne, al di là delle loro scelte di vita, quelle ignorate dallo stesso comitato che ha indetto la manifestazione.
Ricordiamo le donne rinchiuse nei CIE, quelle senza voce, che vengono stuprate e non possono ribellarsi, in quella terra di nessuno nata grazie all'idea del centro-sinistra stesso che compone una parte del comitato; quelle che arrivano in Italia per farsi una vita migliore e vengono rispedite nel loro Paese di origine. Quelle italiane e non, disoccupate, precarie, quelle che vorrebbero poter decidere della loro vita ma non possono perché quando sei donna sei una potenziale madre, e allora non ti assumono, se non al nero e con una paga di molto inferiore a quella maschile.
Quelle che vogliono la pillola del giorno dopo, ma non riescono ad averla perché c'è chi obietta, quelle che quando abortiscono si ritrovano il movimento per la vita davanti all'ospedale a rivendicare uteri che non sono loro, vite che non li riguardano. Ricordiamo le lesbiche, le bisessuali e le donne che non accettano il ruolo che gli si è imposto da secoli, che vivono in un clima di odio generato dal tempo in cui viviamo; ricordiamo anche tutti gli uomini che non vogliono continuare a far parte di un sistema patriarcale che li vuole machi e maschilisti, padroni delle donne e dei loro figli, li ricordiamo perché sono compagni, e con loro bisogna lottare per rovesciare questo patriarcato.

In questo clima di difficoltà generali, è facile risvegliare la rabbia e indirizzarla contro o a favore di qualcuno, a seconda di come conviene.
Noi crediamo che l'unica lotta possibile è quella contro chiunque attenti alla vita delle donne, al loro futuro, al loro presente, declinato in tutti i modi possibili, nel rispetto della loro soggettività, attentato politico che sicuramente non ha smesso di essere col governo Berlusconi, che continua a esistere col governo Monti, oggi più che mai. I governi cambiano, gli effetti del capitalismo si inaspriscono, ancor più per il genere femminile, e alla domanda-slogan di Se non ora quando, “Se non le donne, chi?”, noi rispondiamo, tutte e tutti insieme; senza negare le differenze sociali e storiche e senza nascondere i problemi che ci sono tra i generi, dai quali anzi si può ricavare un'enorme ricchezza, per costruire un mondo completamente diverso, attraverso la lotta di classe e il socialismo.
Per una piazza delle donne, non alle donne.

Serena Ganzarolli, PCL Roma

Diritti, privilegi e classi

I diritti nel tempo sono stati falcidiati dalla classe dominante borghese, classe che si è presentata con i volti dei suoi vari affiliati- tutti i partiti in parlamento, le aziende con chi vi si trova in cima e persino con le persone che difendono i loro accumuli inserendo in essi (idealmente) anche quelli che come diritti, se fossero concepiti come tali, dovrebbero essere pretesi piuttosto che richiesti come merci-.

Il concetto di privilegio sostituito a quello di diritto- ovvero di un lavoro sicuro e di conseguenza un salario sicuro, una pensione, la casa fornita dallo stato e quindi non di proprietà (proprietà privata), l'istruzione ed i beni comuni tanto per fare qualche esempio- divengono concessioni nella concezione di privilegi.

Questo mutamento di visuale ha permesso il massimo controllo della borghesia (e quindi del capitalismo) sulle masse, anche su quelle povere che diventano così ex proletariato (il proletario e la proletaria hanno coscienza di classe) ex perché- appunto -rifiutano a loro stess* di considerarsi classe, specie proletaria, dico questo in virtù del fatto che pur volendo noi l'abolizione delle classi, (non saremmo comuniste-i altrimenti) riteniamo che il percorso verso il superamento delle stesse debba essere caratterizzato (in una delle fasi che porti verso la rivoluzione) dalla presa di coscienza di classe nello stato borghese, è un passaggio obbligatorio per il superamento delle classi quello di avere coscienza del fatto che esite una classe dominante e una (maggioritaria) oppressa.
Questo avveniva nei movimenti spontanei degli anni passati, oggi non avviene, ci tenevo a specificare questo "passo intermedio" verso il socialismo che una presa di coscienza del genere scaturita da un acculturazione deve avere e compiersi.

Ponendosi in tale posizione si diviene automaticamente rinunciatarie-i rispetto ad ogni pulsione di ribellione classista, comunista e rivoluzionaria, in cambio di briciole e di un immagine che ne preservi il sogno (borghese) plasmato su più concetti.

I concetti e le pratiche che ne derivano sono:

1): Un immagine di sè che diffonda un messaggio di integrazione nell'attuale società.
2): Richiedere favori e privilegi piuttosto che pretendere (attraverso la lotta di classe) diritti.

Queste richieste vengono rivolte al padrone di turno considerato da chi non riconosce la sua identità di classe un pari.
Tale considerazione porta ad escludere gli intermediari il più delle volte.
Ci riferiamo quando parliamo di intermediari ai sindacati di classe ed ai partiti di classe, nel caso ei secondi non sono veri e propri intermediari se non nella finalità della rivoluzione quanto piuttosto "corpo" del modo di portare avanti una lotta classista.

Tale discrasia permette alla borghesia di giocare sul campo di quella che una volta aveva coscienza di essere classe oppressa, e questa stessa propaga così il concetto di annullamento delle classi.
Concetto- quello di classe ripetiamo ancora -che deve essere invece alla base di ogni rivendicazione politica.

Nel quotidiano vediamo queste pratiche integrarsi anche con presunte rivendicazioni, diventano tali quando chi le pone opera due scelte.
La prima è quella di non identificarsi politicamente e piuttosto tendere ad apparire volutamente come una massa che lotta solo per la battaglia specifica (per quanto possa essere giusta).
La seconda è quella di scegliere un tema (o più temi) che divengono quindi rivendicazioni individualistiche per quanto accompagnate da una massa senza avere un ottica complessiva del problema- appunto l'oppressione con le sue varie forme- che solo (ribadiamo ancora) un identità politica forte e di classe altrettanto forte può fornire.

Questo meccanismo, di "cultura" e di pratica, viene portato nelle proteste locali e non solo, specie quando si dice (e molti movimenti nonchè singole e singoli cittadin* lo dicono) che le lotte messe in campo sono anti partitiche, come se il problema fosse una comunità perché i partiti sono sostanzialmente questo, una collettività appunto.

Cosa dice questo?

Dice che il credo individualista e borghese espresso dalle classi dominanti è penetrato attraverso l'anti partitismo (e non solo attraverso questo ma per adesso ci limitiamo a parlare solo di ciò) in quella che potrebbe divenire classe se ne prendesse coscienza, il credo borghese e capitalista caratterizza molte delle proteste- ribadiamo magari con proposte giuste nelle loro finalità -in campo allontanando la spinta rivoluzionaria che solo una piena coscienza può far maturare.

Le attività di questi movimenti e gruppi spontanei che si definiscono anti partitici come abbiamo detto poco sopra li portano a considerare anche i luoghi deputati alla risposta delle istanze da loro proposte- lo stato nelle sue emanazioni locali, nazionali ed internazionali -come enti inutili e dannosi (essendo anti partitici non stupisce questa concezione) ma resta il fatto che è molto populista ed il populismo è un altro degli strumenti in mano a chi vuole mantenere il potere nelle mani di coloro che lo trattengono da secoli a scapito della classe lavoratrice e proletaria.

Solo un partito con sicure caratteristiche Marxiste-Rivoluzionarie- quindi classista - può modificare lo stato di cose esistenti e portare alla dittatura del proletariato (ovvero al governo della maggioranza), e questo nostro piccolo contributo scritto intende essere spunto di riflessione e chiarimento sul come noi ci poniamo all'interno dei movimenti, con le nostre caratteristiche e le nostre identità, mantenendo aperto sempre il dialogo con chi sceglie di lottare anche solo su temi specifici che tendano a voler combattere e sconfiggere le varie forme che questo capitalismo ha costituito a sistema dominante.

PCL Sacrofano, Cellula "Rosa Luxemburg"

giovedì 8 dicembre 2011

Assediamo i palazzi del potere!

Sciopero generale prolungato sino al ritiro della manovra e alla caduta del governo!
Governino i lavoratori!


La macelleria sociale che viene varata contro il lavoro, i giovani, le donne, porta il timbro di Confindustria e banche. Per quale ragione si alza l'età pensionabile, si colpiscono pensioni da fame, si aumenta l'IVA, si mette l'imposta sulla prima casa, si dà un nuovo colpo ai servizi sociali? Per travasare nuove risorse ai capitalisti e ai banchieri, che ottengono tutto ciò che avevano chiesto: sgravi fiscali per i profitti, taglio dell'IRAP, garanzia statale per i prestiti bancari. Mentre i grandi evasori escono illesi. Altro che manovra “salva Italia”! E' una manovra salva banche, grazie alla spoliazione dei lavoratori italiani.

La verità è che un pagliaccio impresentabile come Berlusconi, ormai decotto, è stato archiviato dai capitalisti, non dal movimento operaio. E sono oggi i capitalisti a dettare, attraverso Monti, un nuovo attacco alle condizioni del lavoro.

Il centrosinistra è il primo responsabile di quanto è avvenuto. Prima bloccando e dividendo l'opposizione sociale a Berlusconi, per ingraziarsi industriali e banchieri. Poi sdraiandosi a sostegno di Monti, con la benedizione di Napolitano. Bersani ha rinunciato ad elezioni e Premierato per obbedire alle banche, confermando la natura liberale del PD.
Nichi Vendola ha “aperto” al governo dei banchieri (raccomandando loro un po' di pietà per le vittime) pur di non rompere l'accordo con Bersani.
Di Pietro ondeggia senza alcun principio tra capitolazione e distinguo strumentali.
Mentre la Lega, complice di Berlusconi e dei padroni, prova a rigenerarsi all'”opposizione”.. di quelle stesse misure che ha votato sino a ieri. Una truffa.

Di fronte all' unità di tutti i poteri forti e di tutti i loro partiti, è necessario costruire la più ampia unità di lotta di tutto il mondo del lavoro e di tutte le loro organizzazioni. Non bastano scioperi simbolici di testimonianza. E' necessario un vero sciopero generale prolungato sino al ritiro della manovra e alla caduta del governo. Si marci sulle prefetture. Si organizzi la mobilitazione in ogni luogo di lavoro, nelle scuole, nelle Università. Ogni compromissione con l'avversario va revocata. Gli accordi estivi della CGIL con Confindustria e banche vanno annullati. E così l' eterna offerta di un accordo futuro col PD per la prossima legislatura, avanzate in varie forme da Vendola, Ferrero, Diliberto. Non si possono tenere i piedi in troppe scarpe. O di qua, o di là. O col lavoro o con i suoi avversari.

Si metta finalmente in campo una piattaforma di lotta unificante basata sulle rivendicazioni del lavoro e dei giovani: a partire dal blocco dei licenziamenti, la cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro, la difesa dei diritti, la riduzione dell'orario a parità di salario, un salario sociale per i disoccupati, un grande piano di opere sociali. E su questa piattaforma si apra una lotta vera, continuativa, combinata con la occupazione di tutte le aziende che licenziano, mirata davvero a piegare l'avversario. Solo una lotta radicale può strappare risultati. Paghi chi non ha mai pagato.

La verità è che il capitalismo è fallito, come sono fallite, una dopo l'altra, tutte le illusioni di una sua possibile riforma. Il cadavere politico di Zapatero e un Obama in crisi stanno lì a dimostrarlo. E' dunque necessario un programma di rottura col capitalismo. Che rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche usuraie. Rivendichi la nazionalizzazione delle banche senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Rivendichi la nazionalizzazione delle grandi imprese a partire da quelle che licenziano o offendono i diritti ( in primo luogo la Fiat).

E' un programma tanto radicale quanto radicale è il capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può realizzare questo programma. Solo una aperta ribellione sociale e di massa può imporre questo governo. Il Partito Comunista dei Lavoratori(PCL) è l'unico partito che si batte, in ogni lotta, per questa prospettiva socialista e rivoluzionaria: l'unica vera alternativa alla catastrofe.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

venerdì 25 novembre 2011

25 novembre 2011: Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Basta femminicidi!

Il 25 novembre si celebra la giornata mondiale per l'eliminazione della violenza sulle donne. Certamente non ci serve un giorno per dover commemorare le 129 donne finora uccise dall'inizio di quest'anno [fonte: Bollettino di Guerra], però si può usare questa giornata per far luce sulla realtà delle donne che vivono in Italia.
Inutile tirar fuori liste sull'emancipazione del genere femminile rispetto agli altri Stati europei, è troppo relativo il concetto di libertà e di emancipazione allo stato attuale delle cose dove vige ancora un "produci-consuma-crepa" sempre più sfrenato, dove l'oppressione del capitale sulle donne è sempre più pressante.
Quello che si vuole ricordare oggi è che serve eliminare la violenza sulle donne, e che va fatto partendo da un lavoro continuo e costante, che certamente non finirà con oggi.
Partiamo da un sondaggio svolto recentemente tra le studentesse dell'università Alma Mater di Bologna. Come scrive Loredana Lipperini in un post:
"Su 3.531 ragazze, sono 1.937 quelle che hanno confessato di aver subìto delle molestie: dunque, molto più che una buona metà. 164 hanno risposto affermativamente rispetto alla violenza sessuale e 662 per lo stalking. Insomma, sul campione delle studentesse
bolognesi che hanno completato il questionario, 78 su cento risultano vittime della violenza di genere, proprio negli anni dedicati allo studio accademico."

La violenza sulle donne, troppo spesso non riconosciuta, troppo spesso sottovalutata, è in realtà uno dei fenomeni principali nel nostro Paese, come rileva il sondaggio sopracitato, e c'è chi l'ha capito.
Alemanno, non a caso, si servì del corpo di una donna morta, Giovanna Reggiani, per fare la sua campagna elettorale e vincere al comune di Roma in nome di un securitarismo che non ha fatto bene a nessuno, e ha peggiorato la situazione delle donne. Ha fatto un danno, inoltre, agli stranieri e alla comunità ROM in particolare, generando un clima d'odio da far ribrezzo.
Per quanto riguarda la dimensione lavorativa, le donne vengono pagate molto meno degli uomini nei posti di lavoro (le quattro donne morte sul lavoro a Barletta venivano pagate poco meno di quattro euro l'ora con un contratto al nero), e spesso ci muoiono.
Oltre al carico del lavoro fuori casa, quasi sempre si devono sobbarcare il lavoro in casa, non riconosciuto nel nostro Stato, ma anzi che sia le politiche di centro destra che di centro sinistra hanno usato come ammortizzatore sociale, come pezza ad un Welfare inesistente.
Relegate ancora, da sempre, nonostante le lotte degli anni passati, al ruolo di madre-moglie, che non fa che alimentare un odio contro chi fa una vita diversa da quella che è stata loro imposta, e su cui movimenti come “Se non ora, quando?” fanno le loro battaglie dividendo le donne in una guerra eterna tra Sante e Puttane, crediamo ci sia bisogno di femminismo, un femminismo che coinvolga sia gli uomini che le donne in una riflessione culturale, che punti a mettere in discussione i ruoli cui ci hanno sempre relegato (a entrambi i generi), che punti a liberare finalmente le donne da qualsiasi forma di violenza legata alla storia e alla cultura, influenzate entrambe dallo strapotere del Vaticano che usa da sempre e oggi più che mai i corpi delle donne per affermare la propria morale bigotta, promuovendo una visione della famiglia tradizionale che influenza tutt'ora le scelte politiche del nostro Paese. In realtà la violenza sulle donne, è bene ricordare, avviene soprattutto negli ambienti domestici da parte di conoscenti e famigliari, e questa non è altro che la conseguenza di una visione globale del genere femminile che vede le donne al servizio dell'uomo.
Blocchiamo questo circolo vizioso, una volta per tutte, superiamo questo sistema oppressivo con il socialismo.

Serena Ganzarolli, sezione PCL Roma.

lunedì 21 novembre 2011

Facciamo acqua da tutte le parti

Il referendum del 12 e 13 giugno ha sancito, in modo netto come da tempo non accedeva, il no alla privatizzazione dell’acqua. I cittadini hanno dettato, tramite il referendum riguardante il quesito sull’acqua, l’inversione di tendenza delle “regole di mercato” dal profitto e privatizzazioni alla gestione pubblica.

Il risultato straordinario ottenuto dal popolo —27 milioni di persone hanno deciso che l’acqua è un bene comune— oggi viene messo seriamente in discussione dalla politica del governi centrali (UE e Italiano) e dalle giunte locali (di Centro destra e di Centro sinistra).

Il governo burlesque di Berlusconi, prima di lasciare il campo alla dittatura “girondina” del commissario della BCE Monti, ha ritirato fuori dal cilindro, come un provetto prestigiatore tira fuori dal cilindro un coniglio bianco, il decreto Ronchi che mira ad abrogare, nei fatti, la vittoria referendaria.

Siamo di fronte all’ennesimo inganno politico, dove le forze del Centro destra e del Centro sinistra si rincorrono sul terreno delle liberalizzazioni per elargire interessi e profitti ai poteri forti nazionali e alle borghesie locali. Dobbiamo rispondere in modo netto a questo affronto ridicolo e surreale con una politica netta e di classe. Uniamo la lotta per l’acqua con la lotta per l’estensione dei diritti civili, sociali , uniamo la lotta dell’acqua con la lotta per la nazionalizzazione —sotto il controllo operaio— delle banche strozzine. Dobbiamo uscire dalla logica della “correzione” del sistema: il sistema capitalistico è incorreggibile. Questo sistema basato sul profitto e l’anarchia di produzione va superato, un altro mondo è possibile e si chiama socialismo!
  1. Esigiamo che venga rispettata la volontà referendaria: nessuna privatizzazione dell’acqua e nessun decreto Katti Ronchi
  2. Contro le privatizzazioni dei beni comuni
  3. Solidarietà al popolo palestinese che oltre a subire un occupazione e un massacro pluridecennale si vede costretto ad essere privato delle proprie risorse idriche, quindi dell’acqua.

mercoledì 16 novembre 2011

Contro il governo delle banche, tutti a Monte Citorio

In questi giorni si sta consumando In Italia un vero e proprio golpe bianco, l’insediamento di Monti come premier vidimerà tale golpe eterodiretto dalla BCE.
La scelta del commissario Monti, fortemente voluta dai poteri forti italiani (Banche e Confidustria) e dal presidente della Repubblica porterà nuovi salassi per il mondo del lavoro e le classi sociali meno agiate.
La politica del nuovo premier, sostenuta dal PDL e dal Centro Sinistra, sarà quella che già lui stesso, in veste di economista, aveva preannunciata qualche tempo fa sulla stampa: una politica fatta di liberalizzazioni, flessibilità e ogni sorta di sacrificio per il mondo del lavoro, un vero e proprio massacro sociale.
In Italia è dunque necessaria ed urgente una mobilitazione contro questa offensiva reazionaria. Per questo ci rivolgiamo a tutte le sinistre politiche e sindacali, a tutte le organizzazioni di movimento per contrastare l’ascesa del commissario BCE in Italia.
Per questo saremo Venerdì, a partire dalle 10.30 davanti alla Camera dei Deputati ed invitiamo tutte le forze della sinistra anti-capitalista a contestare con noi l'insediamento del commissario della BCE e della finanza internazionale.
No al governo delle banche, governino i lavoratori!
Noi la crisi non la paghiamo!

mercoledì 9 novembre 2011

CONTRO OGNI SOLUZIONE BORGHESE DELLA CRISI POLITICA PER UNA MOBILITAZIONE INDIPENDENTE DEL MOVIMENTO OPERAIO CONTRO LA NUOVA ANNUNCIATA MACELLERIA

IMPORRE UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA DELLA CRISI SOCIALE!

Un Presidente del Consiglio ormai privo di maggioranza parlamentare ottiene dal Presidente della Repubblica il permesso non solo di andare avanti, ma di gestire la nuova macelleria sociale commissionata dai banchieri europei. Mentre le “opposizioni” parlamentari non solo assicurano preventivamente il loro lasciapassare alla “legge di stabilità” e al suo ulteriore appesantimento, ma si candidano a continuare l'opera in nuovo governo di “unità nazionale” quale supremo garante delle banche, della Commissione Europea, del FMI.

La verità è che si cerca di ridurre la fine annunciata di Berlusconi ad un passaggio di testimone tra ceti dirigenti e comitati d'affari dei poteri forti. In un clima di trasformismo maleodorante, compravendite parlamentari, compromissioni istituzionali. In cui persino le regole borghesi del parlamentarismo vengono sacrificate all'urgenza dei “mercati” e della crisi, pur di continuare a colpire il lavoro, le pensioni, i servizi sociali. Calpestando la stessa volontà del referendum di Giugno.

Non sappiamo se l'operazione in corso, sotto la regia di Napolitano, avrà successo, o se sfocerà in elezioni anticipate. Ma certo è un'operazione contro i lavoratori, i giovani, i movimenti di lotta di questi anni. Chi si è mobilitato per cacciare Berlusconi, non l'ha fatto nel nome di Draghi, di Monti, della BCE. Quella stessa parte di popolo di sinistra accorso ad applaudire Bersani il 5 Novembre non lo ha fatto per ritrovarsi in un governo d'emergenza con il PDL o suoi settori, né per inchinarsi ai banchieri. Quale che sia lo sbocco della crisi politica, si conferma una volta di più la natura liberale del PD quale carta di ricambio della borghesia contro il movimento operaio e contro tutte le ragioni sociali dell'opposizione.

Tanto più oggi, le sinistre politiche e sindacali non possono stare a guardare. Né limitarsi a chiedere elezioni per cercare di essere imbarcate dal PD in un nuovo vecchio centrosinistra ( confindustriale), come fanno in forme diverse i gruppi dirigenti di SEL e FDS. O per essere recuperate stabilmente al tavolo di concertazione con Confindustria, come fanno i vertici della CGIL. E' ora di finirla con vecchie compromissioni senza futuro. E' l'ora di una mobilitazione unitaria e radicale contro ogni soluzione borghese della crisi politica, per affermare un punto di vista indipendente del movimento operaio, per fermare la nuova macelleria in gestazione, per trasformare la crisi del berlusconismo nella cacciata delle classi dirigenti bancarottiere della seconda Repubblica, e di tutti i loro partiti. Solo un governo dei lavoratori può liberare l'Italia dalla dittatura del capitalismo e aprire davvero una pagina nuova per la giovane generazione.

lunedì 17 ottobre 2011

SULLA MANIFESTAZIONE DEL 15 OTTOBRE: UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA APRE IL VARCO A PRATICHE IMPOLITICHE E NICHILISTE

La manifestazione nazionale del 15 Ottobre a Roma ha visto una grande partecipazione di massa, una vasta presenza di giovani, un diffuso senso comune “anticapitalista”. Ma la sua dinamica è stata distorta da un impostazione politica sbagliata del coordinamento che ha promosso ed organizzato il corteo: un'impostazione che rinunciando ad indirizzare il movimento sul terreno del confronto politico col potere, ha finito con l'amplificare lo spazio di pratiche, impolitiche e nichiliste, avulse da una logica di massa.


LA RESPONSABILITA' DI UN'IMPOSTAZIONE POLITICA RINUNCIATARIA

Quando proponevamo una manifestazione indirizzata verso i palazzi del potere, rivendicavamo non solo il diritto a una pratica diffusa a livello internazionale, ed in particolare europeo; non solo un'iniziativa politica corrispondente alla particolare gravità della situazione italiana, alla natura particolarmente reazionaria del suo governo, alle responsabilità bipartisan nel sostegno alle banche da parte delle “opposizioni” parlamentari; ma anche perciò stesso un'iniziativa di massa capace di segnare politicamente il terreno centrale dello scontro, di unificare e tradurre su quel terreno la domanda diffusa di un corteo “radicale” e non convenzionale, di emarginare per questa via iniziative “fai da te” del tutto estranee allo sviluppo reale del movimento.
Avevamo avvisato i naviganti: ”.. Proprio il rifiuto pregiudiziale a rivendicare il diritto a marciare verso i palazzi del potere, a preparare organizzativamente e unitariamente la gestione di piazza di questa rivendicazione, rischia questo sì di spianare la strada a iniziative minoritarie .., slegate da una logica di massa, a tutto danno dell'impatto politico del 15 Ottobre” (PCL, 25/9/2011)
Purtroppo, siamo stati facili profeti. La scelta maggioritaria di una manifestazione rituale, nel nome del “realismo” e della scelta “pacifica”, ha ignorato la realtà e non ha garantito “la pace”. Ha semplicemente lasciato campo libero a chi ha cercato come terreno di scontro non la contrapposizione politica al potere, non lo sviluppo della radicalità del movimento e della sua coscienza politica, ma l'esercizio pratiche isolate e nichiliste, a danno del movimento di massa.


CONTRO LO STATO E LA SUA REPRESSIONE

Sia chiaro: la nostra critica del vandalismo muove non dalla logica delle questure, ma dall'interesse della rivoluzione. L'avversario fondamentale dei lavoratori, dei giovani, delle loro lotte, non sono i cosiddetti black block, ma il capitalismo e il suo stato.
Non siamo pacifisti, e in ogni caso manteniamo la misura della realtà. La violenza consumata contro auto in sosta o contro le vetrine di negozi - per quanto del tutto inutile e demenziale- resta infinitamente minore della violenza consumata quotidianamente nello sfruttamento di milioni di uomini e di donne, nella segregazione dei migranti, o nelle missioni di guerra. Per questo non parteciperemo mai ai cori sdegnati “contro la violenza” di un ministro degli interni secessionista e xenofobo, o di un centrosinistra amico dei banchieri strozzini, o di un Nichi Vendola che sino a ieri “votava” i bombardamenti in Afghanistan. Noi stiamo dall'altra parte della barricata. In uno scontro tra apparato dello stato e migliaia di giovani di diversa estrazione (ben altro che i cosiddetti gruppi black block), come quello avvenuto a S. Giovanni, noi stiamo incondizionatamente dalla parte dei giovani e della loro resistenza, indipendentemente dalle cause d'innesco dello scontro. Come facemmo il 14 dicembre di un anno fa, contro ogni scandalismo perbenista. Ed oggi respingiamo la campagna repressiva del governo, sostenuta dal Pd e da Di Pietro, contro la cosiddetta area antagonista: indipendentemente dalla distanza politica grande che ci separa dalle posizioni di quest'area, non solo rifiutiamo ogni solidarietà con lo stato delle banche, delle bombe, dei blindati, ma difenderemo ogni compagno/a che sia vittima della sua repressione. Contro ogni posizione di disimpegno o addirittura di neutralità presente nella sinistra e nel movimento stesso.


CONTRO IL VANDALISMO, MA DAL VERSANTE DELLA RIVOLUZIONE. 14 DICEMBRE E 15 OTTOBRE

Ma tutto ciò non significa affatto ignorare le differenze e farci trascinare dalla suggestione mitologica dello scontro fine a sé stesso. Scontri di piazza apparentemente simili per intensità possono assumere infatti significati diversi (e prestarsi a diverse percezioni di massa), a seconda della loro dinamica.
Il 14 dicembre di un anno fa, nelle ore successive al salvataggio parlamentare di Berlusconi, una massa di giovani compagni si diresse spontaneamente verso Montecitorio, scontrandosi con la violenza poliziesca, ed esercitando il proprio diritto all'autodifesa. Quello scontro si sviluppò sul terreno politico della contrapposizione al potere, brandì una rivendicazione democratica comprensibile e popolare (la cacciata del governo e la condanna di un Parlamento corrotto), si circondò perciò stesso di una significativa solidarietà, nonostante la campagna di criminalizzazione .
Il 15 Ottobre, invece, la dinamica degli scontri è stata innescata dalla distruzione metodica di oggetti casuali (automobili, bar, supermarket) ai lati del corteo da parte di limitati settori organizzati. Lo scontro si è dunque prodotto su un terreno estraneo a qualsivoglia prospettiva politica, allo sviluppo del movimento, alla crescita della sua coscienza. Di più: lo scopo di chi lo ha cercato era esattamente quello di boicottare la manifestazione di massa del movimento. Il fatto che poi migliaia di giovani coinvolti alla fine negli scontri abbiano giustamente resistito ai caroselli criminali della celere, non può occultare questo dato.
Questa logica primitiva e distruttiva, coltivata da alcune aree dei centri sociali, dell'anarchismo, di curve ultras, non è affatto una logica “più rivoluzionaria” come in qualche caso cerca di presentarsi. E' l'esatto opposto. E' la ricerca di uno sfogatoio emozionale cieco, in assenza di ogni progetto di rivoluzione reale, e contro la prospettiva di rivoluzione. Il danno che produce infatti non si limita ai benefici contingenti per la propaganda governativa o di centrosinistra, e per il loro cantico ipocrita sulla “condanna della violenza”. Il danno maggiore è l'effetto dissuasivo e distorcente che il vandalismo produce nell'immaginario diffuso delle classi subalterne circa il senso stesso della radicalità di lotta e della rivoluzione: un effetto tanto più negativo nel momento in cui si allarga una diffusa sensibilità anticapitalista- potenzialmente rivoluzionaria- nella giovane generazione.


RIVOLTA DI MASSA E PROGRAMMA ANTICAPITALISTA

Grande dunque è la responsabilità di chi ha favorito questo scenario. Perché lo spazio fornito a queste pratiche è stato ed è direttamente proporzionale all'opportunismo delle direzioni maggioritarie del movimento. La rinuncia ad un assunzione di responsabilità in un momento straordinario di scontro politico e sociale; l'adattamento alla routine di manifestazioni rituali- alla ricerca di un puro spazio mediatico o di qualche pacca sulla spalla degli ambienti benpensanti del centrosinistra e della loro stampa “democratica”- hanno aperto il varco all'avventurismo. Questa è la lezione del 15 Ottobre.
Ora non si tratta di aprire la caccia “militare” ai “black block” all'interno del movimento, alla ricerca di qualche capo espiatorio. Si tratta di andare alla radice delle responsabilità politiche di fondo di quanto accaduto. Di discutere seriamente l'organizzazione della piazza. E soprattutto di rilanciare una prospettiva di rivolta sociale e di classe, su base di massa e su un programma anticapitalista: che resta la condizione decisiva per aprire una pagina nuova, e una nuova prospettiva politica.

17 ottobre 2011,

Comitato esecutivo del Partito Comunista dei Lavoratori

giovedì 13 ottobre 2011

Con il PCL per trasformare il 15 ottobre in una giornata internazionale di lotta al capitale

Il 15 ottobre una grande manifestazione nazionale di lavoratori e di giovani a Roma rivendicherà il diritto a marciare verso i palazzi del potere, come avviene peraltro in tutta Europa.

Non si tratta di chiedere a Berlusconi le dimissioni, ma di imporgliele.

Se dopo la bocciatura parlamentare del bilancio Berlusconi non si dimette - ed anzi ricorre alla “fiducia” comprata di un Parlamento di nominati- può e deve essere una mobilitazione di massa, continuativa e radicale, a sgomberare definitivamente il campo.

Il 15 ottobre deve essere l'inizio della svolta: perchè siano i lavoratori e i giovani a rimuovere le macerie del berlusconismo, non i padroni, i banchieri, la BCE.

sabato 8 ottobre 2011

Nuove cellule del partito

La sezione di Roma "Vito Bisceglie" ha il piacere di annunciare la nascita di due cellule territoriali del Partito Comunista dei Lavoratori.
Si tratta della cellula Dante Corneli, attiva sulla zona nord della capitale e della cellula Rosa Luxemburg attiva su Sacrofano e dintorni.
I compagni della sezione Rosa Luxemburg hanno anche attivato un blog che vi invitiamo a visitare per avere più informazioni sulle attività della cellula stessa.
Ai compagni delle due cellule vanno gli auguri di buon lavoro della redazione del blog.

venerdì 16 settembre 2011

ANNULLAMENTO DEL DEBITO E RIVOLUZIONE SOCIALE

Solo l'annullamento del debito pubblico verso le banche può liberare la società italiana e le giovani generazioni.


Le banche sono responsabili del debito pubblico: perchè i bilanci pubblici sono stati dissestati prima dalla ventennale detassazione di banche e imprese, poi dal soccorso pubblico alle banche. Perchè mai i lavoratori e i giovani dovrebbero continuare a pagare di tasca propria un debito costruito contro di loro?


Governo e “opposizioni” vogliono rassicurare le banche. Le sinistre debbono rassicurare i lavoratori DALLE banche e DAL padronato. C'è un solo modo per farlo: imporre l'annullamento del debito pubblico verso i banchieri e nazionalizzare le banche senza indennizzo per i grandi azionisti. Lo può fare solo un governo dei lavoratori, su un programma di rottura col capitalismo. Ciò che richiede una rivoluzione sociale.


Questa è la posizione che il PCL porterà all'assemblea nazionale del 1 Ottobre a Roma.

sabato 10 settembre 2011

NON PUO' FINIRE QUI

Lo sciopero di oggi contro la macelleria sociale di Berlusconi-Tremonti-Bossi non può ridursi a un atto rituale. Né può rimuovere il bilancio delle scelte dei vertici CGIL.

GOVERNO DI BANDITI, “OPPOSIZIONI” COMPLICI
L'operazione del governo- spalleggiata da Confindustria, banche, CISL, UIL- è semplicemente infame. Un governo di faccendieri ed evasori scarica la più imponente manovra economica del dopoguerra sul lavoro dipendente: a vantaggio degli industriali ( Art.8), dei banchieri( tagli pesanti su pubblico impiego, pensioni, servizi), del Vaticano ( i cui privilegi scandalosi restano intatti). Tutto ciò è avvenuto con l'avallo delle “opposizioni”. Che hanno prima consentito la manovra di Luglio in 3 giorni. Poi hanno accettato l'anticipazione del pareggio di bilancio e il suo inserimento in Costituzione. Infine hanno addirittura presentato “emendamenti” che in qualche caso aggravano l'attacco sociale: il PD propone privatizzazioni per 25 miliardi, alla faccia del referendum di giugno; la UDC un attacco ancor più pesante alle pensioni dei lavoratori.
La verità è che PD e UDC stanno dalla parte degli industriali e dei banchieri nel cui nome vogliono tornare a governare!


LE SCELTE GRAVISSIME DI SUSANNA CAMUSSO:DIMISSIONI!
E la CGIL? Gli accordi firmati da Susanna Camusso con Confindustria, banche, CISL,UIL, prima a favore della derogabilità dei contratti nazionali( 28 Giugno), poi a favore dell'anticipazione e costituzionalizzazione del pareggio di bilancio( 4 Agosto), sono di una gravità inaudita. Sia in sé. Sia perchè hanno spianato la strada all'attuale macelleria di ragioni sociali e diritti. Sia perchè hanno rappresentato il segnale di futura disponibilità della Cgil ai “sacrifici” in occasione di un eventuale ricambio politico di Governo. Il fatto di essere stata usata e poi scaricata da Marcegaglia, non assolve (semmai aggrava) le responsabilità politiche dell'attuale segreteria della Cgil. Che va chiamata alle dimissioni.

PER UNA SVOLTA DI LOTTA, UNITARIA E RADICALE
Tanto più oggi occorre una svolta vera del movimento operaio e sindacale: di metodi, programma, direzione. Ogni concertazione col padronato è fallita. Al tempo stesso non si regge l'urto drammatico della crisi capitalista e dell'offensiva del governo senza contrapporre la forza alla forza. Senza mettere in campo una radicalità uguale e contraria. Senza rompere con tutti i partiti padronali unendo il movimento operaio attorno ad un proprio programma indipendente di vera svolta. Solo una sollevazione sociale di massa può sbarrare la strada al governo, strappare risultati, aprire la via di un'alternativa vera. Solo un programma anticapitalista che punti ad un governo dei lavoratori, e ad un 'Europa dei lavoratori, può incarnare questa alternativa.


BLOCCARE L'ITALIA, ASSEDIARE I PALAZZI, CACCIARE IL GOVERNO
Lo sciopero di oggi sia solo il punto di partenza. Occorre puntare a bloccare l'Italia sino al ritiro della manovra. Occupare le aziende che licenziano. Preparare uno sciopero generale prolungato, su una piattaforma di lotta unificante. Contestare in tutta Italia i sindacati padronali di Cisl e Uil. Costruire una marcia nazionale, operaia e popolare, su Palazzo Chigi e Parlamento, che assedi i palazzi del potere sino alla loro resa. Ad attacco straordinario, risposta straordinaria!

NON UN EURO AI BANCHIERI! GIU' LE MANI DAL LAVORO!
Lo stesso vale sul programma. Vogliono spogliare il lavoro per pagare gli interessi ai banchieri. E' ora di spogliare i banchieri per salvare il lavoro. Si rifiuti il pagamento del debito pubblico alle banche, strumento di rapina. Si nazionalizzino le banche, senza indennizzo per i grandi azionisti, sotto controllo dei lavoratori. Si investano le enormi risorse così liberate in un grande piano del lavoro per la rinascita sociale di servizi, sanità, istruzione. Si distribuisca tra tutti il lavoro, con la riduzione dell'orario a parità di paga, in modo che nessuno ne sia privato. Si abroghino tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, si blocchino i licenziamenti, si nazionalizzino, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, tutte le aziende che licenziano, calpestano i diritti, ignorano la sicurezza dei lavoratori. Si abbattano gli scandalosi privilegi Vaticani, i veri lussi della “casta” parlamentare, le enormi spese militari. Si colpisca davvero l'evasione fiscale con l'abolizione del segreto bancario e il controllo operaio e popolare su redditi e patrimoni: per finanziare un salario sociale ai disoccupati che cercano lavoro, ritornare alla previdenza pubblica a ripartizione, estendere le protezioni sociali. Si lotti per un governo dei lavoratori, basato unicamente sulle loro ragioni e sulla loro forza: l'unico governo che possa realizzare queste misure di svolta.


PER LA SINISTRA CHE NON TRADISCE
Questo programma è “troppo” radicale? No. E' tanto radicale quanto radicale è l'offensiva dei padroni. In compenso è l'unico che indichi una via d'uscita da questo sistema capitalista: che è interamente fallito, non è riformabile, non ha più nulla da offrire se non disperazione e miseria. In Italia e nel mondo. Ricondurre ogni lotta parziale a questa prospettiva generale di rivoluzione è l'unica risposta vera all'offensiva in atto. Questa è e sarà la linea di intervento, in ogni lotta, del Partito Comunista dei Lavoratori(PCL): “la sinistra che non tradisce”.

domenica 4 settembre 2011

BEPPE GRILLO E “I SACRIFICI” LA CRISI CAPITALISTA DENUDA IL GRILLISMO

Sono passati tre mesi dal successo elettorale del grillismo: presentatosi come “la vera alternativa”, e soprattutto così percepito da un pezzo di giovane generazione, giustamente nauseato dalle politiche bipartisan, e alla ricerca di un riferimento “antisistema”.

Eppure sembrano passati tre anni. La nuova precipitazione della crisi economica e sociale del capitalismo internazionale, e l'esplosione della crisi finanziaria in Italia, hanno relegato Beppe Grillo al silenzio. Non si tratta di un effetto mediatico. Si tratta di qualcosa di più profondo: l'emergere, di fronte all'enormità della crisi, del carattere minimalistico ed evanescente del programma stesso del grillismo. Che non ha nulla da dire sulla crisi sociale. E quel che dice è clamorosamente subalterno alla politica dominante.

GRILLO: “TUTTI I CITTADINI DEVONO FARE I SACRIFICI”

La riprova di questo si ha guardando la proposta di Beppe Grillo sulla manovra economica, depositata sul suo celebre sito ( 20 agosto).
L'impostazione critica di Grillo verso la manovra del governo è molto semplice :” I cittadini fanno i sacrifici. I parlamentari decidono i sacrifici. I parlamentari non fanno sacrifici”. Occorre cambiare le regole, protesta Grillo : “ Tutti i cittadini devono fare i sacrifici. I cittadini decidono i sacrifici. I parlamentari debbono fare i sacrifici”. E dopo aver impostato così le cose, il programma di Beppe fa un lungo elenco di sacrifici da chiedere ai “politici” ( dimezzamento del numero, rinuncia ai vitalizi, abolizione delle doppie o triple pensioni ecc. ecc.). Tutto qui? Si, tutto qui. Al punto che Grillo stesso rivela che sono giunti al sito 500 messaggi di sostenitori scontenti che avanzano molte proposte aggiuntive: tra cui principalmente- è sempre Grillo che lo rivela- la tassazione dei beni ecclesiastici e il “default immediato”. Grillo abbozza, fa un sommario delle proposte aggiuntive, dice che le sottoporrà a referendum via Web, conclude che la proposta definitiva sarà inviata.. ai parlamentari,sperando che ne tengano conto.

Questo scenario racchiude in sé tutti gli equivoci del grillismo, svelandone la natura truffaldina.


POLITICI CONDANNATI, CAPITALISMO ASSOLTO

l male sta nei “Politici” ( italiani), la soluzione sta nei sacrifici dei “Politici” . Questa è la proposta del grillismo di fronte alla più grande crisi del capitalismo mondiale degli ultimi 80 anni. Ciò che colpisce non è solo la totale inconsistenza dell'approccio, o la sua grettezza provinciale. E neppure il fatto che tra le tante proposte di merito sui privilegi istituzionali sia assente quella più elementare e democratica: la riduzione dello stipendio di un parlamentare a quello medio di un impiegato. Ciò che colpisce è l'assoluzione silenziosa della società capitalista, proprio nel momento del suo massimo disfacimento, immoralità, irrazionalità.

I privilegi intollerabili dei parlamentari non sono la negazione della buona società civile, da cui chiamare la buona società a liberarsi. I privilegi dei parlamentari sono il riflesso in ultima analisi dei privilegi sociali di quelle classi che il Parlamento e Governi difendono: i capitalisti, i banchieri, i rentiers, e tutta la corte sociale che gravita attorno ad essi ( manager, grandi azionisti, giocatori di Borsa..). E' la classe che vive di profitto e di rendita. E' la classe che vive di sfruttamento e rapina. E' la classe che ha ridotto l'economia del mondo ( e dell'Italia) a un gigantesco Casinò, in cui una piccola minoranza di faccendieri d'azzardo si disputa quotidianamente sul tavolo di gioco lavoro, pensioni, stipendi della maggioranza della società.
E' un caso che questa classe paghi i partiti dominanti, sia con regolari donazioni, sia con mazzette bipartisan? Gli stessi stipendi dorati dei parlamentari- non solo in Italia- sono un investimento di garanzia nella loro fedeltà. E l'investimento è sicuramente ben riposto.

Cosa accade oggi? Accade che questo gigantesco casinò che si chiama capitalismo mondiale è in crisi rovinosa. E così le classi dominanti di tutto il mondo si appellano ai propri governi e ai propri parlamentari, perchè impongano ( enormi) “sacrifici” alla maggioranza della società. A quella stessa maggioranza che paga da trentanni le rapine dei capitalisti e dei banchieri, sotto i governi di ogni colore.

GRILLO SI SUBORDINA ALLA RAPINA DEI BANCHIERI

Ma se è così, dire- come Grillo- “tutti i cittadini debbono fare i sacrifici” non significa forse subordinarsi alla rapina dei banchieri? Altro che alternativa antisistema. E' esattamente l'accettazione del sistema. E per di più dei gravami della sua crisi sulle condizioni della povera gente. Perchè un operaio, un precario, un disoccupato, oppure un impiegato, un insegnante, un pensionato, dovrebbe continuare a fare “sacrifici” per consentire allo Stato di pagare ogni anno 80 miliardi di interessi ai banchieri detentori di Titoli di Stato? Cioè a quegli stessi banchieri che ogni giorno, da trentanni, chiedono tagli a stipendi, istruzione, sanità, pensioni? Eppure questo è il senso della manovra del governo Berlusconi e delle manovre “lacrime e sangue” di tutti i governi al mondo. Questa è la logica su cui convergono in tutto il mondo le cosiddette “opposizioni”. Non sapevamo che anche Grillo si fosse allineato al coro. Ora lo sappiamo.

Il fatto di aggiungere che “i sacrifici li devono fare anche i Parlamentari”, non sposta di una virgola il problema. Perchè un conto è rivendicare l'abbattimento dei privilegi intollerabili dei parlamentari dentro un programma e una prospettiva anticapitalista e antisistema che parta dal rifiuto dei “sacrifici” popolari. ( E' quello che noi facciamo). Cosa opposta è dire che “anche i parlamentari” debbono fare i sacrifici, “come tutti i cittadini”. Questa è semplicemente una truffa. E per di più subalterna proprio alla truffa propagandista oggi in voga per far digerire i “sacrifici” alla povera gente. E' un caso che le richiesta di “sacrifici anche per i parlamentari e i politici” sia oggi così diffusa nei circoli dominanti e sulla loro stampa? No, non è un caso. I partiti parlamentari si rendono conto che rischiano la rivolta sociale se nel momento in cui chiedono nuovi sacrifici ai lavoratori non danno una spuntatina ai propri privilegi. Confindustria e banche sanno che per far ingoiare i sacrifici alla povera gente, nel proprio interesse di classe, è bene che i (propri) parlamentari facciano un po' di dieta. In un caso come nell'altro, il tema dei “sacrifici della politica” è solo il bordo di zucchero su un calice amaro offerto agli sfruttati. In altri termini un inganno sociale. Non sapevamo che Grillo, a modo suo, si subordinasse di fatto a questo inganno. Ora lo sappiamo.

Se a questo si aggiunge l'invio della proposta dei “sacrifici dei Parlamentari”.. agli stessi Parlamentari che dovrebbero “sacrificarsi”- tramite letterina o via web- ci pare davvero superfluo il commento. I destinatari della missiva rideranno di gusto. Evidentemente un soggetto politico come il grillismo che rifiuta ogni forma di lotta di massa, nei luoghi di lavoro, nelle strade, nelle piazze, pensa di surrogare tutto questo con la potenza del web. Sino a rendere pura letteratura dell'impotenza e dell'illusione, le sue stesse proposte già di per sé subalterne. Un soggetto presentatosi come “alternativa radicale” si riduce a postino verso il potere. Ma questo non significa prendere in giro le aspettative e domande, infinitamente più serie,di tanti suoi sostenitori?

PER UNA ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA

In conclusione. Di fronte alla grande crisi che investe la società del mondo, il grillismo è nudo.
Lo schifo autentico per la politica dominante ( bipartisan), l'ansia di un alternativa vera e di una vera democrazia, da parte di tanti sostenitori del Movimento a 5 stelle, non devono essere abbandonati nelle mani di un comico guru e di una meteora elettoralista. Meritano la risposta seria di un programma anticapitalista, di un'organizzazione socialmente radicata che lo persegua, di una prospettiva reale di rivoluzione. Che liberi l'Italia della dittatura degli industriali, dei banchieri, del Vaticano, e quindi dei loro partiti. Che rivendichi l'abolizione del debito pubblico verso le banche, e la loro nazionalizzazione sotto controllo sociale; la soppressione di tutti i privilegi clericali e istituzionali; il potere reale della maggioranza della società nel governo del proprio destino . In altri termini: un governo dei lavoratori come leva di un'autentica rifondazione dell'intero ordine della società.

E' questa la ragione del Partito Comunista dei Lavoratori.